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Romano Prodi al Meic: «In Europa serve ricostruire comunità»

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Nel cuore del convegno nazionale del MEIC, “Per un’Europa libera e forte” – che si è svolto lo scorso 6 dicembre 2025 a Firenze – uno degli interventi più attesi è stato quello di Romano Prodi, già presidente del Consiglio e già presidente della Commissione europea. A margine dei lavori lo abbiamo incontrato per un’intervista che ha toccato un punto che Prodi considera decisivo: senza una ricostruzione del legame sociale, l’Europa rischia di rimanere un progetto tecnicamente raffinato ma politicamente fragile.

Il primo passaggio arriva quando la conversazione scivola sul tema che domina molte agende europee: sicurezza, riarmo, deterrenza e – come corollario che riemerge ciclicamente – la prospettiva della leva per i giovani. Prodi rovescia subito l’impostazione. «La leva militare è sempre stata un dramma per tutta la storia», osserva, ricordando un dibattito che ha “vissuto” in prima persona e in cui ammette di non essere riuscito a far passare la propria linea: «Ho perso una battaglia». La sua proposta, allora come oggi, non è la nostalgia dell’obbligo in divisa, ma la ricerca di un modello che tenga insieme difesa e coesione interna: «La mia idea era di sostituire la leva militare con breve servizio civile, obbligatorio». Il punto, per lui, non è negare che “la difesa ci deve essere”, ma chiedersi se non sia più urgente un investimento capace di rammendare una società che appare disunita e sfiduciata: «Se abbiamo bisogno di ricostruire l’unità della società, perché non ci mettiamo in un discorso di servizio di impegno?».

È qui che la riflessione assume un tono quasi “civile” nel senso più pieno del termine: Prodi parla di battaglie che non hanno soltanto una funzione operativa, ma che diventano un collante, un modo per far tornare le persone a riconoscersi parte della stessa storia. «Ci sono battaglie civili che costituiscono, ricostituiscono una comunità. Ed è il lavoro che noi dobbiamo fare», insiste, indicando in quella ricostruzione il compito più impegnativo, «il lavoro massimo», e anche il punto da cui partire.

Lo sguardo, poi, si allarga al quadro politico europeo. Prodi descrive un’Unione che fatica a trovare slancio perché vive dentro un tempo di frammentazione: «Abbiamo ormai tutti i governi in coalizione», nota, e in quel contesto «il problema della leadership diventa serissimo». L’immagine è quella di una macchina che avanza, ma con difficoltà, a trasformare il consenso in direzione. Da qui l’idea – formulata in modo provocatorio – di rimettere i cittadini davanti a una scelta netta, quasi un termometro politico della volontà comune: «Un referendum informale a livello europeo, semplicemente per dire se vogliamo ritornare alle decisioni o no». Non tanto un esercizio giuridico, quanto un gesto politico: misurare se esiste ancora un mandato popolare a “decidere insieme”, e quindi a rafforzare la capacità dell’Europa di contare.

Quando la domanda si sposta sul malessere sociale, sulla crescita dei partiti anti-europeisti e sulla necessità di una visione più robusta della dimensione sociale Prodi non nega che la partita si giochi proprio lì: nella frattura crescente tra chi beneficia della globalizzazione tecnologica e chi la subisce. «La differenza tra gli elettori sta aumentando dappertutto», afferma, allargando lo sguardo oltre l’Europa. E individua un motore preciso di questa divergenza: «Le concentrazioni di capitale» alimentate dalle trasformazioni recenti, che cita insieme all’impatto delle «nuove novità» e dell’«intervento artificiale», cioè l’irruzione di tecnologie che cambiano produzione, lavoro, competitività e potere economico.

Il rischio, secondo Prodi, è che la deriva sia strutturale: «È molto più facile che parta una maggiore differenziazione che una minore differenziazione». Ed è proprio per questo che, nella sua prospettiva, l’Europa deve tornare a parlare la lingua della solidarietà, non come semplice redistribuzione contabile, ma come costruzione di un “noi” credibile. «Dobbiamo andare a un concetto di comunità e di solidarietà che oggi dobbiamo ricostruire», ribadisce, quasi a ricucire i fili tra economia e politica: senza quel cemento, il progetto europeo resta esposto alla disillusione e alla rabbia.

Nell’intervista emerge anche una preoccupazione che molti, durante il convegno di Firenze, hanno letto come un avvertimento: l’Europa perde energie e futuro quando non sa trattenere talenti e competenze. Prodi lo dice con un tono brusco, quasi impaziente, riferendosi alla fuga delle risorse: «Se ne vanno le migliori risorse». È un passaggio che, pur nella sua immediatezza, diventa un ritratto efficace di un continente che investe, forma, ma poi non offre una traiettoria convincente.

Sul finale, la sua osservazione torna a toccare il nodo democratico: l’idea diffusa che alcune scelte europee siano percepite come lontane e poco comprensibili. Prodi intercetta quella percezione e la riporta come un dato politico che non può essere ignorato: «Tutti dicono che il popolo decide, ma poi è davvero così?». Dietro c’è l’avvertimento più concreto: non si può chiedere fiducia senza rendere trasparenti e partecipate le decisioni, non si può costruire una forza europea senza un’adesione concreta.

Infine a Firenze, nel convegno del MEIC, Prodi ha lasciato un messaggio che va oltre le formule: l’Europa sarà “libera e forte” se saprà rimettere al centro l’idea di comunità, tenendo insieme sicurezza, coesione sociale e credibilità democratica. E, nel mezzo di un dibattito spesso polarizzato tra riarmo e pacifismo, la sua provocazione sul servizio civile obbligatorio suona come una domanda politica che resta aperta: se la sfida è ricostruire unità, quale forma di impegno comune siamo disposti a proporre alle nuove generazioni?