Si è tenuto lo scorso 29 gennaio, a Potenza, presso il Parco del Seminario – in via Marconi – l’incontro organizzato dal gruppo diocesano del Meic di Potenza sul tema “Fine vita o il fine della vita?”.
Ad intervenire S.E. monsignor Francesco Sirufo, arcivescovo di Acerenza e il dott. Marcello Ricciuti, direttore responsabile dell’Hospice Ospedale San Carlo di Potenza. A coordinare i lavori il professor Piero Bongiovanni, delegato regionale del Meic Basilicata.
Il dibattito è stato incentrato sui temi, estremamente attuali, della discussione sociale e politica italiana sul fine vita, soprattutto alla luce di quanto poi sarebbe avvenuto pochi giorni dopo in Toscana, dove appunto è stata approvata la prima legge che regolamenta, a livello regionale, le procedure circa l’accesso al suicidio medicalmente assistito.

Pubblichiamo di seguito le relazione di monsignor Sirufo e di Marcello Ricciuti
Monsignor Sirufo:
Declaratio terminorum o “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Cosa intendiamo per vita e in particolare vita dell’uomo? Cosa o chi intendiamo per uomo? Cosa pensiamo della sua essenza e identità? Da questo dipende anche l’incontro di questa sera. Poiché se ognuno di noi ha un concetto totalmente diverso di uomo/umanità, senza possibilità reale di dialogo e confronto, potrebbe essere una perdita di tempo per tutti, anche per me. Mi stupisco quando mi invitano per porgere una riflessione perché io sono molto impertinente e non politicamente corretto. Sono alunno dei gesuiti di prima: occorre dichiarare sempre in anteprima i termini di chi porge una riflessione, cosicché non si abbiano poi equivoci o delusioni.
Mi ha riferito un insegnante che prima di Natale scorso un bambino di nove anni ha posto questa domanda: “Maestra, ma se noi dobbiamo morire perché siamo nati?”. Fenomenale. Un bambino si chiede ciò che da millenni l’umanità si chiede e a cui ha sempre voluto dare una risposta nel senso razionale e nel senso religioso. Stupisce la domanda di un bambino, quando oggi studiosi e scienziati, pensatori e governi, masse massificate di consumatori e compratori non se la fanno più, eludono la domanda. Eppure fin dai primordi l’essere umano, detto oggi in modo diminutivo e deprezzante anche “scimmia nuda”, nel momento in cui ebbe coscienza di sé, si pose subito la domanda cruciale, fondamentale, assoluta: chi sono? Da dove vengo? Dove vado? Che ci sto a fare? Sono un conglomerato di materia biologica come tutti gli esseri viventi su un pianeta puntino nell’immenso universo? E poi l’universo che cos’è? E il mondo terreno: questa zolla che tanto ci fa feroci? Come ha scritto qualcuno. Dobbiamo dare le risposte, siamo costretti alle risposte perché siamo obbligati alle domande. Abbiamo il pensiero, frutto della ragione. Abbiamo la mente che ricorda ed elabora, abbiamo un qualcosa che trascende il nostro agglomerato biologico di cui pure siamo ben coscienti? Siamo fatti per pensare, per scegliere, per essere responsabili di noi stessi e di ciò che ci circonda.
Ma, in fondo ci siamo voluti noi o ci ha voluto un altro più grande di noi? Ci siamo evoluti noi o ci ha fatto evolvere qualcun altro? Vediamo in noi una grande somiglianza con gli altri viventi, ma nello stesso tempo sentiamo in noi un’enorme, indescrivibile differenza. Il corpo lo vediamo simile, ma ci sentiamo inconfondibilmente distanti dagli altri esseri viventi, anche quelli più simili a noi biologicamente: d’altronde, diciamolo francamente, non abbiamo mai visto un gruppo di cani, cavalli, delfini, scimmie che, costituitosi in un Movimento Ecclesiale d’Impegno Culturale, organizza una conferenza sul fine vita o il fine della loro vita.
Non possiamo considerare la nostra vita come un assurdo segmento incomprensibile: non ci riusciamo, non ci basta, non è nella nostra razionalità. Tutti noi vogliamo vivere, ne siamo coscienti. Non possiamo vivere noi stessi come un prodotto senza origine e senza finalità:potremo non pensarci, potremmo avere alibi, potremmo avere delle convinzioni che si appiattiscono solo sul fatto presente, ma in fondo siamo però consapevoli che è solo un trucco,un’escamotage, per sfuggire alla domanda di senso e significato. D’altronde anche gli esseri viventi lottano per la sopravvivenza del singolo esemplare o del branco o della loro specie. Non lo sanno perché, ma hanno dentro una potenza istintuale che li porta a lottare, fanno di tutto per un cucciolo o un singolo debole, lo abbandonano soltanto quando percepiscono chenon si può fare più niente, e per salvare il branco, poiché in loro vige la legge della sopravvivenza e del più forte, per salvare il branco, contro circostanze naturali avverse o contro i nemici.
Quando la cosiddetta “scimmia nuda” alzò la testa al cielo e si accorse di essere e di esserci, si accorse anche che prima non c’era, che nel presente c’era, che in futuro non ci sarebbe stata: la morte. Iniziò la domanda sull’essere e il non essere. Non poté crederci che il suo pensiero, la sua autocoscienza, sarebbero finiti. Ormai, superato l’istinto oltre l’istinto, non poté credereche il suo essere umano pensante si sarebbe estinto. Comprese che un soffio, che non dipendeva da se stesso, dava vita alla polvere di terra che era il suo corpo e che doveva fare di tutto per conservare quel soffio, che veniva dall’alto e che all’alto doveva ritornare: bisognava conservarlo ad ogni costo, che era unito al corpo, che bisognava curare quanto più, fino a che il soffio ritornasse da dove il qualcun Altro glielo aveva mandato o donato.
E cercò l’archè, il principio, e cercò il tèlos, il fine, la finalità dell’essere, e l’ethos di conseguenza. Per vivere l’archè e vivere il tèlos bisogna vivere l’ethos: non farsi morire o far morire. Il comando etico comune a tutta l’umanità del “non uccidere”, ma di far vivere séstessi e gli altri, tanto più risuona nella mente e nell’anima quando più viene disatteso e tradito. La scienza, l’intelletto, che abbiamo avuto da un altro con un disegno misterioso, sono un dono per la vita, non per la morte. La scienza medica non deve tradire l’uomo per l’utilitarismo o l’edonismo, quando questi non è più utile o non piace più, anche e specialmente nel momento della fragilità o estremo dell’esistenza terrena. Vaneggiano e vogliono attuare: “Soffre, e meglio farlo fuori o convincerlo a farsi fuori. A togliersi dai piedi, perché, questo grumo di cellule umane che lui/lei è, vale finché mi serve e finché mi dà”. Solo una visione meccanicistica e biologistica antiumana, disconoscendo il trascendente che è in ogni persona, riduce l’umano al niente, al nichilismo imperante, che, attenzione, fa nascere ladittatura di uno, di un gruppo, di una ideologia, che, usando la tecnoscienza a fini di interesse,uccide l’uomo, con celate ipocrisie e calcoli subdoli. “L’uomo mai come mezzo, sempre come fine”, Immanuel Kant. “Che serve all’uomo avere il mondo intero, se poi perde se stesso”, Gesù di Nazaret, detto il Cristo.
Dal concepimento al passaggio naturale all’eternità la vita umana è troppo preziosa, infintamente preziosa più di tutto l’infinito universo, perché la vita umana singola o collettiva è un universo infinito, che nessuno può finire, dal suo prodigioso big bang iniziale fino alla sua eternità nella pura luce e nel vero amore. Se noi disconosciamo il principio e il fine, a favore di una visione animalistica dell’uomo, la nostra azione diventa animalesca, … e chiedo scusa al mondo animale che agisce solo per istinto equilibrato. A questo punto anche la scienza non ha alcun senso: se siamo vermi, che significa tutto questo immane lavorio che dalle caverne ci ha portato all’astronave? Che significa tutta questo sacrificio di mente e di forze se noi singolarmente e collettivamente siano destinati all’estinzione? Che significano gli affetti e l’amore stesso se siamo solo cellule assemblate? Non si possono eludere le domande e lerisposte, poiché siamo essere pensanti, liberi e responsabili, dato il gran male che siamo capacidi fare, come anche tanto bene che pure desideriamo e compiamo.
Non uccidendo i nostri figli concepiti, non sopprimendo gli anziani e i malati, non distruggendo la vita degli altri moralmente e fisicamente, noi tutti solo così possiamo dimostrare di essere uomini, sia credendo in una dignità che deve avere un senso, etsi Deus non daretur, sia credendo al senso che è Dio che ci ha creati, per la vita e non per la morte, per una eternità e non per pochi giorni. Bisogna vivere tutti etsi Deus daretur, come ci ha insegnato Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI, altrimenti non ci sarà nè il fine-vita e nè il fine della vita, ma semplicemente e tragicamente la fine di tutti e di tutto, almeno su questa terra. Docet historia, magistra vitae.
La salvaguardia della vita è un bene superiore al valore pur fondamentale della libertà. Lo abbiamo sperimentato di recente nella pandemia da covid: ci hanno imposto la vita, sacrificando la libertà. Ci hanno segregato, sequestrato per mesi, costretti a farmaci e vaccini, che abbiamo accettato senza obiezioni giuridiche ed etiche. Perché non ci siamo ribellati, con rivoluzioni e denunce? Ma perché la vita è più importante della libertà, perché solo vivendo si può essere liberi, non il contrario. Si vive per essere liberi, non liberi per morire.
La scienza medica non deve stancarsi di noi, se segue la sua sacra vocazione di indagine e di cura non può tradirci. Quasi che dica: “Ti ho fatto giungere a novanta anni e più, adesso mi sono scocciata di te e ti propino il veleno per morire o ti convinco a chiedermelo, così sparisci e la collettività non ha più il tuo peso economico. Io, tecnoscienza, continuo i miei esperimenti, senza motivo e senza finalità”. Assurdo, assurdo! Non offrire all’uomo, imago et similitudo Dei, l’eutanasia dal dolce suono. L’uomo che è ed è stato creato per l’atanasia e l’anastasia, anche con le immancabili prove dolorose, che si devono alleviare quanto più possibile, non eliminarlo suicidandolo o assassinandolo.
Solo quando di fronte all’evidenza medica proporzionata e al discernimento etico-religioso risulta che quella vita umana è ormai chiamata all’aldilà, si cura finché questo non si realizza per una volontà che non dipende dal medico e neppure dalla volontà della persona chiamata. A precise e condivise condizioni, riconosco il mio limite di medico scienziato, di consanguineo affettuoso, di amicizia fraterna nell’umanità dolorante, di rispetto alla soglia misteriosa che tutti ci attende, e mi affido a ciò che trascende e nobilita la vita umana fino all’ultimo respiro, quando il soffio divino della persona ritorna alle labbra del Creatore.
La persona umana, la creatura più fragile in tutto l’universo, che ha bisogno vitale di idrogeno e di ossigeno, che per crescere verso una maturità ci mette nove mesi e venticinque anni circa, quando ci riesce, l’uomo, nato nella fides et ratio, è cresciuto ed ha vinto seguendo e perseguendo la legge del più debole: solo chi si sente essere umano dotato in modo sinergico di anima e corpo può capire queste cose, ancora di più se è sicuro che il suo Creatore e Redentore non lo abbandona mai. Chi invece si crede o gli hanno fatto credere che è un conglomerato di cellule, ormai malate destinate a sparire, è chiaro che non pensa ad altro che sparire al più presto.
La nostra vita è sempre a un bivio. Dobbiamo decidere, per il bene, non per il male, abbiamo due ali per volare, la fede e la ragione. Null’altro. Karol Wojtyla, papa Giovanni Paolo II, enciclica Fides et ratio. “Al di là del sole, alla fine ci incontreremo faccia a faccia con l’infinita bellezza di Dio e potremo leggere con gioiosa ammirazione il mistero dell’universo, che parteciperà insieme a noi della pienezza senza fine”, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco,Laudato sì, 243.
Marcello Ricciuti:
Il dibattito sul cosiddetto “fine vita” si è riacceso, in Italia, dopo la recente legge regionale toscana che vorrebbe regolamentare le procedure per il suicidio assistito, sulla base della sentenza 242/2019 della Corte costituzionale, che si pronunciò sul caso del DJ Fabo. Senza voler entrare troppo, perché non di mia competenza, negli aspetti giuridici della questione, bisogna però sottolineare anzitutto che la sentenza citata non ha introdotto un “diritto al suicidio”, ha solo depenalizzato l’aiuto al suicidio in casi di malattia irreversibile, sofferenza estrema, dipendenza da trattamenti di supporto vitale e pieno consenso. Inoltre, probabilmente, le leggi regionali in materia, in questo caso promosse dall’Associazione Luca Coscioni, saranno dichiarate incostituzionali, come già preannunciato dall’Avvocatura dello Stato, essendo materia parlamentare. E’ probabile che nei prossimi tempi, dunque, se ne discuta in Parlamento e, a maggior ragione, nella società civile. Perciò è bene approfondire la riflessione su quali siano le questioni in gioco in questo delicatissimo tema.
La medicina moderna, molto avanzata nelle sue capacità diagnostiche, terapeutiche, tecnologiche, alla base di guarigioni prima impossibili e anche del prolungamento dell’aspettativa di vita media nei paesi sviluppati, comunque si scontra con l’inevitabilità di malattie inguaribili, di gravi disabilità, della terminalità e, infine, della morte. Il “fine vita” racchiude tutte queste situazioni, molto diverse tra loro, ma accomunate dalla impossibilità di risoluzione e di restituzione alla vita precedente. A fronte di queste condizioni di vita, spesso difficili, sempre esistite, oggi paradossalmente aumentate dalle stesse cure precedentemente ricevute che hanno lasciato situazioni complesse, cosa risponde la medicina? La risposta sta anzitutto nel considerare che “inguaribile” non significa “incurabile”. Nel senso non solo che ci si può prendere cura di ogni persona in un percorso di “fine vita”, e quindi in una situazione di fragilità e vulnerabilità, per l’imperativo solidaristico che caratterizza una umanità che non abbia smarrito la sua identità e la sua immagine divina, ma anche che proprio la medicina può fare molto se non più per guarire, per dare sollievo, per curare il dolore, per accompagnare in questo percorso, che può essere breve o più lungo, a seconda delle patologie, anche psicologicamente e spiritualmente, in una dimensione “olistica” rivolta non solo alla persona malata ma anche alla sua famiglia.
Questa medicina che cura la persona e non più la malattia oggi si identifica bene nelle Cure palliative, diventate anche un diritto di ogni cittadino italiano con la legge 38 del 2010, che ha organizzato delle Reti costituite da Unità di cura domiciliari e da residenze sanitarie, gli Hospice, in cui lavorano equipe multidisciplinari che dovrebbero coprire tutto il territorio capillarmente, sette giorni su sette e nelle 24 ore. Dico dovrebbero perché il problema sta proprio qui: le Regioni, deputate a realizzare questa organizzazione, lo hanno fatto in modo incompleto (a “macchia di leopardo” si dice) cosicchèancora molte persone, che vivono il difficile percorso di “fine vita”, non riescono ad usufruirne. La sofferenza non accompagnata, non accolta e condivisa e soprattutto alleviata, dalla solidarietà e da una buona medicina palliativa, può mettere la persona nella condizione di pensare che forse è meglio andarsene prima; il desidero di morire può segnare percorsi di malattia complesse e avviate verso la fase terminale, questo lo si constata spesso, ma quasi sempre rappresenta una richiesta di aiuto a ridare qualità, quella possibile, dignità, a volte smarrita, sollievo dal dolore e dagli altri sintomi che le malattie avanzate provocano. Per questo le Cure palliative rappresentano la vera risposta ai bisogni di pazienti e famiglie messe alla prova dalla malattia inguaribile, che evolve inevitabilmente verso la fine della vita. Si tratta delle malattie oncologiche, nonostante i grandi progressi fatti in questo campo, ma anche delle temute malattie neurodegenerative, di quelle cardiorespiratorie, epatiche, renali e cosi via. Per questo motivo bisognerebbe chiedere alle Regioni non già una legislazione per il suicidio assistito o l’eutanasia (che poi sono due facce della stessa realtà, cioè la morte indotta, o da sé o da un altro, anticipatamente) ma di attuare in pienezza le Cure palliative, come richiedono le normative nazionali, questa volta molto puntuali. E’ anche quanto hanno sottolineato i Vescovi toscani cercando di arginare l’orientamento del Consiglio toscano che ha poi di fatto scelto diversamente.
Un altro aspetto interessante e direi incisivo nel dibattito sul “fine vita” è che proprio le Cure palliative rappresentano, per propria vocazione, un argine al cosiddetto “accanimento terapeutico”, che, inappropriatamente, a volte, diventa la motivazione per chiedere il suicidio assistito. Si teme che in fasi avanzate di malattia, caratterizzate anche da gravi disabilità, in cui la fine della vita è vicina, questa potrebbe essere spostata più in là proprio da terapie inappropriate (termine più idoneo che “accanite”), costringendo a continuare una condizione di sofferenza non solo fisica ma anche esistenziale. Le Cure palliative comprendono, nel loro proprio statuto, la volontà di definire, insieme con la persona malata e con la sua famiglia, una pianificazione condivisa del piano di cura (raccomandata anche da un’altra legge, la 219 del 2017, sul consenso informato e le dichiarazioni anticipate di trattamento) che renda il paziente protagonista, in alleanza con il medico, delle cure più confacenti alla valutazione della sua qualità di vita. Ciòpuò portare, ad esempio, alla sospensione di trattamenti o alla loro non attivazione, quando questi siano palesemente non proporzionati e appropriati in quel paziente, in quel momento di storia della malattia, in quel contesto di cura. Più volte la Chiesa ha chiarito che tale rinuncia non equivale affatto a una rinuncia della vita, ma piuttosto ad una accettazione dell’ineluttabile avvicinarsi della sua fine.
Le Cure palliative, oltre ai citati aspetti propriamente medici, la cura del dolore e dei sintomi, fino anche alla sedazione palliativa nella prossimità della morte, quando richiesta da un alto grado di sofferenza non altrimenti rimediabile (“sintomi refrattari”) e che non incide sul tempo di sopravvivenza,riducendo il livello di coscienza per abolire ogni sofferenza ( e in questo è completamente diversa da ogni pratica eutanasica), assicurano una continua relazione con il malato, la sua famiglia, i medici che li hanno seguito prima, le strutture sociali di protezione, per scegliere il migliore piano di cura individualizzato che accompagni e protegga la persona nel tratto ultimo della sua vita perché sia dignitoso, non sofferto, sostenuto nella migliore qualità possibile, consapevole, ma sempre caratterizzato dalla speranza, quella virtù che ci permette, senza illuderci, di vedere sempre la possibilità che la vita abbia un senso e un significato anche quando non sembra, soprattutto se sorretti dalla fede in Colui che ci ha preceduto in questa strada e ce ne ha mostrato il fine. La contrarietà al suicidio assistito e all’eutanasia, che trova certamente fondamento nel consolidato insegnamento della dottrina cattolica (su tutti l”Evangelium vitae” di S. Giovanni Paolo II), ha però la sua radice laica nella definizione del valore della vita come fondamento di ogni valore, in un’antropologia che vede la persona umana con una dignità indipendente dalle condizioni esterne o anche interne che la caratterizzano, bensì presente nel suo stesso essere e che va tutelata, curata, custodita soprattutto se resa fragile e vulnerabile dalla malattia.

