I cittadini italiani sono chiamati a recarsi alle urne, l’8 e il 9 giugno, per esprimersi in ordine a cinque quesiti referendari: quattro relativi al lavoro, uno riguardante l’acquisto della cittadinanza.
In primo luogo, è’ necessario sottolineare come il valore democratico imponga che dei temi oggetto delle richieste referendarie si discuta pubblicamente e in modo adeguato, così che tutti i cittadini possano formarsi in proposito un’opinione informata e matura, in base alla quale assumere le conseguenti scelte politiche. Per tale ragione, sul sito pubblichiamo schede che riportano i quesiti su cui siamo chiamati a pronunciarci, insieme ad una sintetica presentazione della ragioni che supportano rispettivamente l’opzione per il “sì” o per il “no” (evidentemente, all’abrogazione delle disposizioni oggetto dei quesiti referendari) e ad una riflessione di Guido Campanini sulla storia nel nostro Paese dell’istituto del Referendum.
A nostro avviso, una peculiare considerazione merita, per ragioni ad un tempo giuridiche, politiche ed etico-culturali, il referendum relativo all’acquisto della cittadinanza: perciò, solo rispetto a tale quesito pubblichiamo sul sito un invito a votare “si”, nella consapevolezza che la definizione dei confini della comunità politica rappresenti una problematica sicuramente complessa, ma anche determinante per la fisionomia di una liberaldemocrazia.
Qualche considerazione ulteriore merita l’opzione dell’astensione rispetto alle votazioni referendarie. La nostra Costituzione (art. 75) richiede per la validità della celebrazione del referendum su leggi ordinarie la partecipazione al voto della maggioranza degli aventi diritto, sicché, ove tale quorum non venisse raggiunto, il referendum si avrebbe come non mai svolto e le disposizioni oggetto dei quesiti referendari resterebbero del tutto impregiudicate. Come è noto, ormai da molti anni risulta rilevabile la marcata tendenza alla diserzione dalle urne (tanto elettorali, quanto referendarie) degli elettori italiani: dunque, si assiste alla crescita della quota di elettori che si rifugiano nell’astensione.
Non possiamo in alcun modo non cogliere nella crescita del fenomeno dell’astensione, in linea generale, un segnale di grave sofferenza del sistema democratico, che fisiologicamente si alimenta della (e anche finisce per risolversi nella) partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: in questa prospettiva l’art. 48 Cost. qualifica l’esercizio del voto come un “dovere civico”. Tuttavia, è vero che l’astensione dalle urne referendarie, nel caso di referendum sull’abrogazione di leggi ordinarie, si configura diversamente rispetto alle altre ipotesi di astensione: infatti, la prima esprime (o meglio, può esprimere…) la volontà del cittadino di sottrarsi al quesito (magari perché ritenuto non suscettibile di una risposta in termini dilemmatici), lasciando del tutto impregiudicata la normativa oggetto del quesito.
Comunque, è necessario al riguardo ribadire con forza quanto già evidenziato all’inizio di queste brevi notazioni: il principio democratico esige che anche l’opzione astensionista (così come quella relativa al voto favorevole all’abrogazione o al mantenimento delle norme) sia frutto di una meditata ponderazione delle alternative disponibili, pubblicamente discusse e criticamente vagliate da tutti i cittadini.
Luigi D’Andrea – Presidente Nazionale Meic



