Il politologo Fabbrini al Meic: «Serve Europa a più livelli»
Al convegno nazionale del MEIC “Per un’Europa libera e forte” – che si è svolto a Firenze lo scorso 6 dicembre – tra i temi ricorrenti c’è stato quello che più di altri attraversa la politica europea di questi anni: come tenere insieme unità d’azione e pluralità di identità, efficacia nelle decisioni e rispetto delle differenze nazionali. A margine dei lavori, proprio su questo tema, abbiamo intervistato il professor Sergio Fabbrini, politologo e studioso di istituzioni europee, che ha ricondotto la discussione a un nodo molto concreto: senza un vero “strato” europeo di competenze, l’Unione rischia di restare esposta a ogni emergenza; ma senza una chiara delimitazione di ciò che resta agli Stati, rischia di perdere legittimità e consenso.
Fabbrini parte da una formula che suona come un programma istituzionale: «Occorre costruire tutte le competenze degli strati nazionali in uno strato europeo». Non è, però, l’invito a svuotare gli Stati o a trasferire tutto “a Bruxelles”. Al contrario, il ragionamento che propone insiste su un passaggio spesso frainteso nel dibattito pubblico: una costruzione europea credibile non coincide con un centralismo europeo. È piuttosto un’architettura capace di distinguere, selezionare, distribuire poteri e responsabilità, costruendo un livello comune dove serve davvero agire insieme.
Nel corso dell’intervista, Fabbrini ha richiamato il fallimento – o quantomeno l’arresto – di un momento storico preciso del progetto europeo: quello legato alla stagione costituzionale dei primi anni Duemila. Nel suo lessico torna l’immagine del “bisogno di costruzione”, quasi un cantiere rimasto incompiuto, che oggi andrebbe ripreso anche per «liberare il pensiero pubblico», cioè per uscire dai riflessi condizionati che oscillano tra due estremi: o un’Europa ridotta a burocrazia, o un’Europa sognata come super-Stato indistinto.
Il punto decisivo, per Fabbrini, è che la capacità di decidere ha bisogno di una struttura politica. «È vero che questa è una sfida dello Stato: se non c’è uno Stato non ci può essere un’identità di questa decisione», osserva, spostando il baricentro dalla retorica alla macchina istituzionale. Ma subito dopo precisa che l’esperienza comparata – a partire da quella americana, che lui richiama esplicitamente – suggerisce prudenza. In altre parole, costruire un livello europeo forte non significa accentramento totale, bensì un’operazione più fine: stabilire quali competenze devono restare nazionali e quali devono essere condivise, perché solo così la decisione comune diventa possibile e riconosciuta.
Dentro questa logica entra anche un tema culturale, quasi identitario, che al MEIC – luogo di dialogo tra fede, cultura e responsabilità pubblica – risuona con particolare forza: l’Europa non cancella le identità, le moltiplica. Fabbrini lo dice con una frase che sembra pensata per disinnescare l’antitesi tra appartenenza nazionale e appartenenza europea: «La stessa identità è un’identità multipla». E per rendere l’idea scende sul terreno dell’esperienza quotidiana: «Noi siamo italiani e siamo anche siciliani o campani e così via e abbiamo anche una nostra un’identità» sia regionale che nazionale. L’identità, insomma, non è un blocco monolitico; è una stratificazione, una convivenza di livelli, e l’Europa può essere uno di quei livelli senza distruggere gli altri, se l’assetto istituzionale non appare invasivo o opaco.
Quando gli viene chiesto quali siano, concretamente, i campi in cui l’Europa deve “agire insieme”, la risposta torna alla cronaca degli ultimi anni, ma con un taglio strutturale: «Dovevamo fare insieme per affrontare la guerra, per affrontare il problema delle pandemie, per affrontare il problema dei disastri ambientali», perché «ci sono molte politiche che devono essere fatte» a livello comune. In questo elenco – che non è un esercizio retorico ma una mappa di competenze – si legge la tesi di fondo: l’Europa serve quando la scala nazionale è insufficiente. La difesa, la salute pubblica in scenario pandemico, la protezione ambientale e la risposta ai disastri non possono essere lasciate alla sola capacità dei singoli Stati senza pagare un prezzo di inefficacia e divisione.
Ma, allo stesso tempo, Fabbrini insiste su un equilibrio: «Lasciando agli Stati le competenze su delle questioni che sono localmente importanti». È qui che la sua prospettiva si fa “istituzionale” nel senso più pieno: la costruzione europea, se vuole reggere, deve essere leggibile. I cittadini devono sapere chi fa cosa e perché. E, soprattutto, devono poter riconoscere che ciò che viene deciso insieme è davvero ciò che non si può decidere da soli.
Nel dialogo entra poi un passaggio storico: il caso tedesco del dopoguerra. Fabbrini richiama l’idea di un «federalismo per disaggregazione», quello che «abbiamo registrato in Germania», cioè un processo opposto rispetto a quello europeo. La Germania, ricorda, usciva da uno Stato iper-centralizzato e venne decentralizzata per ragioni di equilibrio e di controllo democratico; un assetto che, nelle sue parole, porta con sé anche una quota di “artificialità”, legata alla necessità di spezzare e bilanciare poteri in un contesto storico eccezionale. «Ora noi non possiamo fare una cosa di questo genere in Europa», perché l’Europa non nasce da uno Stato centrale da smontare: nasce da Stati che devono imparare a mettere in comune pezzi di sovranità.
E infatti, per Fabbrini, l’Unione è il contrario della Germania del dopoguerra: «L’aggregazione interna europea è, appunto, un’aggregazione non è una disaggregazione». È il punto che spesso sfugge nel dibattito: l’Europa non deve “decentralizzare” un potere unitario già esistente; deve “aggregare” poteri che oggi sono divisi. E questo, aggiunge, avvicina l’Europa a un altro modello: «Un federalismo più aggregativo, come è avvenuto appunto con quello americano». Ma anche qui non c’è imitazione meccanica: il paragone serve a chiarire la direzione, non a proporre un calco.
Resta allora la domanda decisiva: che cosa manca perché questa aggregazione funzioni davvero? Fabbrini, su questo, accenna a una condizione che nelle democrazie mature è quasi una grammatica: «Una chiara separazione del potere». Non basta sommare competenze: serve un ordine istituzionale che regoli conflitti, distribuisca responsabilità, renda trasparenti le decisioni e garantisca controllo democratico. Dunque un’Unione capace di decidere nei campi fondamentali e che quindi ha bisogno di regole chiare su chi decide, come decide e con quali contrappesi.
In definitiva, quindi, l’Europa non si salva con gli slogan, ma con una costruzione che tenga insieme identità e potere, solidarietà e responsabilità, decisione comune e autonomia locale. “Libera e forte”, per lui, non è un aggettivo emotivo: è una descrizione istituzionale possibile, a patto di accettare la sfida più difficile, quella di un’Unione che sappia agire dove serve davvero agire insieme, senza pretendere di diventare ciò che non è.



