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Italia sì, Italia no, Italia forse

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di Guido Campanini

Da una trentina d’anni il referendum non si gioca più soltanto  sul SI’ e sul NO, ma sul raggiungimento o meno del quorum del 50,01 %, ossia sul duello partecipazione / astensione: cioè sul FORSE…

L’art 75 cost infatti così recita

E` indetto referendum popolare per deliberare l’abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge, quando lo richiedono cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali.

Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali.

Hanno diritto di partecipare al referendum tutti i cittadini chiamati ad eleggere la Camera dei deputati.

La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi.

La legge determina le modalità di attuazione del referendum.

In sede di commento, si può oggi facilmente sostenere che il numero di 500mila firme per richiedere referendum era alto se calcolato sulla popolazione del 1947, è invece relativamente basso se calcolato sulla popolazione attuale, specialmente dopo che la Corte costituzionale ha ammesso la legittimità della firma da remoto (tramite SPID ad esempio): mentre la necessità di avere almeno il 50,01 elettori perché l’esito del referendum abbia validità, è oggi un ostacolo molto elevato, visto che – rispetto non solo al 1948, ma anche ad anni relativamente recenti  – il numero dei partecipanti alle elezioni politiche nazionali (per non parlare di quelle regionali o amministrative) è notevolmente calato: nel 2022 votò circa il 64% degli aventi diritto.

Dal 1974 le tornate referendarie complessive sono state 19 (compresa la prossima), i quesiti sottoposti a referendum sono stati 75; in una occasione, i cittadini si trovarono fra le mani ben 12 schede relative a 12 quesiti…

La legge istituiva dei referendum è del 1970 (n, 352). Non a caso, il Parlamento dette attuazione all’art 75 Cost. in concomitanza del dibattito sulla legge che istituiva il divorzio in Italia, anch’essa del 1970.  La DC, contraria al divorzio, acconsentì al fatto che il Parlamento comunque discutesse e approvasse la nuova legge, in cambio della possibilità di adire successivamente a referendum popolare abrogativo, che si svolse poi il 12 maggio del 1974.

L’affluenza fu quasi dell’88%, con i SI’ (all’abrogazione) che raggiunsero poco più del 40% , ed i NO (cioè i favorevoli al divorzio) che sfiorarono il 60%. Come scrisse lo storico Pietro Scoppola, l’Italia si scoprì come un Paese non più culturalmente cattolico. La Chiesa italiana, e la DC, infatti si impegnarono in modo massiccio, per il SI’ all’abolizione del divorzio, con l’eccezione di un non piccolo gruppo di intellettuali, fra i quali lo stesso Scoppola,  passati alla storia come i “cattolici del NO” (Scoppola fu poi, una decina di anni dopo, senatore democristiano).

Da quel 1974 i referendum si sono susseguiti costantemente sino ad oggi, anche con tornate di votazioni in cui i quesiti proposti erano molti e disparati (nel 1993 vi furono 8 quesiti contemporaneamente, su materie molto diverse); con la percentuale di votanti sempre in leggero calo da una consultazione all’altra.

Va ricordato che l’elettore può anche scegliere di votare solo per alcuni quesiti, e non per tutti (io l’ho fatto più di una volta), ma tale possibilità è stata appannaggio di pochi elettori, anche per ragioni pratiche.

Nel 1990 il referendum riguardava l’abolizione della caccia, Ci fu una massiccia campagna astensionista da parte dei cacciatori, fossero essi di destra, di centro o di sinistra, cosicché i votanti non superarono il 44% – tre anni prima aveva partecipato al referendum  circa il 65% del corpo elettorale .

Per la prima volta l’esito dei referendum non risultò valido, e per la prima volta ci si accorse che era più semplice, per chi era contrario ai quesiti e favorevole a non modificare la norma, invitare all’astensione che invitare a votare NO. In questo modo, si sommavano di fatto gli astenuti per in differenza, per stanchezza, per impossibilità pratica, con i contrari al quesito – costringendo così i fautori dell’abrogazione di questa o quella norma a fare una doppia campagna elettorale: una per convincere gli elettori a recarsi comunque  alle urne, compresi i favorevoli alla legge (i NO), e un’altra per convincere gli stessi elettori a votare SI’ all’abrogazione della legge.

Nel 1991 si svolse un (solo) referendum sulla legge elettorale – quello sulla preferenza unica, avendo la Corte bocciato altri quesiti sulla stessa materia, ben più importanti. Era il clima politico e culturale che precedeva lo scoppio dello scandalo chiamato “Tangentopoli”, un clima fortemente anti partitico. Il referendum fu fissato, come quest’anno, nella seconda domenica di giugno, l’ultima data utile. L’allora segretario del PSI, Craxi, invitò gli italiani “ad andare al mare”. Invece partecipò alla consultazione il 62,5% del corpo elettorale, ed i SI’ (all’abrogazione della norma) superarono il 95%.

Così la successiva consultazione referendaria del 1993 sulla legge elettorale, che segnò il passaggio dal sistema proporzionale al sistema maggioritario uninominale,  vide la partecipazione di circa il 77% del corpo elettorale. In quella occasione, i referendum furono 8, tutti superarono il quorum, “trascinati” dal referendum sulla legge elettorale, e in tutti i casi vinsero i SI’. La FUCI del tempo, come può ricorda l’allora presidente nazionale qui presente, fece campagna per il SI’ sui quesiti riguardanti la legge elettorale.

Ma a partire dal 1997, con una sola eccezione, nessuna tornata referendaria vide la percentuale degli elettori superare il 50%. Nel 1999 un altro referendum sulla legge elettorale arrivò al 49,7% di elettori. Nel 2003, in occasione del referendum proposto da Rifondazione Comunista per estendere l’art 18 dello Statuto dei Lavoratori anche alle piccole imprese (quelle con un massimo di 15 dipendenti), i partiti del centrosinistra e i maggiori sindacati (CGIL  compresa) si impegnarono per il non voto (anche Cofferati invitò all’astensione). Il quorum non venne raggiunto.

Nel 2005, in occasione del referendum abrogativo di alcune norme riguardanti la procreazione assistita, la CEI di fatto invitò ii cattolici ad astenersi, anche qui con qualche dissenso (i “cristiani adulti” di Prodi). I votanti furono circa il 25% del corpo elettorale.

Solo nel 2011 i referendum cosiddetti sull’acqua pubblica e sul nucleare tornarono a vedere la partecipazione di oltre il 50% degli elettori.

Il fatto che oramai nei referendum i voti contrari all’abrogazione, i NO, siano pochissimi, significa che di fatto i SI’ per vincere devono essere la maggioranza assoluta del corpo elettorale, come accaduto peraltro nella prima fase della storia dei referendum, quando di norma i partecipanti alle elezioni erano vicini all’80%, talvolta anche al 90%. Altri tempi.

Occorre anche dire che diverse volte le leggi abrogate sono state, con altri nomi e con forma diversa ripristinate. Anche questo fatto è un ostacolo alla partecipazione popolare ai quesiti referendari

Esempi:

  • l’attuale legge elettorale non è uninominale maggioritaria, nonostante il referendum del 1993
  • era stata abolita la norma che consentiva ai sindacati di trattenere dalle buste paga dei lavoratori associati la quota sindacale, ma i contratti collettivi l’hanno reinserita
  • erano stati aboliti i Ministeri dell’Agricoltura e quello del Turismo (in favore delle Regioni), ma poi sono stati ripristinati
  • l’acqua come tale è rimasta pubblica, ma la depurazione ed il trasporto sino ai nostri rubinetti possono essere affidate a SpA, anche se spesso i soci di tali società sono gli stessi Comuni (e comunque gli italiani sono i maggiori consumatori al mondi di acqua in bottiglia),

Pertanto, per le ragioni sopra dette, negli ultimi vent’anni le campagne referendarie non sono state tanto sul SI’ o sul NO, ma sull’affluenza. Di fatto, i contrari all’abrogazione della legge preferiscono non recarsi alle urne, contando su un astensionismo diffuso. A meno che non ci sia un quesito talmente sentito e talmente importante da far aumentare la partecipazione popolare e far scattare il quorum, anche a vantaggio di altri quesiti proposti, anche se di argomenti del tutto diversi. Il fatto che la Corte Costituzionale abbia ampiamente cassato la legge sull’autonomia differenziata, e quindi escludendo il referendum su tale materia, ha probabilmente eliminato dalla prossima consultazione il quesito che probabilmente avrebbe raggiunto il quorum, e trascinato gli altri referendum.

Va anche detto, per completezza, che vi è anche un astensionismo dovuto alla convinzione che alcune materie, vuoi perché molto specifiche e tecniche, vuoi perché molto settoriali, non sono considerate, da diversi elettori, norme così importanti da essere sottoposte al giudizio del popolo, anziché del Parlamento nazionale.

E poi va detto che chi oggi si scandalizza perché la parte avversa invita all’astensione, a sua volta, a parti invertite, in passato fece la stessa cosa….

Sono state fatte diverse proposte per modificare l’art. 75. Chi è favorevole all’uso dei referendum vorrebbe abrogare il quorum; chi è contrario vorrebbe alzare il numero di firme necessarie per proporre un quesito. Forse bisognerebbe accogliere entrambe queste proposte: alzare il numero di firme necessarie e abrogare il quorum, o calcolarlo sulla base delle ultime elezioni politiche, e non su tutto il corpo elettorale.

In questa occasione, per fortuna. né i Vescovi, né le associazioni cattoliche hanno dato indicazioni di voto per il S’ o per i NO (o di non voto, come nel 2005), anche se su AVVENIRE e sulla stampa associativa è stato più volte, ricordato come le attuali norme sulla cittadinanza non siano in linea con una politica di accoglienza e di inclusione verso chi vie e lavora nel nostro Paese, o verso chi è nato in Italia da genitori stranieri e abbia studiato in Italia, Ma nono sono indicazioni di voto, solo autorevoli pareri, anche se indubbiamente un significativo successo dei SI’ al quesito sulla cittadinanza, ed una partecipazione comunque di buon livello, potrebbero favorire la ripresa della discussione sull’argomento, magari ripartendo dal testo approvato in una precedente legislatura dalla Camera, e mai approdato in Senato dove l’opposizione del “5 stelle” ,unita a quella di tutto il centrodestra, avrebbero comunque affossato la legge.