Lo scorso 13 febbraio Maurizio Ambrosini, vicepresidente del Meic, ha pubblicato una sua riflessione, sul cartaceo e sull’online di Avvenire, dove analizza le incongruenze della politica italiana in materia di immigrazione per lavoro. Se da un lato il governo ha costruito gran parte della sua agenda sulla chiusura dei confini, dall’altro ha autorizzato il più grande piano di ingressi per lavoratori in Europa, con 452.000 permessi in tre anni, oltre a 10.000 aggiuntivi per il settore domestico-assistenziale.
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Ambrosini evidenzia quello che definisce un “paradosso illiberale”: mentre si dichiara la volontà di limitare gli ingressi, di fatto si aprono le porte per necessità economiche, seppur con un sistema inefficiente. In particolare, critica il meccanismo dei click-days, una vera e propria lotteria digitale che favorisce chi ha una connessione più veloce e che, a distanza di vent’anni dalla legge Bossi-Fini, non ha mai funzionato in modo efficace.
La priorità data alla sicurezza e ai rimpatri ha reso il sistema farraginoso, escludendo potenziali lavoratori e bloccando le richieste per mesi in alcuni Paesi come Bangladesh, Pakistan e Sri Lanka. Il risultato è un processo lento e macchinoso: secondo la campagna Ero straniero, nel 2024 solo il 7,8% delle quote di ingresso ha effettivamente portato a permessi di soggiorno e impieghi regolari, un dato in calo rispetto al 2023.
L’autore propone quindi una riforma radicale: abolire i click-days, stabilire una lista delle professioni con carenza di manodopera e consentire ai datori di lavoro di assumere direttamente dall’estero, come avviene in altri Paesi europei. Inoltre, suggerisce di ripristinare il sistema dello sponsor e di introdurre un contributo per i datori di lavoro, destinato agli enti locali per favorire l’integrazione. In sintesi, Ambrosini invita a superare l’ideologia e ad adottare un approccio più pragmatico per rispondere alle reali esigenze del mercato del lavoro.



