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Mons. Perego: «Una Chiesa e una città rigenerate dalle migrazioni»

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Pubblichiamo qui di seguito l’intervento integrale che monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara-Comacchio e presidente di Cemi e della Fondazione Migrantes della CEI, ha tenuto lo scorso 11 ottobre al Convegno del Meic di Lodi, dal titolo “L’accoglienza comincia dallo sguardo. I rifugiati in un mondo senza pace”.

Nel suo ampio discorso, Perego ha definito le migrazioni come uno dei fenomeni più significativi e trasformativi del nostro tempo, capace di “rigenerare” città e comunità cristiane. Ha evidenziato come la mobilità umana non sia solo un fatto sociale, ma anche un “segno dei tempi” da leggere alla luce della fede: un’occasione di incontro, dialogo e rinnovamento per la Chiesa e per la società.

Richiamandosi alla Gaudium et spes, a Fratelli tutti e a tutta la tradizione cristiana — dai Padri della Chiesa fino a Papa Francesco — l’arcivescovo ha proposto uno “stile di fraternità” come risposta alla sfida migratoria. Ha ricordato che l’accoglienza dello straniero è parte integrante dell’annuncio evangelico e che i migranti, se integrati, rappresentano una benedizione e una risorsa di fede per le comunità.

Infine, Perego ha invitato a superare paure e indifferenza, promuovendo una “cultura dell’incontro” e una cittadinanza intesa non solo come atto giuridico ma come atto di cultura e di fraternità, capace di costruire una società e una Chiesa realmente inclusive, dove — citando San Paolo — “non ci sono stranieri né ospiti, ma concittadini e membri della stessa famiglia di Dio”.


Un cordiale saluto a tutti e grazie per questo invito, gradito anche per la mia esperienza a Cremona come assistente diocesano del Meic, ma soprattutto perché questo Convegno che ha al centro le migrazioni, la mobilità umana, in particolare il mondo dei rifugiati, avviene nella terra e nella Chiesa della Santa Francesca Cabrini, la maestra ‘fragile di salute’ che ha attraversato più volte l’Oceano Atlantico, la patrona degli emigranti, la prima Santa cittadina statunitense, e in un triangolo  ecclesiale che ha visto protagonisti nella cura dei migranti oltre Santa Cabrini, Il Vescovo di Piacenza San Giovanni Battista Scalabrini e il Vescovo di Cremona Geremia Bonomelli.

  1. Le migrazioni ‘cambiano’, rivoluzionano la vita

La mobilità delle persone, che diventa occasione d’incontro tra persone e popoli, è senza dubbio uno dei fenomeni più importanti in ogni epoca e anche nella nostra storia. Oggi, infatti, 300 milioni di persone si muovono: 180 milioni alla ricerca di sicurezza o di un benessere per sè e per la propria famiglia, perché affamate o sfruttate, perché incapaci di trovare un lavoro o di mettere a frutto la propria professionalità; 120 milioni fuga da 56 guerre in atto, da 100 disastri ambientali degli ultimi anni, da persecuzioni politiche e religiose o sfollati in aree dei propri Paesi, in cerca di una protezione internazionale. In Italia si tratta di 5 milioni e 300 mila persone immigrate, di 200 nazionalità diverse, con una piccola componente di richiedenti asilo (circa 100.000), di ucraini con una protezione temporanea (140.000) e di rifugiati (150.000). La popolazione immigrata oggi nel nostro Paese proviene da 200 nazionalità diverse (‘pluricentrica’), con 140 lingue diverse e culture diverse (‘multiculturale’). Il 51% degli immigrati in Italia è donna.

La mobilità sta modificando profondamente le nostre città, la nostra comunità ecclesiale, i luoghi quotidiani della nostra vita.

L’immigrazione ‘cambia’ la vita, strutturando diversamente la vita delle città, delle famiglie e delle persone. Diversi sono gli ambiti in cui emerge immediatamente il ‘cambiamento’, quasi una ‘rivoluzione’. Anzitutto il mondo del lavoro nei diversi ambiti, dove il lavoratore migrante è speso sfruttato, precarizzato, insicuro. Il mondo familiare, non solo per la crescita di famiglie migranti, in seguito ai ricongiungimenti familiari o alle fughe di famiglie da situazioni drammatiche, ma anche per le famiglie miste sempre più numerose, i figli di queste famiglie migranti e miste che costituiscono una frontiera complessa, suggestiva e promettente della convivenza tra persone di diverse tradizioni culturali e religiose. Il cambiamento che le migrazioni generano tocca anche la scuola, con la crescita di studenti migranti dalla scuola dell’infanzia all’Università.

Non solo cambiano alcuni luoghi di vita: Cambia la città. Le migrazioni alimentano ulteriormente il fenomeno dell’urbanesimo, con la nascita di grandi città, nuovi quartieri e causa di profonde trasformazioni e spesso, se troppo rapido e non controllato, di gravi squilibri demografici, economici, sociali, culturali e anche di costume. Il 2009 ha rappresentato un momento importante nella storia dell’urbanizzazione: la popolazione residente nelle città ha superato quella che vive nelle campagne, 3,42 miliardi contro 3,21 (United Nations, Population Division, 2010). Ogni giorno la popolazione urbana aumenta di 180.000 persone e, secondo le stime, nel 2030, si avvicinerà ai 5 miliardi, su un totale di poco più di 8. Nei paesi meno sviluppati, e soprattutto in Africa e Asia, un’ampia quota della popolazione urbana (tra il 43% e il 78%; in termini assoluti, più di un miliardo, con una tendenza all’aumento che fa stimare un raddoppio al 2030) vive nelle baraccopoli (slum, bidonville, favelas…). Queste sono insediamenti marginali, informali e non pianificati, privi di servizi, considerati irregolari per mancanza di titoli legali di proprietà, che sono spesso diventati l’unica opportunità abitativa delle fasce più deboli.

Le migrazioni cambiano anche la comunità cristiana, la parrocchia. L’immigrazione nelle diverse Nazioni porta ad incontrare l’esperienza di fede di cattolici provenienti dai diversi Paesi del mondo, ma anche ad incontrare cristiani di altre Chiese, persone senza una fede o di religioni diverse. Una ricerca pubblicata nel 2022 ,Quando gli immigrati vogliono pregare2, promossa dal Centro studi Confronti e dalla Fondazione Basso, approfondisce questo composito panorama con riferimento alla Lombardia, che è, d’altronde, la regione italiana che accoglie il maggior numero di immigrati e di comunità religiose di origine straniera. I circa 930.000 immigrati cattolici si radunano in circa 1000 comunità di altra lingua e cultura, con i loro presbiteri e formano nuovi luoghi aggregativi, dove si coniugano evangelizzazione e promozione umana. I preti che provengono da altre Chiese del mondo in Italia sono circa 3000, il 10% di tutti i presbiteri. In alcune regioni questa presenza raggiunge il 15% del presbiterio (Marche, Toscana, Lazio); in almeno 20 diocesi italiane diocesi italiane entro il prossimo decennio i presbiteri provenienti da altri Paesi saranno tra il 70 e l’80% del presbiterio. Mediamente in una parrocchia di 3000 abitanti ci sono 200-300 persone migranti. Intorno alle comunità si sviluppano attività comunitarie, reti di mutuo aiuto, servizi educativi importanti e che favoriscono inclusione sociale ed ecclesiale. Del resto, anche la storia delle nostre missioni cattoliche, nate dall’intuizione di due grandi pastori come il Santo Gian Battista Scalabrini, Vescovo di Piacenza, e il Vescovo di cremona Geremia Bonomelli, insegnano che non si può tenere disgiunto il cammino di fede dalla vita delle persone, come si può leggere dai bellissimi interventi dei due Pastori all’Esposizione nazionale di Torino del 1898. Il cammino delle comunità di altra lingua e il cammino delle parrocchie/unità pastorali non sono due cammini paralleli, ma un unico, diverso cammino nella Chiesa locale, contaminandosi a vicenda. La recente ricerca dell’Istituto Toniolo sulla fede dei giovani dimostra come nel mondo giovanile migrante c’è una qualità più alta della preghiera rispetto ai giovani italiani. Quando Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale del migrante di quest’anno parla dei migranti cattolici come dei missionari di speranza, segnala la risorsa di fede dei migranti per il futuro delle nostre città e comunità cristiane. Il Sinodo delle Genti della Chiesa di Milano è stato un segno importante di come non si possa contare su questa risorsa migrante per il futuro delle città e delle Chiese.  L’esperienza cristiana di migranti di altre Chiese sta arricchendo anche il confronto e il dialogo ecumenico che sta diventando, come suggeriva il decreto conciliare Unitatis redintegrazio, dialogo della vita più che delle idee. Le 1000 chiede cattoliche in Italia in cui celebrano comunità ortodosse rumene, ucraine, moldave e russe ne sono una dimostrazione concreta. Come sono una dimostrazione concreta le esperienza di preghiere insieme tra le cosiddette ‘badanti’, assistenti alle persone, e gli anziani e i minori che assistono. Abbiamo realizzato come Migrantes alcuni anni fa con le edizioni Paoline una collana di libri bilingue di preghiere insieme tra donne ortodosse e anziani e donne filippine e anziani. Anche l’esperienza comunitaria e di fede delle altre religioni dei migranti (in particolare islamica, induista, sik e buddista). Purtroppo, nel dialogo religioso, che trova nella dichiarazione conciliare Nostra Aetate il suo riferimento fondante, soprattutto nell’uso del termine ‘fratello’ per tutti i fedeli delle altre religioni, vi è “un pregiudizio ideologico che impedisce di cogliere adeguatamente il ruolo della religione nei processi migratori e di integrazione”, come ha segnalato una ricerca del 2020 dell’Università Cattolica dedicata al rapporto tra migrazioni e religioni (Migrations and religious belongings). L’identità religiosa dei migranti deve spesso scontrarsi con le visioni stereotipate che aleggiano nell’opinione pubblica, sia nel caso dei migranti musulmani, sia in quello dei migranti cristiani, che sperimentano con sofferenza e amarezza la scarsa familiarità degli italiani nei riguardi di tradizioni religiose diverse da quella romano cattolica. Una sofferenza che può tramutarsi in frustrazione, risentimento, autoisolamento quando il mancato riconoscimento della loro identità religiosa. Mentre la cooperazione interreligiosa, oltre che essere da supporto all’integrazione dei migranti, può svolgere un ruolo prezioso nella costruzione di una società coesa e nella stessa governance globale delle migrazioni.

La parola cambiamento non rende sufficientemente ciò che le migrazioni stanno suscitando. In realtà le migrazioni stanno rigenerando le nostre città e comunità, sollecitandole a ripensare se stesse, il loro linguaggio, il loro stile di vita.

2. La lettura di fede delle migrazioni

Come leggere “con gli occhi della fede”, come Chiesa, questo ‘fenomeno’ così esteso e così complesso, che sta rigenerando città e Chiesa, quale si presenta la mobilità?

2.1 Il ‘segno’ delle migrazioni.

Nella costituzione conciliare Gaudium et spes, si ricorda che «è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche» (GS, n. 4). Più oltre, un brano spiega in cosa consiste questo procedimento spirituale: «Il popolo di Dio, mosso dalla fede con cui crede di essere condotto dallo Spirito del Signore che riempie l’universo, cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio» (GS, n. 11).

La mobilità e l’incontro tra popoli, la ‘diaspora’ di molte persone e famiglie è certamente un ‘segno dei tempi’ – come ha ricordato Benedetto XVI nel messaggio della 92° Giornata del Migrante e del Rifugiato del 2005 e ha ripetuto più volte Papa Francesco -, perché genera l’incontro tra popoli, il confronto, lo scambio culturale, il dialogo religioso. Un confronto, uno scambio, un dialogo e un incontro non solo teorico, ma pratico, costruito su nuove relazioni, su nuove prassi: un incontro che fa ripensare la comunità. Papa Francesco nell’esortazione Amoris laetitia ha sottolineato che “l’attenzione dedicata tanto ai migranti quanto alle persone con disabilità è un segno dello Spirito. Infatti entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono specialmente in gioco il modo in cui si vive oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione delle persone fragili” (A.L. 47). Nell’enciclica Fratelli tutti, Papa Francesco ha parlato di migrazione come una ‘benedizione’, cosa ripetuta da papa Leone XIV.

In questo senso, l’immigrazione diventa un “luogo teologico” per un rinnovato cammino di Chiesa: un ‘fatto’, un ‘avvenimento’ attraverso il quale ripensare l’identità cristiana ed ecclesiale, con la fantasia di proposte e scelte nuove che orientino il pensiero e l’agire dei cristiani nelle città; un ‘fatto’ attraverso il quale si sottolinei non solo la ‘differenza’ tra persone e culture e religioni diverse, ma anche l’uguale dignità umana. Differenza e uguaglianza che, per la fede cristiana, portano a costruire un cammino di ricerca e di dialogo dentro il mistero dell’unica salvezza e dell’Unico Salvatore, per una Chiesa, tra l’altro, chiamata ad essere ‘sacramento di salvezza’.

Un luogo del quotidiano, uno dei luoghi del confine, del limite che, come Chiesa, siamo chiamati ad abitare è, dunque, quello della mobilità e delle migrazioni. Gli Orientamenti pastorali della CEI per il decennio scorso indicavano nell’immigrazione una delle “più grandi sfide educative” per la Chiesa e per il Paese, che mostrano talora distanze e paure rispetto alle persone migranti. “L’opera educativa – continuano – deve tener conto di questa situazione e aiutare a superare paure, pregiudizi e diffidenze, promuovendo la mutua conoscenza, il dialogo e la collaborazione” (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, 2010, n. 14). Dalla conoscenza, dal dialogo cresce la collaborazione che si manifesta in gesti e opere di accoglienza e solidarietà, di condivisione di un’esperienza che nasce nella sofferenza che, purtroppo, spesso continua nel viaggio e nei luoghi di destinazione.

3. La prossimità migrante chiede fraternità

3.1La mobilità che cambia Chiesa e città, che ci è prossima, vicina chiede uno stile rinnovato ai cristiani, lo stile della fraternità.

E’ uno stile che impariamo dai racconti evangelici, lo stile di Gesù. Luca, legge la storia di Gesù dentro un viaggio, un cammino, con numerosi incontri. Marco e Giovanni sottolineano molto il valore di questi incontri e relazioni, soprattutto con gli ultimi: i bambini e le donne, gli stranieri, i malati, i samaritani. La parabola del buon Samaritano, come ci ha ricordato Papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti, può essere considerata l’icona dell’amore allo straniero: un uomo in viaggio, si preoccupa di un altro viandante. La parabola è anche l’icona di una quotidianità assente rispetto alla novità, allo straniero, a chi non si conosce. Come, invece il racconto di Emmaus (Lc 24,13-35), ancora una volta, segnala come Dio si nasconde nel forestiero. In questa storia riconosciamo immediatamente la condizione di ‘viandante’ degli apostoli (Paolo) e dei diaconi (Filippo), ma anche l’attenzione a superare la distinzione tra le persone, stranieri o meno, dentro un tema nuovo: la fraternità universale. In questo senso, possono essere lette le parole degli Atti (10-11) che superano la distinzione tra puro e impuro, ma soprattutto le parole di Paolo ai Romani (cc 2,3,5,8) e ai Galati: “Quanti siete stati immersi in Cristo vi siete vestiti di Cristo: non c’è giudeo né greco, non c’è schiavo né libero, non c’è maschio né femmina; tutti voi, infatti siete uno in Cristo Gesù” (3,26-28). Paolo non nega le differenze, ma afferma piuttosto la “differenza cristiana” nel considerare le persone. Un tema questo che viene ripreso anche nel biglietto a Filemone, in cui si parla di uno schiavo, Onesimo, da considerare fratello, familiare: un testo considerato nella storia del diritto “la prima dichiarazione dei diritti umani”.

3.2 La letteratura patristica è ricca di testimonianze e di insegnamenti sull’accoglienza dell’altro: un’antologia preziosa da conoscere che ricorda come il mio spazio di vita e di mondo vada condiviso con tutti, anche se riconosciamo già in questa letteratura rischi nazionalistici (Taziano, Tertulliano). Tra le opere più note ricordiamo la lettera A Diogneto, della fine del II secolo, dove si nota che i cristiani non solo si amano tra loro (1,1), ma amano tutti (5,11): Nella stessa linea Ignazio d’Antiochia (+ 107), nella lettera ai cristiani di Efeso e di Tralli e Giustino, filosofo e martire (1 Apologia, 15,9). Aristide di Atene (+140) è ancora più esplicito: “i cristiani se vedono uno straniero, lo conducono in casa e gioiscono con lui come con un fratello” (Apologia, 15,7).

3.3 Le figure dei papi Leone Magno (390-461) e Gregorio Magno (540-604), come ha ricordato anche Benedetto XVI nell’enciclica Deus caritas est, ci richiamano il coraggio di incontrare i nuovi popoli, ‘i barbari’. Solo l’incontro apre all’evangelizzazione.

3.4 Il monachesimo orientale (Basilio, +379) e occidentale (Cassiano, 360-435 e Benedetto, 480-537) – come ricordato da papa Francesco nell’esortazione Gaudete et exultate – pensano il monastero come luogo d’incontro, di accoglienza del ‘forestiero’ (foresteria). Nessuno rimane fuori, è escluso.

3.5 Francesco d’Assisi (1182-1226) e i suoi frati in cammino dimostrano il valore importante dell’incontro, anche con il mondo islamico. E’ importante, sul piano della “ragionevole relazione”, di fronte a due approcci diversi al mondo islamico – le crociate e il mondo dei frati mendicanti – ammettere che nei paesi africani e del Medio Oriente sono rimasti – rispettati e considerati – non gli eredi delle crociate, ma i frati francescani. Tommaso d’Aquino (1225-1274) e la Scolastica riconoscono nei commenti filosofici di Averroè (1126-1198) e nei testi del mondo islamico un luogo culturale importante per rinnovare il ‘metodo teologico’, riscoprendo l’aristotelismo.

3.6 La scoperta dell’America e le conquiste ribaltano il concetto di straniero: lo straniero non è il debole, da accogliere. Lo straniero è il ‘conquistatore’, il ‘colonizzatore’. L’identità diventa pretesa, diventa eliminazione, schiavitù delle persone e dei popoli dove si sbarca. Per 50 anni si riterrà che gli indios possono essere sfruttati, schiacciati perché non hanno un’anima.  Saranno uomini come il domenicano Bartolomeo de Las Casas (1484-1566) a iniziare una battaglia sociale che porterà al riconoscimento della dignità umana degli indios, teorizzata dalla scuola di Salamanca, nel 1538, con il teologo domenicano Francesco de Vitoria (1483-1546). Inizia una storia dove da una parte l’emigrazione è colonizzazione, distruzione, sfruttamento. Una stagione non ancora finita. Ma inizia anche nella teologia una storia di riflessione sui diritti umani, sulla precedenza del diritto sulla violenza, sulla giustizia. Ne è prova anche la storia dei gesuiti nel Paraguay, ma anche di Matteo Ricci (1552-1610) in Cina. La cattolicità comprende l’estraneità.

3.7 Nel ‘700, dal riconoscimento della dignità di ogni uomo si passa a riconoscerne i diritti fondamentali: la Costituzione americana, la Costituzione francese. Nella Chiesa la riflessione sui diritti umani è avviata per primo in Italia dall’abate Nicolò Spedalieri (1740-1795), che aprirà la strada, nell’ ‘800, a un intransigentismo e a un liberalismo che, insieme, accompagneranno la nascita, con la Rerum novarum di Leone XIII (1891), della dottrina sociale della Chiesa, dove il tema delle migrazioni e della tutela della dignità del migrante è ribadita dentro una dottrina della giustizia sociale.

3.8 Nel ‘900, paradossalmente segnato da due guerre mondiali, da fenomeni gravi di razzismo e di discriminazioni razziali e religiose (ebrei, zingari, cristiani, islamici, ma anche omosessuali…), ma da almeno 100 guerre continentali e nazionali, da distruzioni di massa, cresce la mobilità, e con essa anche il riconoscimento del diritto internazionale, che porta a una grande azione ecclesiale a favore dei profughi e rifugiati. Al centro del ’900 c’è la Carta dei diritti umani dell’ONU del 1948: “risultato di una convergenza di tradizioni religiose e culturali, tutte motivate dal desiderio di porre la persona al centro delle istituzioni” – come ha ricordato Benedetto XVI nel 2008, nel discorso all’ONU – che non può essere limitata da una “concezione relativistica, secondo la quale l’interpretazione dei diritti potrebbero variare, e la loro universalità verrebbe negata in nome di contesti culturali, politici, sociali e persino religiosi differenti”.

3.9 Il Magistero sociale del ‘900 vede al centro il Concilio Vaticano II (1963-1965), che fa da spartiacque tra una dottrina sociale fortemente connessa ai diritti dei lavoratori e una dottrina sociale che è connessa ai diritti umani. Se prima del Concilio già Pio XII nel documento “Exsul familia” (1952) sottolineava “Il diritto di ogni persona ad emigrare fondato sulla natura stessa dell’uomo”, il documento conciliare Gaudium et spes parla dell’ospitalità come di un ‘luogo teologico’. Durante il Concilio Vaticano II era stata costituita una sottocommissione apposita con l’incarico di redigere un testo da sottoporre ai Padri Conciliari. Presto, però, ci fu la consapevolezza che non era possibile presentare un documento sull’emigrazione e si preferì distribuire il materiale preparato in diversi documenti, oltre che nella Gaudium et spes, dove si ricorda:“Né va sottovalutato che moltissima gente, spinta per varie ragioni ad emigrare, cambia il suo modo di vivere. In tal modo, senza arresto si moltiplicano i rapporti dell’uomo coi suoi simili, mentre a sua volta questa « socializzazione » crea nuovi legami, senza tuttavia favorire sempre una corrispondente maturazione delle persone e rapporti veramente personali, cioè la « personalizzazione »”(Gaudium et spes, 6).

3.10 Papa Francesco, nel suo Magistero, ci ha riproposto questo stile.

Proprio a partire dalla fraternità Papa Francesco, attento ai migranti già nei suoi primi gesti, quali la visita a Lampedusa e la visita al centro Astalli di Roma, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium ha voluto sottolineare anche a partire dall’ accoglienza ai migranti la consonanza tra confessione della fede e impegno sociale: “Questo indissolubile legame tra l’accoglienza dell’annuncio salvifico e un effettivo amore fraterno è espressa in alcuni testi della Scrittura che è bene considerare e meditare attentamente per ricavarne tutte le conseguenze (…): «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)” (n. 179). La novità di questo pensiero non sta nella denuncia del grido che sale inascoltato dalle immense sacche di povertà che ancora esistono nella famiglia umana, ma nel fatto che “la Chiesa ha riconosciuto che l’esigenza di ascoltare questo grido deriva dalla stessa opera liberatrice della grazia in ciascuno di noi, per cui non si tratta di una missione riservata solo ad alcuni” (n. 188); “la solidarietà è una reazione spontanea di chi riconosce la funzione sociale della proprietà e la destinazione universale dei beni come realtà anteriori alla proprietà privata” (n. 189). È un appello alla responsabilità personale, per cui tutti ci sentiamo impegnati a promuovere il bene comune universale, consapevoli che «la pace si fonda non solo sul rispetto dei diritti dell’uomo, ma anche su quello dei diritti dei popoli»” (n. 190).

In questa linea, possiamo allora comprendere l’attenzione particolare del Papa per le persone più fragili e vulnerabili, tra le quali compaiono anche rifugiati e migranti: “I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali” (n.210). Poi, mettendo a fuoco la preoccupante condizione di milioni di persone vittime della tratta e del traffico di esseri umani, il Papa scrive: “Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hanno le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta” (n. 211).

Entrando nella quotidianità Papa Francesco ha affidato all’Esortazione Evangelii gaudium un passaggio significativo in relazione a una città che assume la sfida dell’accoglienza e dell’inclusione sociale dei migranti : “Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!” (n. 210). In questo invito si colloca anche la proposta all’Angelus di domenica 6 settembre 2015: ogni parrocchia, ogni istituto religioso, ogni monastero, ogni santuario ospiti una famiglia di migranti”. Questa proposta è stata accompagnata nel 2018 dalla consegna di quattro verbi – accogliere, tutelare, promuovere e integrare – che indicano la strada da percorrere nella vita ecclesiale e sociale, a livello nazionale e internazionale, accompagnati da un Magistero sociale che ci fa guardare i migranti a partire dal lavoro, dalla casa, dalla scuola, dalla pace, dallo sviluppo, dall’ambiente: un nuovo lessico che chiede una nuova responsabilità cristiana a fronte  del fatto che “i migranti forzati, che rappresentano in questo momento un grido nel deserto della nostra umanità” (Discorso alla Curia Romana, 2019). In questa direzione va anche l’ enciclica Fratelli tutti, che legge nella fraternità il segno dei tempi anche alla luce della mobilità crescente. L’enciclica parla di migrazioni in 22 passaggi. Una forte immigrazione segna sempre e trasforma la cultura di un luogo, ma è “Una benedizione”: “immigrati, se li si aiuta a integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere» (F.T. 135, che citando un passaggio della conversazione con un giornalista argentino: Latinoamérica. Conversaciones con Hernán Reyes Alcaide, Ed. Planeta, Buenos Aires 2017, 105).

In conclusione

Se riconosciamo la prossimità migrante con uno stile di fraternità le città non si chiudono, non si generano conflitti e violenze, discriminazioni, ma le città in cui vivono da stranieri i cristiani – come scrive la lettera a Diogneto – si rigenerano, hanno una nuova vita. La vera sfida allora è multiculturale, interculturale, interreligiosa per costruire una città diversa, una città che sappia effettivamente portar dentro la città i migranti. Come abbiamo portato in città tutti coloro che erano esclusi dagli anni ’50, le prostitute con la Merlin, agli anni ’70 i carcerati con la legge Gozzini e i malati di mente la legge Basaglia.

Questa è la vera sfida che passa anche attraverso una politica diversa, una governabilità diversa, passa attraverso “una cultura dell’incontro” e passa anche attraverso una intelligenza nella fede che aiutino a leggere le migrazioni come “un segno dei tempi”, come disse Benedetto XV e ha ripetuto Papa Francesco nella “Fratelli tutti” e nella Bolla del Giubileo, Spes non confundit.

E nelle città le comunità cristiane sono chiamate ad essere segno di quella comunione e condivisione che gli Atti degli Apostoli ci hanno consegnato come stile. Occorre affrontare le sfide dell’immigrazione non solo sul piano degli interventi caritativi ed emergenziali, ma anche e soprattutto su quello educativo, culturale e pastorale, affinché si pongano le condizioni di quel “vivere insieme”, principale obiettivo da perseguire di fronte all’attuale fenomeno migratorio. In questo senso, “la cittadinanza non è solo atto giuridico che si trascrive in un registro, è un atto di cultura” (Benedetto XVI). In questo senso, la cittadinanza è un passaggio fondamentale nella direzione che porta ad una società partecipativa, interculturale, ove la diversità, le diverse culture e religioni, non devono semplicemente tollerarsi, ma, nel dialogo, convivere in un processo d’integrazione che sia di arricchimento reciproco, pur nel rispetto delle peculiarità tipiche delle proprie identità d’origine. Il modello è quello della “convivialità delle differenze” (CEI, Educare alla legalità, 1991, n. 13). In questo senso la qualità non solo della democrazia, ma anche della comunione ecclesiale, delle nostre comunità si misura anche nella qualità della cittadinanza, come luogo di crescita del bene comune – da una parte – e della fraternità dall’altra. Tutto questo chiede un cammino insieme, sinodale tra comunità di altra lingua e comunità di antica tradizione, tra giovani di diverse culture e generazioni, con lo stesso obiettivo di costruire una città da abitare e una Chiesa come fraternità, ricordando l’invito dell’apostolo Paolo alla comunità di Efeso (2,9): “né stranieri, né ospiti… concittadini e della stessa famiglia di Dio” .

Solo uno sguardo diverso sul presente e sul futuro rigenera la nostra Chiesa e la nostra città e aiuta a evitare indifferenza e impotenza, come ci ha ricordato il 2 ottobre scorso Papa Leone XIV: “Uno degli ostacoli che spesso sorgono quando si affrontano difficoltà di tali dimensioni – parlava dei rifugiati nel mondo -è l’atteggiamento d’indifferenza da parte sia delle istituzioni sia degli individui. Il mio venerabile predecessore ha parlato di “globalizzazione dell’indifferenza”, laddove ci abituiamo alle sofferenze degli altri e non cerchiamo più di alleviarle. Ciò può portare a quella che in precedenza ho definito “globalizzazione dell’impotenza”, quando rischiamo di diventare immobili, silenziosi e forse tristi, pensando che non si possa fare nulla quando ci troviamo dinanzi alla sofferenza di innocenti”.