Referendum cittadinanza: la posizione del Meic
Tra i quesiti referendari su cui saremo chiamati a esprimerci l’8 e 9 giugno, quello sulla riduzione da dieci a cinque anni della durata della residenza richiesta per accedere alla cittadinanza italiana richiede una particolare attenzione dal punto di vista di un movimento ecclesiale che condivide i valori democratici e costituzionali.
Grazie alla cittadinanza, le persone si sono emancipate storicamente dalla condizione pre-moderna di sudditi: possono concorrere alle decisioni con il voto, ricevendo un incentivo importante a identificarsi con la comunità nazionale e ad assumere i doveri relativi.
Gli immigrati pongono una sfida al legame tra comunità nazionale e cittadinanza. Pur risiedendo sul territorio stabilmente e concorrendo all’economia nazionale (2,4 milioni gli occupati regolari in Italia), appartengono a un altro Stato. Mediante i ricongiungimenti familiari, l’educazione dei figli in Italia (oltre 900.000 nelle scuole italiane), eventualmente i matrimoni misti, diventano sempre più parte della società in cui vivono.
Pur beneficiando di alcuni diritti sociali e civili, rimangono esclusi dai diritti politici finché non riescono ad acquisire cittadinanza. Vivono sullo stesso territorio, soggetti alle stesse leggi ed esposti -fra l’altro- allo stesso prelievo fiscale, individui che hanno un diverso grado di potere nei confronti di quelle leggi e di quelle norme fiscali: gli uni, grazie alla cittadinanza nazionale, possono modificare con il voto le leggi a cui devono sottostare, gli altri possono solo subirle, o eventualmente trasferirsi altrove. Si tratta della più comune forma di tirannia: quella per cui alcuni decidono per tutti. Il ritardato riconoscimento della cittadinanza frappone inoltre un ostacolo insidioso all’identificazione delle nuove generazioni con il nostro paese.
Gli Stati hanno elaborato condizioni e procedure più o meno inclusive per regolare questo squilibrio.
Nella maggioranza dei paesi dell’UE a 15 la norma prevalente è quella dei cinque anni di residenza, su cui si è recentemente allineata la Germania, raggiungendo Francia, Portogallo, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Svezia, Irlanda, Malta. Appena più restrittive sono Austria e Finlandia, che richiedono sei anni. Fuori dall’UE, la regola dei cinque anni vale nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Anche laddove i tempi sono superiori – come in Spagna, Danimarca e Grecia-, vigono significative eccezioni. Si applicano inoltre pressoché ovunque condizioni più favorevoli per i minori, specialmente quando sono nati sul territorio. La disuguaglianza sul piano politico tra cittadini nazionali e immigrati è poi mitigata in diversi paesi dall’accesso al voto locale.
L’argomento dell’alto numero di naturalizzazioni concesse negli ultimi anni dall’Italia (circa 200.000 all’anno), a cui si appellano gli oppositori della riforma, ha una spiegazione: stanno maturando le condizioni richieste i molti immigrati arrivati nella prima decade di questo secolo e regolarizzati dai governi di centro-destra a guida Berlusconi.
Non è neppure vero che la durata ridotta a cinque anni introdurrebbe un facile automatismo: come ora, occorrerà superare un test di conoscenza della lingua e delle norme costituzionali, avere la fedina penale pulita, essere in regola con gli obblighi fiscali.
In realtà il referendum pone una domanda sull’Italia che vogliamo: se ripiegata sul passato e chiusa nei confronti del riconoscimento di una realtà multietnica ormai diffusa e consolidata, oppure aperta all’elaborazione di un’identità nazionale inclusiva e rivolta al futuro. Per questo invitiamo i nostri soci e simpatizzanti a partecipare al voto e a esprimere con il SI la nostra visione dell’Italia a cui aspiriamo.
La Presidenza nazionale del MEIC

