È stato dedicato al rapporto tra fragilità digitale e tenuta democratica l’intervento che Roberta Sala, docente di Filosofia politica all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha tenuto questa mattina nel corso della prima giornata della Settimana Teologica di Camaldoli 2026, in programma dal 17 al 21 agosto sul tema generale «Alle frontiere dell’umano. Naturale e artificiale».
Al MEIC Sala ha richiamato la necessità di comprendere come la rivoluzione digitale, «come spesso viene chiamata», interferisca con alcuni presupposti normativi, anche etici, della democrazia, intesa – ha precisato – «non tanto come regime di governo ma come modo con cui condividiamo lo stesso spazio politico in quanto cittadini».
Da qui la domanda che ha attraversato l’intero ragionamento: perché parlare di vulnerabilità? «Perché sottoposti a delle potenze esterne di cui non siamo neppure totalmente consapevoli», ha risposto la docente, indicando in questa condizione ciò che risulta «più minaccioso della nostra identità di persone e anche, se vogliamo, per le nostre appartenenze morali o anche religiose o comunitarie». Si tratta, ha proseguito Sala, di «una minaccia incombente nel senso che siamo tutti sottoposti a questo pericolo», e la consapevolezza di esserlo è, a suo giudizio, ciò che «potrebbe forse salvarci dal precipitare in una perdita dei valori più umani della nostra convivenza».
Quanto agli strumenti per affrontare questa condizione, la docente ha riconosciuto che «non sono a portata di mano», pur essendo possibile pensare «più semplicemente a degli atti di educazione» e all’affermazione di «linee di un’etica democratica dentro cui poter inserire e poter sviluppare anche l’approccio al digitale». Un percorso che, tuttavia, ha osservato, «risulta un po’ troppo teorico, un po’ troppo astratto». Esiste comunque, ha aggiunto, «un lavoro, almeno a livello filosofico e politico, per cui possano essere queste possibili aperture affinché ci si renda consapevoli».
Sala ha inoltre sottolineato di non disporre di «uno strumento teorico già sviluppato a riguardo», indicando piuttosto nello sforzo collettivo il nodo centrale della questione: «Occorre fare uno sforzo di collettività e questo è il fondo di ciò a cui pensiamo quando pensiamo alla democrazia». Da soli, ha rimarcato, «siamo capaci di fare ben poco», mentre gli insegnamenti che vengono dall’esterno, se troppo astratti, «possono consolarci, se vogliamo, ma non è detto siano in grado di risolvere la questione».
«Io non ho idea di come si possa cambiare questa situazione», ha spiegato Sala, precisando però che le è «abbastanza chiaro» che, come ha letto «anche nell’enciclica più recente», occorra «proprio un ripensare al ruolo dell’umano all’interno della società, all’interno del progresso che la tecnologia offre alla società». «Si è sempre di progresso, si può dire», ha aggiunto. Da questo, secondo la docente, deriva la necessità di «uno sguardo sulla collettività», che definisce «un impegno politico, non individuale»: «È la politica che occorre faccia uno sforzo», ha detto, chiarendo di intendere per politica «tutto quello che ha a che fare con le forze che ci mettono insieme, poteri vari, agenzie morali, politica, eccetera».
A chiudere le sue dichiarazioni, Sala ha richiamato Hannah Arendt e la sua celebre affermazione: «Quello che è andato storto è la politica». Un’espressione, ha detto la docente, che le «rimbomba continuamente», perché con essa Arendt voleva avvertire che «non sono i bei pensieri a cambiare la società ma deve essere la politica». Una politica, ha concluso Sala, che «siamo anche noi», nella nostra umanità.



