La conversione della Chiesa secondo Francesco: dalla potenza all’abbraccio
di Piero Giordano
In questi anni di pontificato, Papa Francesco non ha semplicemente guidato la Chiesa: l’ha provocata, purificata, sfidata ad abitare il Vangelo con più verità.
Il cuore della sua azione – spirituale prima ancora che pastorale – è stato un continuo e deciso rifiuto della logica di potere, per restituire alla Chiesa la forma evangelica dell’accoglienza. A guidarlo non è stata una visione politica o manageriale, ma un’impostazione profondamente teologica: una Chiesa povera, accogliente, sinodale. Una Chiesa che rifugge il potere per abbracciare la misericordia.
La Chiesa che egli voleva incarnare non era seduta sui troni, ma piegata sulle ferite del mondo.
La sua critica alla “mondanità spirituale” – un’espressione presa in prestito da Henri de Lubac – è diventata un ritornello.
Francesco ha più volte ammonito contro “la tentazione di una Chiesa imprenditoriale”, che si rifugia nella burocrazia, nella carriera e nella rigidità dottrinale, dimenticando la carne del popolo. “Dio ci liberi da una Chiesa autoreferenziale”, ha detto, perché una Chiesa che parla solo a se stessa è una Chiesa che ha smarrito il Vangelo.
Francesco ha scelto simboli forti per dire “no” a una Chiesa trionfalista. Fin dai primi giorni ha rinunciato ai segni del potere: la croce d’oro, i paramenti sontuosi, il trono. Ha preferito un pontificato segnato dalla sobrietà, come segno di una Chiesa “più simile a Cristo”.
Questa visione ha trovato e trova non poche resistenze. Episodi come il rifiuto da parte di alcuni cardinali del documento Amoris Laetitia (2016), che apre alla possibilità dell’Eucaristia per i divorziati risposati, hanno evidenziato le spaccature interne. I dubia sollevati da quattro cardinali (Burke, Brandmüller, Caffarra e Meisner), oltre alle accuse di peronismo sono stati il simbolo di un’opposizione che non è solo pastorale, ma teologica: una diversa visione dell’equilibrio tra dottrina e misericordia.
Anche l’apertura alle persone LGBTQ+ ha suscitato critiche da ambienti conservatori. Eppure, Francesco ha sempre parlato nel solco del Concilio Vaticano II, secondo la lezione di Romano Guardini, che vedeva nella Chiesa una “realtà vivente” chiamata a discernere i segni dei tempi.
Nella sua famosa intervista del 2013 a La Civiltà Cattolica, affermava: «Il Vaticano II è stato una rilettura del Vangelo alla luce della cultura contemporanea. Ha prodotto un movimento di rinnovamento che semplicemente viene dallo stesso Vangelo. I frutti sono enormi».
Il concilio ha restituito alla Chiesa l’immagine di Popolo di Dio in cammino (Lumen Gentium, n. 9), superando un modello puramente piramidale. Francesco ne ha fatto il centro del suo magistero: una Chiesa sinodale, in ascolto, plurale, decentrata.
Nella Evangelii Gaudium (n. 49), scrive: “Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa… preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti.”
Questa visione è profondamente conciliare. E riecheggia anche nel pensiero di Yves Congar, teologo per anni sospettato a Roma, ma poi riabilitato dal Vaticano II.
Congar scrisse: “Non si riforma la Chiesa come si riforma una società o un’azienda; la si riforma tornando a Cristo.” (Vraie et fausse réforme dans l’Église, 1950)
La conversione di Papa Francesco è anche cristologica. È il tentativo di modellare la Chiesa sull’immagine di Cristo servo (Fil 2,6-11).
Qui si inserisce la sua critica al “trionfalismo” e alla “mondanità spirituale” – temi cari a Henri de Lubac e Romano Guardini, che parlavano della tentazione della Chiesa di diventare “un’organizzazione potente invece che una comunità di salvezza”.
Gesti come il lavaggio dei piedi a donne e musulmani, o l’abbraccio ai migranti a Lampedusa, hanno incarnato un rifiuto radicale della Chiesa come struttura di potere. Francesco ha preferito parlare di “Chiesa ospedale da campo” – un’immagine che richiama la pastorale come cura delle ferite prima che come controllo dei confini.
Ma questa visione ha incontrato l’opposizione di laici e presbiteri.
I “dubia” dei cardinali Burke, Brandmüller, Caffarra e Meisner nel 2016 – relativi ad Amoris Laetitia – sono stati solo la punta dell’iceberg. “Immerso” e spesso nascosto, vi è un ampio fronte che rifiuta l’idea che il pensiero ecclesiale possa svilupparsi in ascolto della coscienza e delle situazioni concrete.
Le critiche all’accoglienza delle persone LGBTQ+, alla benedizione delle coppie “irregolari”, alle aperture verso le donne nei ministeri ecclesiali, sono spesso mosse da una teologia difensiva, più attenta all'”orthodoxy” che all'”orthopraxis”. Eppure, Francesco non ha mai abbandonato la dottrina: l’ha semplicemente riconsegnata alla sua sorgente viva – la misericordia.
Francesco ha spesso ricordato che “il tempo è superiore allo spazio”. Questa espressione, presente nell’Evangelii Gaudium (n. 222), rivela un approccio dinamico alla realtà, più vicino alla logica dell’Incarnazione che alla fissità delle strutture. In questo senso, la crisi della Chiesa non è per lui solo un momento da gestire, ma un kairos, un tempo favorevole alla conversione.
Qui riecheggia Karl Rahner, che nella sua visione di una “Chiesa dei battezzati” già anticipava una Chiesa meno istituzionale e più carismatica. Così pure Yves Congar, uno dei padri della teologia del laicato, e il suo celebre Vraie et fausse réforme dans l’Église, dove affermava che ogni vera riforma ecclesiale parte sempre da un ritorno al Vangelo e dall’ascolto del Popolo di Dio.
Anche la scelta della sinodalità non è un atto amministrativo, ma un ripensamento della teologia della Chiesa. Il Papa ha ripetutamente detto: “La sinodalità è ciò che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio”. È un ritorno alla Chiesa dei primi secoli, dove communio e collegialità erano vissute in maniera reale e non solo formale.
Qui si inserisce l’eco della teologia di Henri de Lubac, per il quale la Chiesa non è prima di tutto un’istituzione, ma un mistero di comunione, un sacramento del Regno.
La sinodalità – con il suo ascolto del popolo, il coinvolgimento delle donne, dei giovani, dei marginali – diventa così un atto di giustizia ecclesiale.
Non a caso, alcuni settori ecclesiastici hanno reagito con allarme. Il timore che “il Sinodo diventi un Parlamento” è stato più volte espresso da vescovi e teologi legati a una visione gerarchica forte. Ma il Papa risponde: “Il protagonista del Sinodo è lo Spirito Santo, non noi”.
Papa Francesco non ha riformato la Chiesa con decreti autoritari, ma con gesti, parole e simboli. Non ha cercato una “presa del potere”, ma una kenosi, un abbassamento, in fedeltà al Cristo crocifisso.
In questo senso, la sua visione si avvicina alla “teologia della croce” di Lutero, paradossalmente, più che alla teologia della gloria. Una Chiesa povera, spogliata di sé, è una Chiesa capace di accogliere tutti, come Cristo ha fatto.
Così Francesco parla spesso di tenerezza, parola inusuale nel vocabolario teologico, ma che richiama profondamente l’esperienza dell’amore di Dio. È la tenerezza di chi non condanna, ma accompagna; non esclude, ma include; non impone, ma propone.
Papa Francesco stava traghettando la Chiesa verso un nuovo paradigma ecclesiale, che non è innovazione per modernismo, ma fedeltà radicale all’evento di Cristo. Una fedeltà che il Vaticano II ha cercato di riscoprire, e che oggi chiede di essere incarnata senza paura.
Non è un percorso lineare. Le resistenze non mancano, e anzi, sembrano intensificarsi. Ma il Vangelo non è mai stato comodo. Francesco, gridava nel deserto post-cristiano, ricordandoci che solo chi perde tutto per amore del Regno trova davvero la vita, speriamo che il prossimo pontefice continui a gridare.
di Piero Giordano
