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Camaldoli 2026. La tavola rotonda su “Naturale e artificiale nel fine-vita”

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Si è svolta questa mattina, nella giornata conclusiva della Settimana Teologica di Camaldoli 2026, la tavola rotonda dedicata al tema «Naturale e artificiale nel fine-vita». Sono intervenuti padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica all’Accademia Alfonsiana e assistente ecclesiale del Meic, Palma Sgreccia, docente di filosofia morale, e Pablo Requena, docente di bioetica presso la Facoltà di Teologia della Pontificia Università della Santa Croce. Ha moderato l’incontro Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’Università di Milano.

Ad aprire gli interventi è stato padre Maurizio Faggioni, che ha collocato il tema del fine vita al centro del rapporto tra medicina e natura. Il religioso ha osservato che la cura delle malattie, e in particolare la fase terminale della vita, «mette in evidenza proprio le sfasature e le difficoltà di mettere insieme il conciliare naturale e artificiale». La medicina, ha spiegato, è per sua natura un’attività artificiale, una tecnica che interviene su ciò che la natura produce in modo imperfetto, comprese la patologia e la morte stessa, cercando di prolungare la vita e la sua qualità.

Faggioni ha quindi ripercorso le tappe storiche di questo confronto tra naturalità e artificialità, che a suo dire è diventato via via più evidente nel tempo, a partire dalle prime tecniche chirurgiche sofisticate di fine Cinquecento e inizio Seicento, quando ci si interrogava già sull’obbligatorietà di sottoporsi a interventi dolorosissimi come le amputazioni in campo di battaglia, praticate senza anestesia e senza antisepsi. Un interrogativo che si è poi acuito nel secondo dopoguerra, con lo sviluppo della rianimazione e delle terapie intensive, capaci da un lato di restituire sollievo e vita a persone che in passato sarebbero morte, dall’altro di prolungare l’esistenza «al di là dei limiti naturali, ma con dolore, con sofferenza». È in questo contesto, ha ricordato Faggioni, che negli anni Sessanta in Francia è stata coniata la categoria, «un po’ evocativa, imprecisa, ma molto suggestiva», di accanimento terapeutico, definito come «un’insistenza nell’applicare i prescinti medico chirurgici che prolungano la vita senza migliorare la qualità, quindi a danno del malato». Da qui la sintesi con cui il relatore ha riassunto il criterio a cui la medicina dovrebbe attenersi: «la medicina dovrebbe o mi guarisce, o mi riguarda la vita, o mi lascia morire in pace».

Il religioso ha poi ripercorso alcuni casi italiani divenuti simbolici nel dibattito pubblico e legislativo: quelli di Eluana Englaro, di Giorgio Welby e di dj Fabo. Nel caso di Eluana Englaro, ha spiegato, la sopravvivenza era sostenuta soltanto da alimentazione e idratazione artificiali, senza alcun presidio tecnico da poter interrompere in senso tecnico, e la domanda che si poneva era «che senso ha continuare a sostenere una vita che senza speranza continuerà in questa situazione». Diverso, per Faggioni, il caso di Welby, che dopo la crisi respiratoria legata alla distrofia era stato intubato e tracheotomizzato e che, dopo due anni, aveva chiesto di interrompere quel presidio: in questo caso, ha precisato, «lui non è morto per un nostro intervento attivo, ma per la sottrazione di un presidio di sostegno vitale che è risultato insostenibile», anche se l’aver rivendicato un diritto alla morte aveva reso la vicenda più complessa, dal momento che, ha osservato, «la morte non esiste, ma esiste il diritto a non vedersi applicati dei sistemi molto artificiali». Infine il caso di dj Fabo, definito da Faggioni «questo ragazzo che è un maestro tetraplegico e cieco, che ha chiesto di assistere».

Ripercorrendo l’evoluzione della giurisprudenza, Faggioni ha ricordato come essa si sia progressivamente adattata al rispetto dell’autonomia del paziente, compresa la possibilità di interrompere il sostegno vitale, fino alle recenti sentenze della Corte Costituzionale che hanno ammesso il suicidio assistito, un intervento attivo diverso dalla morte naturale conseguente all’interruzione di un presidio. Guardando alle prospettive future, il relatore ha espresso una valutazione netta: «il prossimo passo sarà certamente l’eutanasia attiva, non si vede perché uno possa suicidarsi e non possa, soprattutto se paralizzato, chiedere che qualcun altro lo esegua». Una situazione, ha concluso, «veramente conflittuale, tra una medicina che ha molte possibilità, ma che nello stesso tempo crea problemi che portano all’opinione pubblica, a violare quello che è un principio fondamentale del non sopprimere la vita di un altro, né la tua né quella di un altro».

La professoressa Palma Sgreccia, invece, ha affrontato il tema da una prospettiva filosofica, partendo dal paradosso insito nella tecnica applicata al fine vita. «il fine vita riesca a mostrare in modo eclatante il paradosso della tecnica», ha detto, «perché la tecnica, l’artificiale è una risposta alla vulnerabilità umana ma nello stesso tempo la tecnica e l’artificiale può generare altra vulnerabilità». Da qui, ha proseguito, la difficoltà di individuare la misura giusta dell’intervento artificiale, un criterio che per Sgreccia va cercato nell’antropologia: un intervento può sostituire una o più funzioni, ma diventa sproporzionato quando è troppo gravoso e non serve più al bene della persona. Come ha precisato, «la proporzionalità dell’intervento artificiale è data non dalla dignità della persona perché questa rimane invariata ma è data dal mezzo stesso quanto il mezzo favorisce il bene della persona nella sua integralità e quanto no».

Sgreccia si è poi soffermata sul significato stesso di naturalità, oggi reso problematico dal fatto che la tecnica non è più soltanto un mezzo ma è diventata, a suo dire, il nostro ambiente, cosicché si muore ormai sempre dopo percorsi mediati tecnicamente. Il naturale, ha chiarito, non coincide dunque con l’assenza di intervento tecnico o con lo spontaneo, ma è «ciò che risponde alla normatività della persona stessa», una normatività che nasce dall’essere un corpo vissuto, una storia, una relazione, e che fornisce i criteri con cui valutare la proporzionalità dell’intervento artificiale, orientato ad alleviare e sostenere una vita vulnerabile che non è un materiale passivo. Su questo punto la relatrice è stata netta: «l’artificiale, la tecnica, la medicina però non può assumere come fine quello di dare la morte nel senso che la prestazione medica nel fine vita è quella del sollievo, non è quella della morte la morte non può essere considerata una prestazione».

L’esempio più pregnante di questo equilibrio, per Sgreccia, sono le cure palliative, che non rinunciano a un intervento tecnico sofisticato pur non essendo più orientate alla guarigione, bensì al sostegno e al sollievo. In questo ambito, ha spiegato, «il limite non è considerato come un ostacolo superabile è considerato come una dimensione umana che ha in sé il suo senso», ragione per cui chi pratica le cure palliative non possiede soltanto competenze tecniche nel trattamento del dolore, ma anche competenze relazionali e di medical humanities, in un tempo in cui la dimensione del senso diventa essa stessa materia di dialogo con il paziente.

C’è poi stato l’intervento di don Pablo Requena, che ha inquadrato la questione a partire dagli ultimi settant’anni di storia della medicina, segnati da un ingresso sempre più pesante della tecnica e dell’artificio, che ha fatto emergere negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta questioni prima sconosciute alla pratica clinica: una delle ragioni, ha osservato, «per cui è nata la bioetica». Guardando più indietro nel tempo, Requena ha ricordato che la medicina stessa è, in un certo senso, un artificio, «nel senso che uno sta facendo qualcosa per tentare di cambiare il corso del biologico per favorire la salute», e ha invitato a un approfondimento filosofico sul significato di natura e naturale, spesso confuso, a suo avviso, con il concetto di legge biologica.

Per Requena, nell’ambito delle decisioni di fine vita, il punto decisivo non è tanto stabilire cosa sia naturale o non lo sia, quanto interrogarsi su cosa sia ragionevole per una determinata persona in determinate circostanze: «penso che è lì dove si gioca tutta la partita», ha detto, sottolineando la necessità di una riflessione etica capace di rispondere alla domanda se sia ancora ragionevole continuare a trattare in modo pesante un paziente o se sia arrivato il momento di fermarsi e orientarsi verso la cura palliativa che lo accompagni alla fine della vita.

Il relatore ha poi richiamato la lunga storia del confronto tra la Chiesa e queste domande, ricordando come nella sua relazione avesse fatto riferimento alla scuola di Salamanca del XVI e XVII secolo, «perché lì è dove appare quella distinzione adesso classica», sorta in un momento che ha definito straordinario. Interrogato sul ruolo dei laici in questo ambito, Requena ha indicato in essi i protagonisti principali dell’applicazione concreta dei principi etici: se è vero, ha detto, che il moralista offre i principi e può segnalare quando una scelta appare sproporzionata, «alla fine il medico che sta lavorando ogni giorno, che conosce bene la cardiologia, la neurologia, l’oncologia, è quello che può dire, signore qui siamo arrivati a un momento in cui non è più ragionevole proporre questo». Requena ha infine sottolineato le potenzialità del medico cattolico in questo contesto: «il medico cattolico, con una buona formazione in bioetica e prendendo la grande tradizione della morale cattolica, ha molte possibilità per offrire delle ragioni che possono essere molto spendibili nel mondo laico in cui viviamo», ragioni che, ha precisato, possono attingere a una tradizione di etica clinica che risale a Ippocrate senza necessariamente richiamarsi a un comandamento o a una norma ecclesiale.