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Le sfide della sanità digitale, opportunità per la Basilicata

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In riferimento all’incontro su “Sussidiarietà… e salute, l’esperienza della Regione Basilicata”, che si è tenuto lo scorso 21 maggio 2026 a Potenza e di cui abbiamo già parlato pubblicando l’intervento di Nicola Coviello, torniamo ora sull’argomento pubblicando un altro contenuto di quella giornata di dialogo e dibattito.

Di seguito, infatti, la relazione di Angela Tortoriello, dottoressa di ricerca ed esperta di sanità digitale.


L’innovazione digitale in sanità non è un tema tecnico ma un tema di sistema, è quanto afferma Maria Pia Giovannini presidente del CDTI (Club Dirigenti Tecnologie dell’Informazione) e così continua: Oggi abbiamo tecnologie mature, dal Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0 all’intelligenza artificiale ma senza organizzazione, governance nessuna tecnologia produce valore.

Sono fondamentali eventi che mettono insieme istituzioni, professionisti, imprese e cittadini e creano quello spazio di confronto che serve per orientare l’innovazione al benessere sociale e non alla sola efficienza.

Per far funzionare davvero il Fascicolo Sanitario Elettronico, l’Ecosistema dei Dati Sanitari, la Piattaforma Nazionale di Telemedicina, serve una strategia nazionale chiara. Prima di tutto una cabina di regia unica, con responsabilità definite, che coordini Regioni, Ministero, strutture sanitarie e fornitori. Poi una programmazione certa, con date di switch off nazionali e regole uniformi per l’interoperabilità dei sistemi, perché in un Paese con 21 modelli organizzativi diversi l’innovazione isolata genera frammentazione, non progresso. È necessario anche affrontare il tema del personale: servono patti sindacali specifici per valorizzare competenze digitali e profili tecnici oggi insufficienti, altrimenti nessuna piattaforma potrà essere realmente operativa.

La missione è aiutare il sistema Paese a costruire una sanità digitale che funzioni davvero, che riduca le disuguaglianze e che metta al centro la relazione di cura.

Necessita passare dalla presa in carico alla presa in cura!

Verso una sanità più coordinata e digitale con il Fascicolo Sanitario Elettronico

Il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) si è evoluto. Oggi, nella sua versione 2.0, si presenta con delle novità rilevanti con l’obiettivo di essere al passo con l’evoluzione tecnologica, l’organizzazione sanitaria e la conformità tecnico-giuridica.

Il PNRR ha previsto 1,3 miliardi per potenziare il FSE, ma la diffusione è ancora eterogenea. Attualmente è attivo nel 51% delle aziende sanitarie e utilizzato soprattutto per referti di laboratorio, radiologia e pronto soccorso.

La genesi del FSE ha evidenziato che già 20 anni fa Achille Ardigò, fondatore della sociologia sanitaria, ideatore della prima forma di relazione elettronica tra cittadino e sanità, sosteneva una visione del Fascicolo legata alla Persona e non all’Organizzazione che cioè non confondesse i dati della “Signora Persona” con quelli della “Signora Organizzazione”. La funzione principale del FSE è quella di servire per curare la gente. Non deve essere un ennesimo sviluppo della tessera sanitaria o un sistema amministrativo del MEF per controllare, programmare e amministrare la sanità, ma un sistema socio-tecnico che gestisca dati personali e non dati amministrativi. Pur riconoscendo che il flusso dei dati amministrativi e clinici hanno la stessa fonte, hanno funzioni radicalmente diverse. I dati clinici devono rimanere in ambito medico e sanitario e non essere mescolati con i dati amministrativi.

Il fascicolo deve contenere:

  • Il profilo sanitario sintetico, compilato e verificato dal MMG;
  • Il dossier farmacologico, comprese le ricette bianche e i farmaci acquistati privatamente, per avere un quadro completo delle terapie del paziente;
  • Tutti i dati clinici rilevanti, comprese le prestazioni non a carico del Servizio Sanitario Nazionale, come ad esempio le cure dentistiche.

L’obiettivo è che il FSE sia usato dal medico e dal cittadino. Pertanto è posizione condivisa che il fascicolo non debba essere una raccolta di documenti per controllare il SSN ma un Ecosistema di Dati Sanitari (EDS) che raccoglie informazioni della salute del cittadino ai fini della cura della persona e della ricerca scientifica.

Fondamentale per rendere facilmente utilizzabile tale strumento per ogni cittadino è la compilazione del Profilo Sanitario Sintetico (PSS). Un medico o un infermiere, quando è di fronte a un paziente, vorrebbe avere un quadro sinottico che includa le informazioni più rilevanti: da quali patologie è affetto; che farmaci assume; i suoi risultati di laboratorio; i parametri vitali; i suoi ricoveri e i suoi accessi al pronto soccorso; a quali esami e visite si è sottoposto; le sue allergie. Niente, insomma, di molto diverso da quanto è previsto dal Profilo Sanitario Sintetico. Da circa dieci anni la compilazione del PSS è prevista dagli accordi collettivi nazionali della medicina di famiglia e dagli accordi integrativi regionali ma ad oggi nulla di fatto.

L’insuccesso che registriamo del FSE non è colpa degli utenti. Non dipende dalla scarsa conoscenza della sua esistenza né dalla poca comprensione della sua reale utilità. Bisogna dunque formare, educare gli utenti per far comprendere loro l’utilità di questi strumenti digitali; ecco che allora si stanziano 330 milioni di euro nel PNRR per formare gli operatori sanitari all’uso del FSE 2.0 ma non i cittadini.

Eppure la storia dell’innovazione digitale è piena di esempi di soluzioni e strumenti che si sono diffusi velocemente senza che nessuno li “spingesse”, grazie al passa parola e al riconoscimento della loro reale utilità. Senza corsi di formazione, campagne di comunicazione, progetti di change management.

Il successo di qualsiasi iniziativa dipende dal valore che essa genera, valore che deve essere tangibile, immediato, comprensibile a tutti in modo semplice, senza la necessità di mediatori culturali. Le persone e gli operatori professionali adoperano scarsamente il FSE perché è poco utile così come è.

Innovare senza cambiare, il paradosso della sanità digitale

Stiamo utilizzando il digitale per passare dalla carta all’elettronico, una trasposizione digitale che non altera i processi che sono gli stessi di trent’anni fa, mancando così le opportunità che potremmo cogliere se ripensassimo la sanità in chiave digitale.

Quale impatto hanno avuto le tecnologie digitali sul modo di curare e assistere le persone? La ricetta elettronica segue esattamente le stesse regole e i limiti di quella cartacea. Il Fascicolo Sanitario Elettronico riproduce in digitale la consultazione dei documenti cartacei. I sistemi diagnostici riproducono esattamente il formato e il contenuto dei referti cartacei. Le cartelle cliniche elettroniche sono basate su form che ricalcano i moduli prestampati cartacei.

Ciò che è cambiato è il mezzo, dalla carta all’elettronico, una trasposizione digitale che non altera i processi che sono gli stessi di trent’anni fa. Certamente da questa evoluzione abbiamo ottenuto dei vantaggi. Posso ottenere una ricetta o un referto a distanza, accedere ai documenti clinici senza dover spostare la carta. Ma volendo fare un parallelo con la diagnostica medica che, grazie al digitale, ha trasformato il modo di operare dei medici che dispongono di strumenti molto più efficaci di prima, l’introduzione del digitale nella pratica clinica non ha trasformato la sanità. Il digitale è un supporto a processi e modalità organizzative nate decenni fa quando il digitale non c’era.

La sanità analogica si basava sulla compresenza di medico e paziente o medico – medico, nello stesso luogo fisico, nello stesso tempo. Le informazioni venivano veicolate attraverso documenti cartacei. La conoscenza del paziente e quella medica erano frammentate e separate tra i diversi professionisti (MMG, specialisti, etc..).

Con l’introduzione del digitale abbiamo sostituito i documenti cartacei con quelli elettronici e realizzato alcune infrastrutture per la condivisione degli stessi (sistema TS, FSE).

Non è cambiato il paradigma, la conoscenza medica rimane frammentata. Se pensiamo ai PDTA (Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale), possiamo osservare come questi siano una sequenza di attività e azioni che vengono svolti in modo isolato, senza alcuna reale osmosi tra i professionisti.

Abbiamo migliorato e resa un po’ più trasversale la conoscenza del paziente, attraverso la condivisione dei suoi documenti sanitari che però non descrivono per intero la sua storia clinica, sociale, lavorativa.

Grazie alle tecnologie digitali è possibile infatti “rompere” il trinomio presenza – luogo e tempo immaginando nuove modalità e modelli di cura non soltanto circoscritti ai tradizionali ambiti di utilizzo della telemedicina. Ma, soprattutto, è possibile integrare e condividere la conoscenza medica, integrando i processi così da realizzare dei (PDTA) Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali digitali che includano MMG e specialisti.

Il digitale permette di rivedere i percorsi di cura, renderli più efficienti ed efficaci, realizzare una vera integrazione MMG – ospedale che è la chiave di volta per migliorare l’assistenza e la cura.

Ciò che serve non è una sanità di prossimità, più comoda per il paziente ma che ripresenta e amplifica i problemi della sanità odierna, ma una sanità integrata in grado di connettere le conoscenze e ottimizzare l’uso delle risorse disponibili. È questa la vera sfida della sanità digitale: cambiare le modalità organizzative, non passare. dalla carta al PDF!

Telemedicina

La telemedicina, per svilupparsi, deve integrarsi nel Servizio Sanitario Nazionale.

La parola chiave di qualsiasi progetto deve essere interoperabilità: tecnologica, organizzativa, clinica. La buona volontà non basta. Per introdurre la telemedicina nei servizi e nei processi della sanità serve un approccio di insieme che non può essere limitato alla mera introduzione di una piattaforma tecnologica o all’affidamento a terzi di alcune mansioni. La telemedicina deve calarsi nei flussi operativi di prevenzione, assistenza e cura dei pazienti in una logica di integrazione delle cure. Le piattaforme tecnologiche devono essere “interoperabili by design“, ossia concepite nativamente come un insieme modulare di componenti software e di servizi in grado di integrarsi con i sistemi informativi delle aziende territoriali e di quelle ospedaliere.

Si riportano nell’immagine le 5 prestazioni chiave della Telemedicina:

Televisita: Atto medico a distanza tra dottore e paziente. Sostituisce una visita di controllo in presenza ma non la prima visita;

Teleconsulto: Confronto a distanza tra professionisti sanitari, il paziente non è presente durante l’interazione;

Teleassistenza: Supporto assistenziale a distanza per pazienti fragili o cronici. Interazione programmata e ripetibile per garantire la continuità delle cure a domicilio;

Telecontrollo: Controllo a distanza di parametri per patologie croniche STABILI. La trasmissione dei dati non avviene in tempo reale;

Telemonitoraggio: Monitoraggio a distanza di patologie a rischio di evoluzione rapida. Richiede trasmissione e gestione dei dati in tempo reale per una risposta tempestiva.

Sarà la prossimità la chiave per migliorare la sanità territoriale?

Il DM 77/2022 fissa modelli organizzativi e standard quantitativi per potenziare la cura sul territorio, con l’obiettivo di spostare il baricentro dall’ospedale verso la comunità

Introduce tre nuove tipologie di strutture:

  • Case della Comunità (CdC) : centri di prossimità integrati in cui confluiscono MMG, pediatri, specialisti, servizi sociali e altri professionisti.
  • Ospedali di Comunità (OdC): presidi semiresidenziali o residenziali per dimissioni protette, riabilitazione e cure post-acuzie.
  • Centrali Operative Territoriali (COT): strutture di coordinamento che gestiscono richieste, attivazioni e percorsi di presa in carico.

L’aspetto più rilevante della riforma della sanità territoriale, finanziata con i fondi del PNRR, è la realizzazione di circa 2.500 nuove strutture di prossimità per avvicinare i cittadini a una ampia gamma di servizi socio-sanitari.

Il piano prevede un bacino di utenti di 40-50.000 abitanti per ogni Casa della Comunità che possono essere Hub oppure Spoke, mutuando il modello già in uso per la rete ospedaliera. La Casa della Comunità sarà lo sportello fisico per richiedere prestazioni socio-sanitarie (Punto Unico di Accesso) e il luogo per ottenere assistenza infermieristica, servizi diagnostici di base, cure mediche primarie e per la gestione delle cronicità.

Per i cittadini la disponibilità di strutture più vicine rispetto agli ospedali e agli ambulatori già presenti sul territorio è certamente un aspetto positivo a patto però di trovare nelle prime i servizi e le risposte di cui hanno bisogno. Le competenze specialistiche sono oggi concentrate negli ospedali e per spostare la domanda verso le nuove strutture sarà quindi necessario garantire in queste un buon livello professionale, altrimenti avverrà quello che già succede nella rete ospedaliera, ossia la concentrazione della domanda nelle strutture dove operano i migliori specialisti. La ricerca del “medico bravo” è una legittima aspirazione di ogni paziente che per essere visitato non esita a spostarsi.

La riduzione dei tempi di attesa, uno dei problemi più sentiti da parte dei cittadini, si potrà avere realisticamente parlando solo con un aumento dell’offerta dal momento che contenere e governare la domanda è molto complicato. La scommessa è se con le Case della Comunità si riuscirà ad aumentare la capacità complessiva di servizi specialistici, ovvero se si riuscirà ad ampliare l’organico di medici o se si sposteranno alcuni di loro nelle nuove strutture lavorando in un contesto a iso- risorse.

Quindi la prossimità è una “condizione abilitante” per potenziare la sanità territoriale ma non sufficiente. Paradossalmente la dispersione di risorse e l’adozione di modelli di cura pro-attivi potrebbero peggiorare il livello dei servizi anziché migliorarlo.

Maria Grazia Cattaneo così commenta: “Il paziente cerca il miglior medico, la migliore equipe, le migliori cure. Non basta avere uno sportello vicino, se dietro non c’è un percorso efficiente ed efficace che garantisca qualità della diagnosi, della cura e dell’assistenza”.

Molti pensano che il modello disegnato nel DM 77/22 sia piuttosto teorico e difficile da attuare nella pratica. Ma poiché il PNRR è vangelo e i tempi sono stretti, sono ultimati i lavori di ristrutturazione/adeguamento degli edifici senza alcuna certezza sulla reale fattibilità del modello.

Esperienza di Ombretta Papa, MMG di Roma e Segretario Nazionale della Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie (SIICP)

  1. la pandemia evidenzia delle carenze strutturali nell’ assistenza territoriale
  2. decidono di fare un decreto per sistemare le cose e si inventano le CdC
  3. dimenticano di considerare i medici che dovranno lavorare nelle CdC
  4. decidono (da soli) che i MMG potrebbero fare al caso loro e di deportarli nelle CdC senza chiedersi a fare cosa
  5. i MMG rispondono: anche ok ma a fare cosa? E chiedono di definire ruoli e competenze dentro e fuori dalle CdC
  6. la risposta è “presenza”…

E sarebbero i MMG i fautori del fallimento? Perché chiedono che cosa devono andare a fare di diverso da quel che fanno nei propri studi? E come lo risolverebbero? Facendo fare il MMG a chi non è?

La nuova sanità territoriale richiede professionisti e strumenti ad hoc che però non ci sono. L’impressione è che il DM 77 sia in totale “controtempo” rispetto al periodo che stiamo vivendo, una riforma pensata senza alcun nesso con la realtà.