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Angela Merkel, un grazie da europei

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di ROSETTA FRISON

Forse adesso non ce ne rendiamo conto ma non sarà facile per noi europei abituarci a non vederla più ai consessi internazionali e, soprattutto, a capire che d’ora in poi non sarà più lei il cancelliere della Germania e che il suo ruolo politico (nel suo paese, in Europa e in ambito internazionale) è finito con la sua (volontaria) uscita di scena. Molto abituati alla sua presenza pubblica, della sua vita sappiamo piuttosto poco. Il suo scarno profilo biografico, riproposto nei giorni della sua uscita, ci rimanda l’immagine di una ragazza nata nella DDR (Germania Est), che nelle prime elezioni (1990) dopo la riunificazione della Germania si guadagna già un seggio al Bundestag ed è chiamata nel 1994 da Helmut Kohl a ricoprire il ruolo di ministro della Famiglia e poi dell’Ambiente. Ma contestualmente inizia a diventare forte anche all’interno del partito, quella CDU in quel momento inquieta e confusa, cosicché, quando Kohl è costretto a lasciare il cancellierato (dopo 16 anni) e anche la presidenza del partito, sarà proprio lei a scalzarlo e a sostituirlo in quest’ultimo ruolo. E la “ragazza” che aveva reclamato con forza un ricambio generazionale, si guadagna così l’appellativo di “parricida”. Il responso elettorale del settembre 2005 impone alla Germania un governo di grande coalizione: quella Grosse Koalition che inizia il suo cancellierato che, pur con vari cambiamenti di alleanze, è durato fino a questi giorni.

I giudizi sul suo operato politico si sono già sprecati, il futuro potrà valutarne con maggior distacco luci ed ombre, ma non solo questo interessa. Come è riuscita Angela Merkel ad arrivare a ricoprire quel ruolo di cancelliere, a mantenerlo per tanti anni, ad esercitare così a lungo potere e influenza ben al di fuori dei confini del suo paese? Molto si spiega con la storia della sua vita precedente all’impegno politico. Figlia di un pastore protestante, nata nella DDR e cresciuta respirando l’obbligo alla riservatezza, si dedica allo studio ottenendo una laurea in fisica quantistica e poi un dottorato che sembrano spalancarle le porte a una carriera come scienziata. Ma il momento storico in cui vive porta invece la timida “ragazza venuta dal freddo” in altra direzione, nella quale il pregresso patrimonio di competenze è peraltro preziosissimo. Conosce più lingue, per cui può parlare correntemente russo con Putin e inglese con tutti i leader mondiali, e ha un bagaglio scientifico e una mente allenata ad affrontare la complessità senza soggezione. E, di suo, ci mette anche una grande capacità di ascolto e una innegabile pazienza. Nessuna pretesa di poter noi arrivare a una valutazione esauriente ma qualcos’altro questa donna ci sta insegnando anche in questi momenti della sua uscita. “Cercate di guardare il mondo con gli occhi degli altri” è l’esplicito suggerimento che lascia. E nella cerimonia ufficiale in cui le viene tributato il saluto di congedo sceglie, tra i brani della colonna sonora, anche l’esecuzione del Te Deum. Tra i cronisti di questi giorni quasi nessuno lo conosceva né ha saputo coglierne il significato, che a noi non sfugge. Il suo grazie a Dio può essere anche nostro, e che lo stile con cui ha vissuto il suo impegno sia di insegnamento a tutti noi, europei e cittadini del mondo, donne e… uomini!