1. Home
  2. Opinioni
  3. Come si fa? Il problema del metodo di apprendere
0

Come si fa? Il problema del metodo di apprendere

0

Pubblichiamo di seguito una riflessione e un appello di Lucia Bellassai, in merito al problema del metodo di apprendere.

Ci sono incubi che scrivono la storia. Quella delle persone e un po’ di più. Non sono eccessiva con tale apertura di articolo così drastica, così netta; ripensando ai volti di molti ragazzini e adolescenti, giovani, non tutti ovviamente ma la maggioranza sicuramente, che ho incontrato finora, rivedo la loro aria preoccupata, la loro espressione di ansia rispetto ad un testo da apprendere connotato dalla complessità, non lineare, semplice, facilmente comprensibile. Il comune modo di reagire alla difficoltà suddetta è quello di rifugiarsi nel meccanismo mnemonico.

«Se non capisco, apprendo la cosa a memoria, senza capirla molto, senza diventarne padrone, per non fare brutta figura alle verifiche. Poi la dimenticherò e con questa dimenticherò anche la paura. Salvo che poi tornerà questa paura…». Questo modo di reagire accomuna tanti alunni.

Nei più coscienziosi spunta invece una domanda, che trovano il coraggio di formulare solo all’adulto di riferimento, a quello di cui si fidano: «Come si fa?». E’ una domanda che ci deve far riflettere perché fissa e mette sotto inchiesta il metodo diffuso di studio usato nella maggioranza dei casi. Si risponde alla difficoltà con un metodo primitivo, il primo cui istintivamente ci si aggrappa. E’ una risposta infantile perché non si è cresciuti nell’arte dell’apprendimento.

Come quando ci si relaziona con l’altro sesso. L’affettività è un altro perimetro nel quale esordiamo con i mezzi e i metodi appresi nell’infanzia; spesso restiamo infanti in essa, senza parole e gesti, senza il linguaggio che l’età adulta e la complessità delle situazioni richiederebbero, colpiti da un’afasia, da un auto-centrismo tipico dei bambini, in una condizione tale che può essere compromessa la stessa relazione affettiva.

Si cresce in statura, ma si rimane bambini, soggetti dipendenti da altri, non eteronomi, incapaci di stare in piedi sulle proprie gambe. Come nell’affettività, così nell’apprendimento. I ragazzi ci chiedono metodo. La sua acquisizione impone l’organizzazione del pensiero, impone di accettare la necessità della coesistenza di più prospettive di indagine. Ciò non è imprescindibile dalla necessità che essi abbiano una cassetta di attrezzi che sappiano usare con padronanza.

Tale disinvoltura nel maneggio delle conoscenze può essere il risultato di un apprendimento svolto in modo antico. Ciò farà sussultare qualcuno dei pedagogisti più moderni ma per l’esperienza maturata preferisco un allievo che sappia usare con chiarezza e precisione le poche nozioni di base che l’allievo confuso, colpito da ansia di prestazione scaturente dall’assenza di informazioni puntuali.

E invece succede nella quotidianità che tale cassetta degli attrezzi è vuota, sepolta da mille progetti che dovrebbero arricchire un livello di conoscenza di base inesistente. Ci basti pensare all’uso della nostra lingua: gli stessi volti preoccupati li ritrovo non solo nella comprensione di un testo un po’ più complesso del solito ma nella stesura di uno scritto. L’incubo di riempire un foglio bianco di parole prevale sull’attenzione richiesta dalla trattazione di un componimento, addirittura di un riassunto, è cosa nota a moltissimi alunni. Senza distinguo di età.

Sono gli stessi che fanno recapitare, nel momento della ricerca di un posto di lavoro, una domanda di assunzione che inizia spesso in terza persona singolare per chiudersi in prima. In soccorso di costoro arriva un modello pre-stampato, scaricabile da internet, che può metterli a riparo da condotte errate e pregiudicanti la stessa richiesta di assunzione.

Spesso, nella correzione di bozze, mi son dovuta barcamenare tra la necessità di non scalfire la suscettibilità dell’autore, molte volte insospettabile nella sua ignoranza perché più titolato di un pluridecorato ufficiale militare, e quella di rendere la stesura finale dei lavori accettabile. Dopo anni di studio, di lauree prestigiose ed altro, spesso, ma non sempre per fortuna, il risultato è questo e la domanda che si pone è semplice: se il linguaggio usato tradisce tale mancanze, che capacità di trasmissione comunicativa ne discende? 

Non si indaga sulle capacità del pensiero di tali autori, perché cosa diversa dal livello di istruzione che hanno raggiunto, ma sulla capacità di farsi intendere con nettezza come solo una conoscenza precisa della lingua parlata nella propria nazione permette, facendosi tale conoscenza la premessa di un apprendimento delle lingue straniere.

Un certo fare da badante ha anestetizzato la necessità di essere rigorosi nell’insegnamento della lingua italiana, nella convinzione che sono i contenuti e non la forma a essere più importanti. Mi chiedo sovente come faranno i contenuti a essere veicolati con correttezza se il traffico degli stessi è caotico, senza regole, impreciso, incerto?

E quindi ci si chiede se forse non è tempo di rimettere mano alla costruzione della preparazione scolastica dei nostri ragazzi per fare di loro oggi studenti sereni, domani professionisti affidabili e noi, anziani tra non molto, fiduciosi delle abilità del professionista cui affidiamo le nostre sorti. 

di Lucia Bellassai