L’attuale dibattito sull’irrilevanza culturale del cattolicesimo italiano interpella le nostre coscienze, chiedendo vigilanza critica e impegno dinamico. Possiamo, anzi come Meic dobbiamo, ritenerlo un “segno dei tempi”, certo non al livello delle drammatiche realtà che la storia sta mettendo sotto i nostri occhi, quali le guerre.
Negli ultimi giorni mi è capitato di rilevare una convergenza fra le posizioni di due intellettuali quali l’amico collega teologo valdese Fulvio Ferrario e l’opinionista Marcello Veneziani circa le modalità della presenza dei credenti nell’areopago con- temporaneo.
Alla domanda su cosaci sia da aspettarsi dalle chiese cristiane, il teologo valdese, nel suo blog, risponde con le parole di un giornalista laico, quale Antonio Polito in un articolo uscito su Sette, dopo i funerali di un ragazzo morto in un incidente stradale a Roma: «Il cristianesimo ha parole decisive sulla morte e sulla resurrezione, sul senso della vita e sulla vita eterna: perché non le dice più – si chiedeva il giornalista, da laico – in un mondo che sembra non aspettare altro? Ecco, della Chiesa diremmo che c’è questo innanzitutto da salvare, oltre che l’impegno educativo e caritativo, che sono caratteri dominanti ma non possono essere esclusivi».
Questo appello a una presenza kerygmatica veniva integrato da una proposta nella quale il collega affermava con decisione la necessità per i credenti nel Dio di Gesù di Nazaret di accogliere «due sfide: il primato della cultura – e la riscoperta dell’immenso patrimonio teologico del cristianesimo – e la consapevolezza che l’evangelizzazione oggi si svolge anche attraverso il bello e il buono». Chissà perché non aggiunge il “vero”, forse ritenendolo incluso nell’evangelizzazione o pensando, come molti, che possa essere indice di fondamentalismo?
In ogni caso mi sembra analogo il messaggio che Veneziani ha inteso lanciare, in un articolo apparso su La Verità (ironia della sorte) del 10 marzo scorso, dove, interpellandoci direttamente, scrive: «Se non parlate di morte e resurrezione, di senso della vita e amor di Dio; di mistero e scommessa sul rischio della fede, non c’è bisogno di voi nel mondo. E se dimenticate i simboli, i riti, le liturgie, le rappresentazioni del sacro, per mimetizzarvi di più nel paesaggio corrente, vi confondete col mondo, passate inosservati, perdete la grazia del vostro linguaggio divino e differente, che solo può destare attenzione e ammirazione. Poi è inutile prendervela col supermercato delle religioni, la paccottiglia spirituale, la sottocultura new age, l’analfabetismo religioso, se rinunciate a coltivare la forza e il mistero della vostra testimonianza, del vostro linguaggio, della vostra capacità di parlare oltre la vita e oltre la morte, di esprimere il desiderio d’eternità».
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Articolo di monsignor Giuseppe Lorizio, Assistente Nazionale del Meic