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Se ne vanno sempre i migliori

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di Gerardo Iuliano, delegato regionale Meic Campania

La morte restituisce dignità anche a chi non ne ha mai avuta in vita. Sulla lapide di ladri, truffatori, stupratori, assassini, troverete sempre scritto che erano brave persone e buoni padri di famiglia.

Non mi ricordo se era Gilbert Keith Chesterton, o Luigi Santucci, comunque il concetto è chiaro. Figuriamoci oggi, tra stampa, audiovisivi e social. Alla fine, sempre coccodrilli sono.

E non mi piace scrivere cose scontate, a meno che non ci trovi un motivo. Stavo pensando a Roberto de Simone. Poi, se n’è andato pure Jorge Bergoglio. Le sensazioni che mi danno questi due, si somigliano anche oltre il generico dispiacere.

Un ragazzino napoletano di buona famiglia, che, dopo l’ultima guerra, tra i suoi diversi orientamenti esistenziali, trova prima la grande musica e poi la povera gente, quella dei quartieri, e mette assieme, come ogni buon napoletano, il colto e il popolare nella stessa casa, ricapitolando in questa visione tutta la storia della cultura musicale, e ricreando la grande musica dal basso.

Così escono ricerche etnografiche sul campo, registrazioni dal vivo, libri, come “Canti e tradizioni popolari in Campania”, oppure “Carnevale si chiamava Vincenzo”, giusto quelli che mi vengono. Poi  contaminazioni, canzoni, gruppi musicali, dalla “Nuova Compagnia di Canto Popolare” a “Media Aetas”. E opere musicali, come “La Gatta Cenerentola”, che riattualizza Giambattista Basile, come “La Cantata dei Pastori” di Perrucci, come “L’Opera buffa del Giovedì Santo”, e soprattutto “Mistero Napolitano”, dove si compendia il contrasto tra cultura ufficiale e cultura popolare, tra religiosità popolare e religione positiva, religione di stato, per giunta controriformista e gesuitica. Clero e popolo. Già Dario Fo aveva scritto “Mistero Buffo”. Il testo del premio Nobel magari sarà migliore, però la musica di De Simone è più bella. E d’altra parte un altro pazzerello contemporaneo, Roberto Benigni, ci ricorda che “Le parole in amore non contano, conta la musica”.

Un ragazzino italoargentino come quasi tutti gli argentini, figlio di emigranti lavoratori, cresciuto in un barrio di Baires, tra chiesa, tanghi, e calcio giocato (la mamma di cognome fa Sivori…), perito chimico empatico e simpatico, di tendenza peronista conservatrice, come molti degli italiani, che decide di farsi “cura”, e se ne va coi gesuiti, il che significa ricominciare a farsi un mazzo così sui libri. Piglia messa nel sessantanove, a ridosso del Concilio, e poi studia in Spagna negli anni settanta, diventa provinciale dei gesuiti argentini, si compromette coi nazifascisti di Videla, sia pure per difendere i confratelli; fatica a introiettare Pedro Arrupe e Carlo Maria Martini, resiste finché può, ma, da buon gesuita, continuando a studiare, comprende la differenza tra le masse popolari delle opposte ideologie, e la povera gente reale con pregi e difetti, quella del barrio, quella “che suda en la calle”, che prende autobus e metropolitane, e riscopre la teologia della liberazione non dal marxismo, ma dalla “teologia popular” del suo vecchio maestro Scannone. Dopo di che, le alterne vicende della chiesa postconciliare, lo portano a diventare arcivescovo ausiliare e poi titolare di Baires, chiamato da un vescovo conservatore come Antonio Quarracino, solo perché, raccontano, era amico di tutti i preti della diocesi, viene nominato cardinale; poi, alle soglie della pensione, una grande botta di Spirito Santo lo porta a emigrare in Italia succedendo a un altro conservatore, come Papa di Roma, sotto il nome di san Francesco. E il resto lo abbiamo visto.

Che cosa me li fa mettere in comune? Il concetto di “popolare”, come scoperta di qualcosa che germoglia dal basso, e non cala dall’alto. L’idea di radice e di origine. Non scontata per entrambi, nonostante la loro personalità empatica e socievole, ma cercata e raggiunta con fatica. Cultura popolare, musica popolare, religiosità popolare.

Senza dominanze o subalternità. La cultura, non voglio ripetere tormentoni neurologici, nasce dalla separazione del bambino con la madre, è esperienza del mondo, si conquista per tentativi ed errori. È senso d’identità, immedesimazione, inculturazione. Incarnazione, se vogliamo. E solo dopo ricerca e studio.

La musica inizia dal ritmo cardiaco di mammina, misto a quello della creatura in grembo, e continua con le ninnenanne e i motivi uditi in casa e per strada (adesso anche con radio tivù e social): Bellini e Verdi non sarebbero stati gli stessi senza le melodie siciliane e padane.

La religiosità, la ricerca di Dio, parte dal bisogno di sentirsi amati anche quando mamma non c’è; più che una “proiezione” di figure paterne (Freud), l’idea di Dio sembra essere legata, almeno attualmente, all’introiezione dell’attività materna, che ci fa crescere e ci rende autonomi. E se è qualcosa che si può introiettare, vuol dire che esiste.

Tutto comincia, comunque, con la trasmissione orale. Tutto germoglia dal basso, dall’humus che quelli che ci circondano, il nostro prossimo. Parenti, amici, quartiere… Anche i nemici. Perché non sempre puoi andare d’accordo con tutti.

Roberto De Simone è stato considerato dai suoi detrattori da un lato come uno che ha congelato la musica popolare tirandola fuori dal suo ambiente naturale, dall’altro come uno che ha svilito la musica classica contaminandola con l’elemento popolare.

In realtà, De Simone, che nasce come musicista “colto”, non fa altro che rinnovare la musica ricollegandola con le sue radici.

Jorge Bergoglio, a sua volta tacciato, dagli stessi puristi di versanti opposti, di “populismo”, anche per le sue origini peroniste, si chiarisce nell’enciclica “Fratelli Tutti”, dove, già nei primi paragrafi, esorcizza la tendenza a voler orientare la cultura popolare, considerata inferiore, secondo criteri più o meno ideologizzati, e comunque “al servizio degli interessi economici dei potenti”. Il populismo impedisce di “pensare un mondo aperto dove ci sia posto per tutti, che comprenda in sé i più deboli e rispetti le diverse culture”; il termine “popolo” è frainteso: “ciò di cui parlano non è un vero popolo” che è “un corpo vivo, dinamico e con un futuro”. In questo senso, non solo riprende la strada tracciata dal Concilio, ma va oltre, recuperando il senso della religiosità popolare, “pietà” popolare, come l’aveva definita Paolo VI nella “Evangelii nuntiandi”.

È dell’anno scorso, ad Ajaccio, il suo discorso sulla pietà popolare, che, “esprimendo la fede con gesti semplici e linguaggi simbolici radicati nella cultura del popolo, rivela la presenza di Dio nella carne viva della storia, irrobustisce la relazione con la Chiesa e spesso diventa occasione di incontro, di scambio culturale e di festa – è curioso: una pietà che non sia festosa non ha “un buon odore”, non è una pietà che viene dal popolo, è troppo distillata”

E ancora, citando la sua esortazione “Evangelii Gaudium”, nata in spagnolo come “La alegrìa del Evangelio”: «Nella pietà popolare si può cogliere la modalità in cui la fede ricevuta si è incarnata in una cultura e continua a trasmettersi», e quindi in essa «è sottesa una forza attivamente evangelizzatrice che non possiamo sottovalutare: sarebbe come disconoscere l’opera dello Spirito Santo».  Vox populi, vox Dei.

La pietà, meglio ancora la religiosità popolare, non va “orientata”, ma va “interpretata”. Allora, eccola la differenza tra popolare e populista, fatta di empatia e condivisione: se non stai in mezzo alla gente non puoi capire. È la stessa differenza che corre tra democrazia e demagogia, tra il buon pastore e il pifferaio di Hamlin. Il buon pastore che deve avere addosso la puzza delle pecore.

Altro che pastore: più che un gregge si era ritrovata una mandria, anche piuttosto riottosa e difficile da controllare. Lui da buon argentino, ha anche dovuto fare il gaucho della pampa, coi cosciali di cuoio, il cavallo e un paio di bolas, materiali e metaforiche.

E ha combattuto la sua buona battaglia fino all’ultimo giorno, senza mai perdere la fiducia. Continuando a spezzare il pane con tutti quelli che incontrava, l’essenza della condivisione e della fraternità. Alla fine, come i coccodrilli, anche queste sono frasi sempre dette, che a forza di sentire ci sembrano scontate, e che ci passano sulla testa senza essere mai capite fino in fondo. Come quella di Paolino di Aquileia: “Ubi charitas et amor, ibi Deus”.

di Gerardo Iuliano, delegato regionale Meic Campania