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Luigi Migliorini al Meic: «Serve una “Casa Europa”»

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Nel corso del convegno nazionale del MEIC “Per un’Europa libera e forte” – che si è svolto a Firenze lo scorso 6 dicembre 2025 – abbiamo intervistato il professor Luigi Mascilli Migliorini, storico dell’età moderna e accademico dei Lincei. Il suo sguardo è partito da una constatazione attuale e concreta: oggi il processo di integrazione europea appare rallentato, incrinato, talvolta perfino intaccato da tensioni politiche, da ripiegamenti identitari, da una fatica collettiva nel riconoscere l’orizzonte comune.

Eppure, proprio mentre riconosce l’attrito, Migliorini non cede al pessimismo. Si definisce, con una formula quasi controcorrente, un “ottimista prudente”, disposto a leggere la crisi senza trasformarla in un verdetto. Il punto, spiega, è che l’Europa non è soltanto un processo istituzionale o un edificio giuridico: è anche – e forse soprattutto – un’esperienza sociale che continua a crescere, spesso lontano dai riflettori della polemica politica.

Nell’intervista torna più volte un’immagine: quella della “Casa Europa”, un luogo abitabile prima ancora che un’architettura politica compiuta. Migliorini invita a guardare alle generazioni più giovani, a quelle che hanno interiorizzato l’Europa come spazio quotidiano di studio, lavoro, relazioni. «Cogliamo un’abitabilità della Casa Europa», dice, richiamando ciò che accade quando l’Europa diventa esperienza concreta: mobilità, università, scambi, persino abitudini e linguaggi comuni. Non è soltanto una questione di programmi o di sigle, è un terreno culturale che si è già, in parte, depositato nella vita reale.

Da qui nasce la sua preoccupazione più interessante: il rischio che il percorso politico e quello sociale procedano a velocità diverse. Migliorini non esclude, infatti, che possa aprirsi una frattura, un “lutto” – usa proprio questa parola – tra un processo di unione politica che fatica a compiersi e una società che, invece, continua a muoversi in senso europeo. «È possibile poi che si determini una sorta di lutto tra l’unione politica e la vita sociale», osserva, come a dire che l’identità europea può crescere “dal basso” anche quando le istituzioni arrancano “in alto”. Ma è una dinamica che, se non governata, può generare disincanto o vulnerabilità.

Su questo sfondo si inserisce il tema del nazionalismo. Il professore lo considera una forza capace di riemergere e di condizionare le scelte politiche, ma ritiene che abbia un limite strutturale: la distanza crescente tra certe retoriche identitarie e la vita quotidiana di molti cittadini, soprattutto dei “nuovi europei” che hanno già incorporato l’Europa come orizzonte naturale. In altre parole, la propaganda può anche alzare muri, ma l’esperienza concreta – quella fatta di circolazione, lavoro, studio, famiglie miste, reti culturali – spinge nella direzione opposta.

Nella conversazione emerge anche un passaggio che il contesto MEIC rende quasi inevitabile: il rapporto tra cattolicesimo e costruzione europea. Migliorini lo affronta con una tesi netta: il mondo cattolico non può limitarsi a “difendere” un’idea di Europa, deve contribuire a costruirla, anche nel suo profilo culturale e civile. «Il mondo cattolico deve dimostrare anche la costruzione dell’Europa», afferma, collegando la responsabilità ecclesiale non a una semplice presenza di testimonianza, ma a un lavoro storico e sociale che richiede tenacia e intelligenza politica.

È qui che il discorso scivola sul grande tema della mediazione democratica. Migliorini, da storico, richiama l’esperienza dei partiti moderni come una delle più grandi invenzioni della politica europea. «Il partito è stato una grande invenzione, una grande esperienza storica», ricorda, collocandola tra la seconda metà del Settecento e il pieno Novecento. Ma aggiunge subito una nota critica: quel modello, oggi, mostra di non reggere più come prima. «Si vede chiaramente che non ce l’ha fatta», dice, senza indulgere alla nostalgia: più che rimpiangere il passato, invita a prendere atto del cambiamento.

La conseguenza, nel suo ragionamento, è un’indicazione che suona quasi come una consegna per chi prova a pensare il futuro europeo: ricostruire l’impegno civile con forme nuove, adatte a società trasformate dalla tecnologia e da una cultura più reticolare. Il professore lo sintetizza in una formula che sembra cucita addosso alla stagione attuale: «Più lavoro orizzontale, meno lavoro verticale», perché la politica, se vuole tornare a intercettare energie reali, deve saper abitare le reti e non soltanto le gerarchie.

Nell’atmosfera del convegno di Firenze, dunque, la testimonianza del professore Mascilli Migliorini ha lasciato una traccia particolare: quella di un realismo non rassegnato. L’Europa, nelle sue dichiarazioni, non è un mito da celebrare né un fallimento da archiviare. È un cantiere, talvolta inceppato, ma già vissuto da milioni di persone. E proprio per questo la sfida non è scegliere tra entusiasmo e disincanto, bensì colmare la distanza tra le istituzioni e quella “Casa Europa” che, nel quotidiano, molti hanno già iniziato ad abitare.