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Commento all’Esortazione Apostolica “Dilexi Te” di Leone XIV

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di Guido Campanini, vice direttore ISSRE e consigliere nazionale MEIC

Quando, il 28 febbraio 2013, papa Benedetto XVI rese effettive le proprie, inattese, dimissioni (annunciate l’11 febbraio), tra le tante carte lasciate al successore vi era anche la bozza – una bozza quasi definitiva – dell’ultima delle encicliche che papa Ratzinger dedicava alla tre virtù teologali. Ci si sarebbe aspettati che quello che la stampa descriveva come l’arcigno difensore dell’ortodossia cattolica cominciasse la serie trattando della prima delle tre virtù, ossia la fede. Invece il mite pastore della Chiesa universale aveva dedicato la prima delle sue encicliche alla carità: Deus Caritas est (datata il giorno di Natale del 2005) fu il suo primo grande (e bellissimo) documento da Pontefice.

All’enciclica sulla fede seguirà quella sulla speranza, Spe salvi (2007), e dopo una grande enciclica sociale (Caritas in Veritate. del 2009), Benedetto XVI si apprestava a pubblicare quella sulla fede – quando improvvisamente, almeno per noi, decise di rinunciare al ministero petrino. Non sappiamo perché Benedetto non abbia voluto attendere la pubblicazione di un’enciclica oramai in fase avanzata prima di dimettersi; fatto sta che il suo successore, Francesco, decise di pubblicare ugualmente il testo voluto dal suo predecessore. Lumen Fidei reca la data del 29 giugno 2013, festa dei santi Pietro e Paolo, ed anche un lettore poco attento riesce facilmente a distinguere le parti, nettamente prevalenti, che si devono alla penna di Benedetto, da quelle che recano l’impronta del successore – specialmente oggi, abituati come siamo allo stile inconfondibile e personalissimo del papa argentino.

Il 24 ottobre 2024 Francesco dava alla luce quella che è diventata la sua ultima enciclica, Dilexit nos, il cui titolo cita un passo paolino tratto dalla lettera ai Romani. L’enciclica, che non sembra aver avuto l’attenzione e la diffusione che meritava e merita, aveva come oggetto “l’amore umano e divino del cuore di Gesù Cristo” – una riflessione e meditazione sul culto del Sacro Cuore, così caro ai gesuiti e così diffuso in una non troppo lontana stagione della Chiesa cattolica, fra la Rivoluzione francese ed il Concilio Vaticano II. Un’enciclica, quest’ultima di Francesco, molto interessante per il tanto che dice, e anche per quello che non dice. Il culto del Sacro Cuore viene come liberato da quell’uso reazionario ed antimoderno che storicamente ha avuto, e, purificato, riportato all’essenziale (il cuore come centro spirituale di ogni persona, della persone di Gesù Cristo come di ogni essere umano), un culto che deve diventare il segno di un amore che non resta chiuso nel solo culto e nella sola liturgia, ma diventa motore di carità fraterna e di impegno sociale.

Ma Francesco evidentemente intendeva proseguire il discorso, facendo come una sintesi di tutto il suo magistero formale e informale; magistero iniziato con quella famosa rivelazione circa una conversazione avuta durante il conclave con un confratello brasiliano. Fu lo stesso Francesco a parlarne, qualche giorno dopo la sua elezione, mostrando qual era il programma vero del suo pontificato: “vorrei una Chiesa povera per i poveri”. Così, dopo la Dilexit nos, Francesco intendeva lasciarci quasi come testamento un ultimo testo, avente come oggetto proprio l’amore verso i poveri e la centralità dei poveri nella vita della Chiesa.

Progetto non completato, a causa della morte di Francesco. Il nuovo papa, Leone XIV, si è così trovato fra le mani una bozza, in stato avanzato, del documento, che Francesco non ha potuta completare e pubblicare. E come Francesco aveva pubblicato, sottoscrivendolo e firmandolo, un documento in gran parte redatto sotto Benedetto XVI (la Lumen Fidei, appunto), così Leone XIV non ha voluto lasciare negli archivi vaticani la progettata Esortazione Apostolica di Francesco, ma ha scelto di farla sua (evidentemente completandola e e modificandola). Il testo era stato in gran parte redatto sotto il pontificato di Francesco; Leone XIV lo ha pubblicato, evidentemente con aggiunte e integrazioni, col titolo Dilexi te (Ti ho amato, Ap 3,9). 

Scrive il nuovo papa all’inizio del documento: “Papa Francesco stava preparando, negli ultimi mesi della sua vita, un’Esortazione apostolica sulla cura della Chiesa per i poveri e con i poveri, intitolata Dilexi te, immaginando che Cristo si rivolga ad ognuno di loro dicendo: Hai poca forza, poco potere, ma «io ti ho amato» ( Ap 3,9). Avendo ricevuto come in eredità questo progetto, sono felice di farlo mio – aggiungendo alcune riflessioni – e di proporlo ancora all’inizio del mio pontificato” (Di Te, 3).

Ma, mentre nella Lumen Fidei si possono facilmente distinguere i prevalenti tratti “ratzingeriani” dagli inserti “bergogliani”, nel caso della Dilexi te l’operazione appare al momento quasi impossibile. Se questa ipotesi è corretta, come pare al momento, allora vuol dire che Leone ha fatto propri i disegni di Francesco, ponendo il proprio magistero in continuità col predecessore. Certo, il lungo capitolo terzo, che ripercorre la storia della santità e del servizio ai poveri dal protomartire Stefano a Teresa di Calcutta, è probabilmente opera da un comitato redazionale scelto da papa Prevost, in quanto fra le decine di nomi di santi, di apostoli della carità e di ordini religiosi, non viene citato nessun gesuita, non l’ordine dei Gesuiti, e nemmeno esperienze di servizio ai poveri passate alla storia, come le reducciones sorte nell’odrrtno Paraguay nel XVIII secolo, il che fa supporre che  questo capitolo sia stato in gran parte redatto dopo la morte di Bergoglio.

Se dovessimo riassumere in poche parole (il che francamente sembra quasi impossibile) l’ultradecennale magistero di Francesco, diremmo che Francesco ha rovesciato il paradigma stesso con cui si definisce l’appartenenza alla comunità ecclesiale, e la stessa essenza della Chiesa. Se la parabola del “buon samaritano” è, per Bergoglio, il cuore del messaggio cristiano, tanto da essere al centro della Fratelli tutti e in fondo di tutto il suo magistero, ciò significa che il vero credente, il vero praticante, il vero discepolo di Cristo non è né il levita né il sacerdote (gli uomini del culto e della liturgia), ma – appunto – il samaritano, lo straniero, l’eretico che si è fatto prossimo per la povera vittima dei briganti trovata mezza morta lungo la strada. Prendere sul serio queste parole significa passare dal primato della “retta fede” (ortodossia) al primato della “retta prassi” (ortoprassi), dal primato della partecipazione alla liturgia (che porta i sociologi a indicare come “praticanti regolare” coloro che partecipano regolarmente alla Messa alla domenica e  nelle “feste comandate”) al primato del dono di se stessi ai poveri, che devono essere posti al centro della vita della Chiesa. Non tanto una pastorale per i poveri, ma una scelta di stare con i poveri, mettendo davvero i poveri al centro delle nostre comunità. E si badi, per Bergoglio non si tratta ancora di carità verso i poveri o di lotta per la giustizia contro la povertà – aspetti peraltro centrali nel suo magistero – ma di rovesciare, appunto, l’autocomprensione che la Chiesa ha di se stessa: una comunità che mette Cristo al centro, ma Cristo si rivela, prima ancora che nel pane e nel vino eucaristici, nella carne e nel sangue dei poveri.

Questa vera e propria “rivoluzione magisteriale bergogliana” si trova riassunta potentemente proprio nella Dilexi te, se non fosse che tale documento non reca la firma di Francesco, ma quella di Leone XIV. E questo significa, a giudizio di chi scrive queste note, che Leone intende porsi in continuità (pur nelle differenze di stile e di modi) con questa visione della Chiesa, figlia del Vaticano II e delle scelte pastorali dell’episcopato latino-americano, che Bergoglio ha portato in dono alla Chiesa universale. Leone XIV non solo non era obbligato a riprendere il documento del suo predecessore, ma poteva piegarlo ad altri intenti, o trasformarlo profondamente. Così non è stato: e la scelta di pubblicarlo con la data del 4 ottobre, festa di san Francesco di Assisi, ne è una conferma. Anche Fratelli tutti venne firmata da papa Bergoglio, e proprio ad Assisi, in occasione della memoria del transito di san Francesco, il 3 ottobre 2020.

Negli anni del dopo-Concilio, specialmente in America Latina, le Chiese si posero il problema dei poveri e della povertà. Nell’assemblea dell’episcopato latino americano svoltasi a Medellìn nel 1968, venne decisa l’opzione preferenziale per i poveri come scelta fondamentale della pastorale e della vita delle Chiese del continente. Dal XVI secolo in poi i missionari cattolici erano al seguito dei conquistadores spagnoli ed europei in generale. Certo, annunciarono Cristo ai pagani e molti di loro furono a fianco degli indios per impedirne lo sfruttamento e, come conseguenza, lo sterminio (fra i tanti nomi, il più noto è quello del domenicano Bartolomè de las Casas). Ma comunque l’episcopato latino americano era scelto fra le classi dirigenti degli Imperi coloniali, fra le famiglie altolocate, di fatto appartenevano all’élite che governava il continente (anche se a partire dal XIX secolo, con l’indipendenza dei paesi latino-americani, la massoneria divenne spesso il collante dei centri di potere politici e militari). Il 14 ottobre 2018 è stato canonizzato il vescovo – martire Oscar Romero; ma egli apparve abbastanza isolato anche nel contesto del piccolo episcopato del Salvador, e forse anche questo favorì la sua morte.

La scelta compiuta a Medellin dalla CELAM fu contestuale allo sviluppo di una nota corrente teologica, la “teologia della liberazione”, al centro di numerose polemiche e anche di duri interventi della Santa Sede a causa della sua scelta di utilizzare il metodo storico-critico marxista per analizzare la situazione socio-economica del continente, di rendere strettamente connesse la liberazione sociale e materiale con la liberazione cristiana e sacramentale, e in non pochi casi di appoggiare movimenti di liberazione spesso contigui con la lotta armata di gruppi rivoluzionari. L’elezione, nel 1978,  al soglio di Pietro di un pontefice proveniente dall’Oriente comunista, e quindi giustamente diffidente verso soluzioni ricoluzionarie che potevano alla fine peggiorare la sottomissione e l’emarginazione dei poveri, accentuò il sospetto non solo verso i teologi della liberazione, ma pure verso comunità di base ed azioni pastorali coerenti con la scelta di Medellìn. Nella CELAM del 1980, a Puebla, anche per i decisi interventi di Giovanni Paolo II, l’opzione fonpreferenzialeper i poveri venne confermata, ma con una significativa correzione: opzione preferenziale, ma non esclusiva.

Finita fra le macerie dei “muri” l’esperienza comunista in Europa, la scelta dei poveri e della povertà ha perso ogni (eventuale) riferimento ideologico, ed è stata confermata nel documento finale della   CELAM di Aparecida (2007), documento redatto in gran parte dall’allora arcivescovo Bergoglio, e citato in molti testi di papa Francesco, ed anche in questa Esortazione Apostolica.

Dilexi te, tra l’altro, cita un passo dell’allora celebre e assai discussa  Istruzione sulla teologia della liberazione da parte della allora Congregazione della Dottrina delle fede (1984), di cui era Prefetto il card Ratzinger. Vale la pena citare per intero il n. 98 della Dilexi te. “Un documento, infine, che inizialmente non è stato ben accolto da tutti, ci offre una riflessione sempre attuale: «I difensori della “ortodossia” sono talvolta rimproverati di passività, di indulgenza o di complicità colpevoli nei confronti delle intollerabili situazioni di ingiustizia e dei regimi politici che mantengono tali situazioni. Si richiede da parte di tutti, e specialmente da parte dei pastori e dei responsabili, la conversione spirituale, l’intensità dell’amore di Dio e del prossimo, lo zelo per la giustizia e la pace, il senso evangelico dei poveri e della povertà. La preoccupazione della purezza della fede non deve essere disgiunta dalla preoccupazione di dare, mediante una vita teologale integrale, la risposta di un’efficace testimonianza di servizio del prossimo, e in modo tutto particolare del povero e dell’oppresso».

L’opzione preferenziale per i poveri ritorna più volte in Dilexi Te, come ritorna il tema della liberazione – non solo dal peccato, ma anche dalle strutture di peccato (di cui peraltro aveva già parlato persino Giovanni Paolo II nella Dives in misericordia: il termine “struttura”, come è noto, è proprio dell’apparato concettuale marxista).

Al n. 8 si cita il dialogo fra Dio e Mosé in Esodo,3 (uno dei testi biblici fondamentali per la teologia della liberazione): “ascoltando il grido del povero, siamo chiamati a immedesimarci col cuore di Dio”. E poco più avanti: “La condizione dei poveri rappresenta un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa” (Di Te, 9). Ed infine in modo ancora più esplicito: “si può anche teologicamente parlare di un’opzione preferenziale da parte di Dio per i poveri, un’espressione nata nel contesto del continente latino-americano e in particolare nell’Assemblea di Puebla, ma che è stata ben integrata nel successivo magistero della Chiesa. Questa “preferenza” non indica mai un esclusivismo o una discriminazione verso altri gruppi, che in Dio sarebbero impossibili; essa intende sottolineare l’agire di Dio che si muove a compassione verso la povertà e la debolezza dell’umanità intera e che, volendo inaugurare un Regno di giustizia, di fraternità e di solidarietà, ha particolarmente a cuore coloro che sono discriminati e oppressi” (Di Te, 16).

Sul tema dei poveri e della povertà, Dilexi Te distingue in modo chiaro fra diverse situazioni. In primo luogo, vi è la denuncia, che ritorna più volte nel testo, dello scandalo della povertà, materiale e spirituale, il suo crescere e diffondersi nonostante l’aumento complessivo della ricchezza mondiale (sempre più concentrata in poche mani). La lotta per la giustizia, la lotta alla povertà, la costruzione di una società in cui diminuiscano, e non aumentino, le differenze fra popolo e popolo, fra gruppi e gruppi, fra persone e persone, devono essere prese sul serio, dalla società e dalla Chiesa. Il testo combatte in modo chiaro l’idea (spesso chiamata neo-liberista) secondo cui se aumenta la ricchezza complessiva, chi più chi meno ne beneficiano tutti; la realtà invece è ben diversa, i poveri aumentano, sia in termini di povertà assoluta, sia in termini di povertà relativa (il 14 ottobre 2025 l’ISTAT ha reso noto che in Italia i poveri assoluti sono oltre 5 milioni). Del resto, già Benedetto XVI diceva, in Deus caritas est, che la “lotta per la giustizia” è il principio che deve guidare l’impegno dei cristiani nella vita politica e sociale.

In secondo luogo, occorre che la Chiesa metta al centro i poveri. Non si tratta solo di fare azioni verso i poveri, di fare progetti per i poveri; si tratta di stare con i poveri, di sentire la loro voce, di metterli al centro. Non a caso Francesco ha voluto incontrare più volte in Vaticano i “Movimenti popolari” di tutto il mondo, per dare lui l’esempio di come la Chiesa deve mettersi in ascolto dei poveri, perché nel povero si manifesta il volto di Cristo, così come si manifesta nel sacramenti eucaristico. Occorre da parte della Chiesa una vera e propria conversione, un radicale cambio di mentalità, se la Chiesa vuole essere specchio del suo Signore, “che da ricco che era si fece povero”.

In terzo luogo occorre anche una conversione spirituale da parte di tutti, credenti e non credenti, che non ponga più l’aumento dei beni materiali e delle ricchezze come scopo fondamentale della vita, anche perché tale mentalità porta inevitabilmente a disinteressarsi della sorte degli altri, a non chiedersi quali meccanismi economici consentano a noi, ai relativamente pochi ricchi e benestanti del pianeta, di avere un tenore di vita sempre crescente, sempre più alto, a scapito di milioni di esseri umani.

Una triplice conversione dunque, chiede questa Esortazione Apostolicasull’amore verso i poveri”. Non mancano al proposito taluni aspetti polemici. Le Scritture, ed in particolare la predicazione stessa di Gesù così come raccontate dai Vangeli, ci ammoniscono in continuazione circa la necessità di una autentica scelta evangelica per la povertà, di un deciso distacco dalle ricchezze, che sono un ostacolo insormontabile alla venuta del Regno di Dio. Le Scritture ci ricordano spesso l’amore preferenziale di Dio per i poveri e gli emarginati (la vedova, l’orfano, lo straniero), e le minacce dei profeti e del Signore stesso agli “operatori di iniquità” le conosciamo tutti.

Ora, è vero – e la Dilexi Te lo ricorda spesso –  che la povertà non è solo materiale ed economica, e che esistono tante altre forme di povertà (la solitudine, la malattia, la tossicodipendenza, e tanto altro ancora); ma il testo mette im guardia contro interpretazioni “facili” e consolatorie della Scrittura, che nascondono di fatto l’autentico messaggio cristiano per mettere a posto la nostra coscienza. Citando Evangelii Gaudium (n. 194), in Dilexi Te è scritto, al n. 31: “Quello della Parola rivelata «è un messaggio così chiaro, così diretto, così semplice ed eloquente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ha il diritto di relativizzarlo. La riflessione della Chiesa su questi testi non dovrebbe oscurare o indebolire il loro significato esortativo, ma piuttosto aiutare a farli propri con coraggio e fervore. Perché complicare ciò che è così semplice? Gli apparati concettuali esistono per favorire il contatto con la realtà che si vuole spiegare e non per allontanarci da essa».

Un altro passo polemico riguarda quella che possiamo chiamare la visione neo-liberista, o liberista tout court, della storia e dell’economia. E’ noto come la Dottrina sociale della Chiesa (DSC), anche se forse occorrerebbe più correttamente parlare di Insegnamento, o di Discorso Sociale della Chiesa, abbia da tempo rinunciato sia a porsi come “terza via” fra liberalismo e marxismo, sia a confrontarsi sul piano strettamente teorico con le grandi ideologie novecentesche. Del resto, i tempi sono cambiati rispetto al secolo scorso, e giustamente si modifica, anche se non nei punti fondamentali, la DSC ed il suo sviluppo.

Già dalla Deus caritas est di Benedetto XVI (2005) non è più tempo di discutere principi e conseguenze pratiche dei sistemi socialisti e capitalisti –  l’ultimo grande (e insuperato) confronto teorico lo si legge nella Centesimus Annus di Giovanni Paolo II (1991). Ma proprio per questo la DSC ha recuperato e sottolineato il suo ruolo di critica profetica alle ingiustizie del presente, ruolo sempre presente in tutta la storia della DSC da Leone XIII ad oggi, e giustamente richiamata nel quarto capitolo della Dilexi Te, che meriterebbe un approfondimento a parte. Notiamo solo che, nel lungo elenco di citazioni che partono dalla Rerum Novarum e arrivano alla Dilexit Nos di Francesco, una delle poche citazioni che non riguardano testi di Pontefici romani, sono quelle dedicate al card. Giacomo Lercaro, arcivescovo di Bologna e tra i grandi protagonisti dell’assise conciliare. “Numerosi Padri conciliari, infatti, favorirono il consolidarsi della coscienza, ben espressa dal Cardinale Lercaro nel suo memorabile intervento del 6 dicembre 1962, che «il mistero di Cristo nella Chiesa è sempre stato ed è, ma oggi lo è particolarmente, il mistero di Cristo nei poveri».” (Di Te, 84).

Se la stagione del confronto ideologico fra DSC e le dottrine economiche e politiche coeve è alle nostre spalle, ciò non significa che il magistero della Chiesa si preoccupi solo di invitare i credenti a stare accanto ai poveri e a soccorrerli con le loro sostanze. La critica alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni, agli scandali dell’opulenza indifferente al “grido dei poveri”, così centrale nell’insegnamento dei profeti e di Gesù stesso, non può essere trascurato dalla Chiesa.

Riprendendo e citando Evangelii Gaudium, Dilexi te afferma in modo molto chiaro al n. 92: “È pertanto doveroso continuare a denunciare la “dittatura di un’economia che uccide” e riconoscere che «mentre i guadagni di pochi crescono esponenzialmente, quelli della maggioranza si collocano sempre più distanti dal benessere di questa minoranza felice. Tale squilibrio procede da ideologie che difendono l’autonomia assoluta dei mercati e la speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli Stati, incaricati di vigilare per la tutela del bene comune. Si instaura una nuova tirannia invisibile, a volte virtuale, che impone, in modo unilaterale e implacabile, le sue leggi e le sue regole».  Sebbene non manchino diverse teorie che tentano di giustificare lo stato attuale delle cose, o di spiegare che la razionalità economica esige da noi di aspettare che le forze invisibili del mercato risolvano tutto, la dignità di ogni persona umana dev’essere rispettata adesso, non domani, e la situazione di miseria di tante persone a cui viene negata questa dignità dev’essere un richiamo costante per la nostra coscienza.

La critica al  neo-liberismo (viene quasi citato un celebre passo di Adam Smith) è senza appello: il mercato da solo non risolve, anzi, peggiora la situazione di ingiustizia che caratterizza, oggi più di ieri, il nostro mondo. E tuttavia, non vengono (giustamente!) proposte altre teorie o altre visioni dell’economia e della società. Il ruolo della Chiesa, il compito del magistero della Chiesa, è quello (profetico!) di denunciare le ingiustizie e i mali del mondo, invitando i credenti e le singole persone (studiosi, politici, imprenditori, sindacalisti, movimenti popolari, e cittadini in genere) a correggere e modificare in profondità le strutture e i meccanismi dell’attuale sistema economico-sociale. Certo, i poveri li avremo sempre con noi, i poveri devono tornare ad essere al centro della vita della Chiesa, ma la povertà va combattuta, le strutture ingiuste, le “strutture di peccato”, abbattute.

Le ultime pagine della Dilexi Te sono un riassunto del lungo percorso precedente, con ampie citazioni  della Evangelii Gaudium e della Fratelli tutti. La parabola del “buon samaritano” torna ad essere proposta come il cuore del messaggio evangelico, e non mancano anche in questa quinta parte prese di posizioni polemiche e nette. Citando sempre Evangelii Gaudium, troviamo scritto in Dilexi Te , al n. 114: “Non parliamo solo dell’assistenza e del necessario impegno per la giustizia. I credenti debbono rendere conto di un’altra forma di incoerenza nei confronti dei poveri. In verità, «la peggior discriminazione di cui soffrono i poveri è la mancanza di attenzione spirituale […]. L’opzione preferenziale per i poveri deve tradursi principalmente in un’attenzione religiosa privilegiata e prioritaria».”

E poco più avanti: “C’è chi continua a dire: “Il nostro compito è di pregare e di insegnare la vera dottrina”. Ma, svincolando questo aspetto religioso dalla promozione integrale, aggiungono che solo il governo dovrebbe prendersi cura di loro, oppure che sarebbe meglio lasciarli nella miseria, insegnando loro piuttosto a lavorare. A volte, invece, si assumono criteri pseudoscientifici per dire che la libertà del mercato porterà spontaneamente alla soluzione del problema della povertà. Oppure, persino, si opta per una pastorale delle cosiddette élite, sostenendo che, al posto di perdere tempo con i poveri, è meglio prendersi cura dei ricchi, dei potenti e dei professionisti, cosicché, attraverso di loro, si potranno raggiungere soluzioni più efficaci. È facile cogliere la mondanità che si cela dietro queste opinioni”.

Sappiamo bene che oggi in molte chiese cristiane, e anche fra i cattolici, questa posizione falsamente “compassionevole” trova molti adepti. Non c’è bisogno di scomodare le teorie weberiane sull’origine “cristiano-calvinista” del capitalismo per cogliere in molti discorsi pubblici, anche di chi si dice cristiano, l’idea che chi è povero “se lo merita”, che probabilmente “è colpa sua”, che è certamente doveroso aiutarlo un poco, ma che le strutture sociali ed economiche vanno bene così.

Quanto al cattolicesimo  delle élite, non c’è dubbio che le dure parole del Papa devono mettere in crisi tanti contesti ecclesiali, se non ci si converte alla logica del “buon Samaritano” e non si contribuisce alla costruzione di una società che non abbia nel profitto e nella crescita indefinita, nell’accumulo della ricchezza lo scopo principale della vita personale e sociale, con la conseguente emarginazione di grandi masse popolari, la distruzione della nostra “casa comune”, l’aumento dello scandaloso divario fra chi ha tutto e chi ha nulla,

Tuttavia, il messaggio centrale di questa Esortazione Apostolica non riguarda l’impegno politico e sociale dei credenti, e nemmeno la conversione personale ed ecclesiale alla causa dei poveri. Cose di cui il testo parla in abbondanza, a più riprese, costringendoci tutti ad un serio esame di coscienza personale e comunitario. Ma il cuore del documento è teologico.

La centralità dei poveri nella Chiesa non è solo una questione di impegno caritativo e sociale – ma appunto una questione teologica. Concludiamo citando per intero il n, 110, che a sua volta, al suo interno, riprende parole della Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, e di un’omelia che Francesco pronunciò poche settimane dopo la sua elezione.

Per noi cristiani, la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede. L’opzione preferenziale per i poveri, ossia l’amore della Chiesa verso di loro, come insegnava San Giovanni Paolo II, «è determinante e appartiene alla sua costante tradizione, la spinge a rivolgersi al mondo nel quale, nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche».  La realtà è che i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo. Infatti, non è sufficiente limitarsi a enunciare in modo generale la dottrina dell’incarnazione di Dio; per entrare davvero in questo mistero, invece, bisogna specificare che il Signore si fa carne che ha fame, che ha sete, che è malata, carcerata. «Una Chiesa povera per i poveri incomincia con l’andare verso la carne di Cristo. Se noi andiamo verso la carne di Cristo, incominciamo a capire qualcosa, a capire che cosa sia questa povertà del Signore. E questo non è facile».”

di Guido Campanini, vice direttore ISSRE e consigliere nazionale MEIC