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L’accoglienza comincia dallo sguardo. I rifugiati in un mondo senza pace

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Uno, nessuno, centomila: questo titolo pirandelliano è stato assunto come sintesi efficace del nostro ambivalente atteggiamento nei confronti delle persone migranti da monsignor Perego, vescovo di Ferrara-Comacchio e presidente della fondazione Migrantes. Se mi serve la badante, ha spiegato, quell’uno diventa fondamentale; se ho bisogno di manodopera, allora i centomila sono assolutamente necessari; se invece non mi servono né badante né forza lavoro, allora di migranti non ne voglio nessuno.

Monsignor Perego ha aperto i lavori del Convegno interregionale del Meic che si è svolto sabato 11 ottobre a Lodi: L’accoglienza comincia dallo sguardo. I rifugiati in un mondo senza pace, ed ha offerto una relazione molto documentata. A curare le conclusioni finali, invece, è stato il presidente nazionale del Meic Luigi D’Andrea, presente all’incontro.

Mons. Perego ha quindi ripercorso l’atteggiamento di fondo della Chiesa nei confronti delle persone migranti, con riferimenti precisi a dati, tappe storiche e documenti magisteriali, giungendo alla sintesi che dovrebbe suonare familiare alle orecchie dei cattolici: “Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!” (Evangelii gaudium, 210). Invece, sempre da percentuali riportate da monsignor Perego, il 54% delle persone che frequentano abitualmente la Chiesa, vorrebbero che i migranti stessero a casa loro!

Evidentemente qualcosa non torna, anche proprio a livello di conoscenza del testo biblico, dato che, come ha sintetizzato la biblista Rosanna Virgili, la storia della salvezza inizia come fenomeno migratorio, dentro una migrazione e con un popolo migrante. Accogliere lo straniero nella Bibbia non è quindi un semplice atto di cortesia che compio se ne ho voglia, ma è un precetto ben preciso: Amate dunque il forestiero, perché anche voi foste forestieri nella terra d’Egitto (Dt 10,19). É questo il leit motiv che attraversa tutto l’Antico Testamento, ripetuto tante volte, ad evitare che venga scordato il fatto che la salvezza, cioè l’essere stati amati senza riserve, non è legata a meriti particolari, ma alla gratuità dell’iniziativa divina, che ha guardato Israele mentre era un povero popolo di migranti bistrattati dalla superpotenza egiziana. Del resto, questa situazione di estraniamento dovrebbe essere familiare anche a noi italiani, dato che siamo un popolo di migranti, come hanno ricordato il presidente della Provincia ed il sindaco della nostra città nel loro saluto ai partecipanti al convegno.

E a maggior ragione dovrebbe essere familiare ai cristiani, visto che Gesù stesso è un rifugiato ed ha dovuto affrontare, appena nato, la migrazione in Egitto per sfuggire alla furia omicida di Erode. Una stirpe, quella degli Erodi, che pare non esaurirsi mai: abbiamo sotto gli occhi, ha continuato la professoressa Virgili, gli orrori di quell’Erode che è Netanyahu, solo per citarne uno.

Il rifugiato ed il migrante, ha concluso, sono occasioni per costruire città e popoli nuovi, che consentono di far avanzare società altrimenti chiuse ed inaridite: è l’insegnamento custodito in tutta la Sacra Scrittura. Occorre però conoscerla, altrimenti si rischia di farle violenza, estrapolandone versetti da utilizzare a proprio uso e consumo.

Il sociologo Maurizio Ambrosini ha trattato invece la questione di come la paura dei migranti ci sta rendendo peggiori. É una paura che si basa però su una serie di assunti che vengono ripetuti ossessivamente, diventando purtroppo l’unica lente con cui guardare al fenomeno migratorio.

Uno degli assunti è che le migrazioni siano una marea montante, un’invasione da contenere prima che dilaghi, fino alla tesi paranoide della “sostituzione etnica”. In realtà i dati ISTAT del 2024 registrano un incremento dell’1,0%!

Un altro è quello che accomuna migranti, rifugiati, e sbarcati, con il corollario di rappresentarli come giovani maschi africani, di religione musulmana. La maggioranza è invece costituita da donne e la religione prevalente è quella cristiana di confessione ortodossa.

I dati, quindi, dicono altro rispetto ad un immaginario collettivo nutrito da titoli ad effetto. La giurista ed esperta di diritto internazionale Francesca De Vittor, in dialogo con il filosofo del diritto professor Bombelli, ci ha accompagnato nei meandri della giurisdizione sullo status di rifugiato, formalizzata nella Convenzione di Ginevra del 1951, subito dopo la Seconda guerra mondiale e durante la Guerra Fredda, cioè quando tutti gli Stati avevano ben presente cosa significasse avere migliaia di persone che volevano fuggire dalla furia nazista ma erano bloccate alle frontiere. Migrare, del resto, è un diritto riconosciuto da tutti i trattati, così come l’accoglienza del rifugiato è un dovere degli Stati che hanno ratificato le convenzioni e che ora, tramite l’esternalizzazione delle frontiere, tentano di negarlo. Ma il diritto internazionale non è relativo: ha dei limiti di efficacia legati alla volontà degli Stati di applicarlo.

Possiamo pensare ad una partita giocata tra bambini – ha concluso la professoressa De Vittor – dove, anche senza arbitro, le regole vengono rispettate, altrimenti non si gioca più. Certo, ci può essere il bullo…ma se gli altri lo lasciano fare, si distrugge il sistema. 

Articolo a cura di Elena Bulzi

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