Cronaca di Maria Teresa Gino, segretaria nazionale Meic, membro del gruppo di Potenza)
“Aree Interne: nuove forme pastorali capaci di leggere il presente e generare un cambiamento”. E’ questo il tema dell’evento che si è tenuto oggi a Melfi, in provincia di Potenza. Si è trattato di un incontro con le istituzioni locali e le rappresentanze sindacali e culturali del territorio della Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa.
Dopo i saluti introduttivi di Giuseppe Maglione, sindaco di Melfi e di Vito Bardi, presidente della Giunta Regionale della Basilicata, sono intervenuti monsignor Felice Accrocca, arcivescovo metropolita di Benevento e monsignor Ciro Fanelli.

Dopo un ampio e articolato saluto del Sindaco di Melfi, dott. Maglione, che non solo ha evidenziato i problemi delle aree interne, ma ha anche elencato tutti i possibili interventi della politica e dell’amministrazione che possono, insieme al ripensamento della pastorale ecclesiale, rigenerare comunità e territorio, è intervenuto Giampiero Tetta, dell’Ufficio pastorale e del lavoro, che ha evidenziato l’interesse per questo evento, testimoniato dal cospicuo numero dei partecipanti.
Tetta ha richiamato la crisi della automotive (a Melfi il distretto industriale con perno su Stellantis) e ha sottolineato come la cura della democrazia passi attraverso la collaborazione tra la Chiesa (ancor più dopo Trieste) e gli amministratori nella società civile. La diocesi di Benevento indica una buona prassi per ripartire da una nuova base, ma la situazione, secondo Tetta, dell’area di Melfi è peggiore rispetto al beneventano (calo del 62% della produzione industriale, prima regione per calo demografico con una proiezione del 22% in meno della popolazione residente nel 2050, con indicatori di benessere sconfortanti, per la criticità del sistema sanitario, di quello giudiziario, il tutto in aggiunta alla attuale crisi idrica e alla perdita di presidi economici, finanziari, di primo soccorso e persino di fornitura alimentare).
Gli investimenti Fesr e Pnrr sono progettati sulla base di modelli che non corrispondono alla realtà attuale, mancano ancora strutture e strumenti che disseminino progetti tra i soggetti territoriali che non possono essere solo soggetti passivi della pianificazione politica regionale. Mancano anche i dati aggiornati su settori fondamentali (come emigrazione, sanità, ecc) se non aggregati regionali che risentono dei principali centri urbani e non sono utili per la progettazione da parte dei soggetti delle aree interne. Magatti ci ricorda che per uscire dal torpore e dall’ignavia noi cattolici dobbiamo abbracciare i bisogni della società civile e quindi chiediamo ai nostri interlocutori di parlare di problemi reali ed interventi concreti, ma assumendosi ognuno la propria parte di responsabilità anche politica, in senso ampio, anche come esercizio della propria professione.
Il coordinatore del tavolo, Gaetano Araneo, presidente del gruppo diocesano MEIC di Melfi, ha salutato gli 11 comuni convenuti e chiesto di sentire la voce della regione Basilicata, rappresentata da Gianpiero Perri. Avendo a lungo avuto responsabilità pubbliche, Perri, capo di Gabinetto del Presidente della Regione Basilicata, è intervenuto sul piano personale citando il documento dei Vescovi sul Mezzogiorno del 1989, che già cita un meccanismo di torsione culturale etica e sociale che riguarda la società civile. La politica è espressione della società civile e quindi i cambiamenti epocali sono faticosamente metabolizzati da tutti, tanto più in questa realtà condizionata dal digitale e dalla velocità. Il tema delle aree interne deve essere trattato con una visione realistica: “I responsabili della situazione del Mezzogiorno sono i meridionali”, dissero i Vescovi nello stesso documento.
La questione fondamentale è che i politici non possono che essere seminatori di fiducia e di speranza: questa narrazione non sembra esistere nel Mezzogiorno. Occorre superare la frammentarietà per migliorare le condizioni del territorio. Ma a partire anche da dati positivi: il reddito medio cresce e il costo della vita è il più basso, in Basilicata. Qui però è più facile l’invidia sociale. Le aree interne da sole non sono autosufficienti, occorre creare un sistema energizzante intercomunale. Occorre ripartire da quelli che siamo: ripensando modelli di sviluppo, ricostruendo un più intenso dialogo con i sindaci, valutando l’impatto dei grandi investimenti pubblici, ma chi è animato da fiducia può dare un maggiore apporto. È quello che la a regione si aspetta dalla Chiesa lucana! Araneo ha poi ribadito che non c’è più tempo da perdere, se non vogliamo rischiare di perdere i nostri borghi che fino a qualche anno fa erano centri attivi.
Nel suo intervento Monsignor Accrocca ha cominciato col precisare che quando parliamo di aree interne non parliamo di Italia meridionale. Se c’è qualcosa che unisce è proprio la dimensione delle aree interne. La metropolizzazione (non solo l’urbanizzazione che già era tipica di grandi aree d’Italia) crea ingrossamenti di periferie anonime e aree desertiche. Che l’alta finanza ne abbia vantaggio? Le periferie sociali sono più manipolabili. Qui nelle aree interne permangono strutture idonee a stabilire connessioni umane: i vescovi della metropoli di Benevento nel 2019 proponevano il metodo della comunione o – se si preferisce un linguaggio meno ecclesiale – del “fare rete” tra le aree interne che hanno già delle risorse. Ad esempio i servizi sociali delle grandi città hanno dubbia efficacia, invece nelle aree interne no. Quanti anziani potrebbero vivere in condizioni di maggiore serenità piuttosto che nelle Rsa? Accrocca ha richiamato più volte il film “Un mondo a parte”. Le scuole dell’infanzia nelle aree interne non hanno più possibilità di sperimentazione della realtà urbana? Si pensi al rapporto con l’ambiente, al rapporto intergenerazionale, ma bisogna mettersi insieme.
Occorrono poi – ha spiegato monsignor Accrocca – collegamenti tra centro e periferia: i giovani esigono che si assecondi il desiderio di novità e di socialità. Occorre seguire il criterio diametralmente opposto a quello seguito: ad esempio nel costruire nuove strade si parte dal centro ma spesso ci si ferma prima di raggiungere le periferie (lievitano i costi, i lavori restano incompiuti). Viceversa se si partisse dalle periferie sarebbe impensabile non concludere se non nelle città importanti. Occorre un cambio radicale di mentalità e occorre una politica che imponga all’alta finanza scelte che essa non farà mai! Il criterio del numero degli abitanti non può essere ancora l’unico per determinare l’assegnazione di risorse e servizi, anche quando le aree interne coprono territori vasti e più impervi. Occorrono tassazioni differenziate in relazione alle aree in cui le attività sono insediate (i bar dell’immediata periferia di Roma non guadagnano quanto i bar di un piccolo paese, eppure i piccoli esercizi continuano a tenere vive le reti sociali) e i negozi in questo senso agiscono come le scuole, ma il piccolo negozio non può competere col centro commerciale.
Anche i cittadini devono partecipare con delle oggettive scelte di sostentamento della qualità. Se non sappiamo fare rete andiamo incontro a un suicidio collettivo. Occorre che muoia il protagonismo e che vi siano strutture più duttili. Così a livello ecclesiale. Occorre spostarci se necessario per servirsi gli uni dei servizi degli altri. Le aree interne richiedono piani pastorali specifici per aree interne, non per aree urbane. Dal 2021 si incontrano fino a 30 vescovi delle aree interne, da circa 13-14 regioni (Veneto, Piemonte, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Molise, Campania, Sicilia, Sardegna): ma quale pastorale? Nella collana di Teologia della Queriniana “Giornale di Teologia” verranno pubblicate alcune importanti relazioni dei vescovi Crociata, Repole, Brambilla. Possiamo poi osservare i flussi migratori in crescita continua: si pone dunque il problema di una pastorale ecumenica (per la maggioranza sono cristiani dell’Est) o interreligiosa. Lavorare in rete significa dunque cambiare anche la pastorale. “La montagna lo fa”: il motto del citato film si riferisce alla rassegnazione, alla frammentazione. “Tutti perdenti, tutti contenti!” si traduce in una guerra tra poveri.
Spesso – è stato inoltre ribadito – si lavora separati, da individualisti, invece ci vuole intelligenza politica e intelligenza pastorale per far vivere luoghi che stanno morendo. Per educarci a questo servono le arti che ci aiutano ad invertire la narrazione per propagandare non solo i problemi. I nostri giovani che lasciano i nostri piccoli paesi per i grandi centri vanno a infoltire l’anonimato delle periferie lontane dai luoghi di interesse, dove non conosci e non sei conosciuto. In conclusione, nelle aree interne, dov’è la vita, la vita non vuole morire. Qui si gioca il futuro della nazione! I vescovi delle aree interne hanno lanciato un tema che è ormai quasi di moda, ma ora ci auguriamo che assuma la sua centralità nelle varie agende di governo e che venga affrontato con progettualità. E occorre perciò ricordare, evangelicamente che “Uno semina e uno miete”: ci vuole il coraggio di progettare a lungo termine!
L’incontro si è poi concluso con l’intervento di monsignor Ciro Fanelli, arcivescovo di Melfi, Rapolla, Venosa, a cui si deve la promozione di questo incontro organizzato dal Meic di Melfi e dall’Ufficio pastorale sociale e del lavoro della diocesi melfitana.
Seguiranno aggiornamenti sui restanti interventi.