Si è svolto questo pomeriggio, nell’ambito della terza giornata della Settimana Teologica di Camaldoli 2026 – in programma dal 17 al 21 agosto e dedicata quest’anno al tema “Alle frontiere dell’umano. Naturale e artificiale” – l’intervento di Palma Sgreccia, docente di filosofia morale all’Università di Torino, dal titolo “Gravidanza per altri: linguaggio, filiazione e costo morale”.
Sgreccia ha spigato il tema al Meic partendo dalla questione del lessico. Alcuni – ha detto – definiscono il fenomeno “maternità per altri”, ma altri rifiutano questa espressione proprio perché la gestante non avrà un rapporto di cura con il bambino che porta in grembo; per questo si preferisce parlare di “gravidanza” o di “gestazione” per altri. C’è poi chi utilizza il termine “maternità surrogata”, definizione che secondo Sgreccia è «subito valutativa, ma che mette il dito sulla questione nevralgica», ossia il fatto che l’esperienza complessa della generazione dei figli, mediata dalla tecnologia, viene scissa: c’è un’origine genetica, c’è la gestazione, ci sono i genitori sociali, e questa pluralità viene molte volte disciplinata dal diritto, mentre in passato tutto avveniva naturalmente, nel senso che chi metteva al mondo il bambino era la madre, e solo in alcuni casi, come quello dell’adozione, la madre non corrispondeva alla figura che poi avrebbe educato il bambino.

Nella vicenda generata dalla possibilità offerta dalla tecnoscienza in medicina, ha proseguito la docente, tante funzioni vengono separate, ed è dunque necessario domandarsi se questo, a livello antropologico, sia neutro, come alcuni sostengono, oppure porti con sé pesi morali più o meno gravosi. Sgreccia ha ricordato come il dibattito sia molto acceso, richiamando la posizione contraria espressa da tutte le esponenti del pensiero femminista in Italia, a fronte di un pensiero liberale che vede in questa possibilità «una forma massima di autodeterminazione», per cui la donna avrebbe un potere in più da poter utilizzare in maniera autonoma. A questa lettura Sgreccia ha opposto una domanda diretta: «siamo proprio sicuri che sia un’autodeterminazione o una forma di sfruttamento, di oggettificazione, di mercato», chiedendosi cioè se non si stia portando il mercato, il denaro, in ambiti come quello della generazione umana in cui esso non dovrebbe entrare. Le questioni, ha sottolineato, sono complesse e il dibattito va ben oltre la contrapposizione a cui la bioetica è abituata tra mondo cattolico e mondo laico, perché anche in ambito laico la critica a questo tipo di prassi è molto forte.
Per orientarsi in questo dibattito, secondo Sgreccia, è importante una riflessione di tipo antropologico su che cosa significhi essere genitori e che cosa significhi essere figli. Essere figli significa che il nostro essere qui non è un atto di scelta autonoma, ma un atto che dipende da altri, altri che però non ci possiedono: c’è dunque una relazione, ma non una relazione di controllo e di dominio. «Il genitore non è qualcuno che produce il figlio, che programma il figlio: il genitore accoglie», ha affermato la docente, precisando che, per quanto ci sia un’intenzione, questa intenzione non può pensare di poter controllare il figlio come se fosse un oggetto, un prodotto. La gestazione per altri, ha spiegato Sgreccia utilizzando volutamente un termine neutro, porta dunque a ragionare su quello che è il nucleo della condizione umana, ovvero il fatto che i legami non sono legami di controllo ma legami di accoglienza, di responsabilità e di riconoscimento. Nel momento in cui questo tipo di legame di fondo viene meno, ha aggiunto, si porta la logica della produzione nella logica della generazione umana, come se non ci fosse più una differenza tra l’essere umano e la macchina.
Sgreccia ha anche osservato che, scorrendo la bibliografia sul tema, è possibile trovare talvolta esperienze non così negative o reificanti, perché avvenute in ambienti controllati e colti. Tuttavia, ha invitato a riflettere a fondo su un punto: anche quando non c’è stato uno sfruttamento di tipo economico, perché la donna è stata ben trattata e ben tutelata, e anche quando il bambino è stato comunque ben accolto, resta da chiedersi se sia giusto che il suo venire al mondo nasca già in una forma di abbandono.
In chiusura, la docente ha osservato che con queste pratiche si sta ricostruendo quella che veniva definita, in termini filosofici, la “creaturalità”, ovvero la “condizione data”, e ha lasciato aperta la domanda se questo cambiamento non porti a un impoverimento delle relazioni umane.


