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Chiesa e abusi: dall’indignazione alla riforma

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I dati sconvolgenti del rapporto della commissione d’inchiesta sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa francese hanno riacceso l’attenzione sul tema della pedofilia nelle comunità cattoliche e ha provocato la dura e addolorata reazione del Papa: “È il momento della vergogna, la mia e la nostra“.

Ripubblichiamo di seguito una riflessione di Marie-Jo Thiel, medico, teologa e direttrice del Centro europeo d’insegnamento e ricerca in etica di Strasburgo, apparsa sul numero 3/2019 di Coscienza, in una sezione monografica intitolata “Mai più” che ospitava anche un articolo di Sergio Astori e un’intervista a padre Hans Zollner, consulente di papa Francesco per la protezione dei minori.



Dall’indignazione alla riforma

di MARIE-JO THIEL

Abusare di un ragazzo, di un minore, di una persona indifesa è inaccettabile. Ma quando questa violenza è commessa da un prete, lo scandalo è come raddoppiato perché ferisce non solamente l’integrità di una giovane vittima, ma anche la sua vita spirituale, tradendo, potremmo dire, il Vangelo di Cristo. Come non provare tristezza, collera e indignazione? Tale reazione è necessaria dal momento che per molto tempo abbiamo creduto, in ambito cattolico, che non fosse bene indignarsi con un prete, che ciò fosse di detrimento alla Chiesa… «Là où il y a de l’homme, il y a de l’hommerie» si scusavano alcuni, citando Francesco di Sales. Certo, ma la crisi attuale della Chiesa ricorda che “l’hommerie”, ovvero la bassezza della condizione umana, può raggiungere a volte vertici di perversione tale, come nel caso di abusi sessuali commessi da sacerdoti, da traumatizzare ragazzi innocenti, giovani e persone vulnerabili nel corpo e nell’anima. Denunciare abusi di potere e di autorità che possono spingersi fino all’aggressione sessuale, alla pedofilia, non è dunque fare del male alla Chiesa. Al contrario. Ma le cause sono molteplici e complesse, correlate le une alle altre. Papa Francesco l’ha ben compreso collegando gli abusi sessuali a disfunzioni strutturali, a interazioni complesse, sistemiche, in cui l’abuso di potere determina un ascendente nocivo, l’occultamento, diverse trasgressioni, fino all’abuso sessuale che a sua volta, quando non è punito, represso, consolida gli eccessi di potere abusivo secondo circoli viziosi criminali.


Quando sono uomini di Chiesa (si può parlare anche di donne, ma questa situazione è assai più rara e soprattutto ben diversa in una struttura il cui governo è gestito unicamente da maschi), sacerdoti o religiosi, che tradiscono fino a questo punto la fedeltà al Vangelo, non si tratta di gridare alla cospirazione, al complotto massonico, o alla stampa scandalistica come se il problema fosse semplicemente al di fuori. La gravità del male interroga innanzitutto ad intra: non che nella società gli abusi non esistano, essi sono presenti in luoghi di analoga generosità e potere come lo sport, l’arte, l’educazione, i servizi ospedalieri… Ma nella Chiesa la questione è raddoppiata: perché l’adesione al messaggio evangelico di Cristo, di cui il sacerdozio ministeriale si vuole testimonianza vivente, non li ha sufficientemente “informati” perché si guardassero da tali tradimenti? Perché è stato così facilmente tradito da tanti sacerdoti l’insegnamento della Chiesa, in particolare quello dell’etica sessuale e familiare, che essi, pastori del popolo di Dio, dovevano mettere in pratica e annunciare? Si deve credere che non sia sufficiente una, benché forte, appartenenza religiosa al cristianesimo per prevenire gli abusi sessuali sui minori? Oppure si deve credere che questo insegnamento etico non ha sufficientemente convinto ed è rimasto una norma solo esteriore facile da contravvenire, dal momento che non si tratta di trasgressioni puntuali e individuali, ma di trasgressioni seriali, sistematiche, segno di disfunzioni molteplici nella stessa istituzione, nella governance,  nei suoi rappresentanti, sacerdoti e laici, nel clericalismo, nella maniera di intendere il potere, di gestire i silenzi e i segreti? Fattori predisponenti, psicologici, sociologici, culturali, si combinano allora a presupposti teologici e/o ecclesiologici e favoriscono il passaggio all’atto e il suo occultamento o la negazione della sua gravità e infine la reiterazione…

I credenti vogliono oggi comprendere, affinché i fatti venuti alla luce del sole non si ripetano più.  

In questo breve contributo, vorrei mostrare succintamente come alcuni presupposti teologici o ecclesiologici abbiano in certi casi potuto giocare un ruolo di facilitazione. Comprendiamo tuttavia senza difficoltà che nessuno di questi presupposti è da solo sufficiente a condurre direttamente all’azione: è la combinazione con altri fattori, individuali e collettivi, e il fatto che l’istituzione non ha giocato del tutto il suo ruolo, ad averli resi e a renderli tuttora mortiferi.

Le cause istituzionali

Certi ambienti istituzionali, certi modi di governo della Chiesa (una struttura gerarchica che si basa su una distinzione troppo forte tra il clero e i laici), l’ignoranza della pregnanza dell’uguaglianza battesimale, una certa idea del sacerdozio ministeriale, uno spazio eccessivo accordato alla segretezza hanno condotto, nel corso dei secoli, a creare un quadro sistemico incentrato più sul potere che sul servizio, più sul clericalismo che sull’impegno nella carità, più sulla leadership che sul dono di sé. Quando la trasgressione non è punita, quando è nascosta e coperta, o semplicemente quando la denuncia non è presa in considerazione, quando gli uomini di potere “sanno” di non aver nulla da temere nulla e che saranno sempre “protetti” dalla loro autorità sacramentale, così decisiva per i fedeli, quando una denuncia di massa è nel migliore dei casi “liquidata” con il trasferimento del sacerdote da una parrocchia ad un’altra senza alcuna indagine, gli abusi proliferano e, come in un circolo vizioso, aggravano le disfunzioni a tutti i livelli del corpo della Chiesa.

Non si tratta di rimettere in causa ogni nozione di potere e di governo né di ignorare che la grande maggioranza dei sacerdoti e dei religiosi cercano di svolgere al meglio la loro missione. Ma un sistema in cui i preti costituiscono una élite separata dagli altri battezzati, in cui i dirigenti, uomini ordinati, ritengono di essere i soli a poter governare la Chiesa, in cui i laici non hanno quasi alcun ruolo riconosciuto: un tale sistema non è rispettoso della comune condizione di battezzati, per la quale tutti i fedeli sono sacerdoti, profeti e re. Questo clericalismo, sovente denunciato dal Papa, «genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire di no all’abuso significa dire con forza di no a qualsiasi forma di clericalismo» (Lettera al popolo di Dio del 20 agosto 2018). Ora queste “disrelazioni” del clericalismo, aggravate dall’assenza di donne nelle mansioni decisionali in ragione di una comprensione povero e falsata del sacerdozio ministeriale, aggravate dalla paura di coinvolgere i laici in tutti i livelli decisionali, ma anche nei consigli e nelle strutture che indagano sui preti e i vescovi sospettati di abusi , minano oggi la credibilità della Chiesa e anzi pongono in questione la sua capacità di riformarsi. Papa Francesco tenta di riformare la curia (Praedicate Evangelium), di valorizzare una Chiesa “tutta sinodale” e di innervare tutti i livelli del funzionamento istituzionale di una dimensione dialogica. Un funzionamento di tipo comunitario e di reciproco scambio tra la Chiesa di Roma e le Chiese particolari sta andando senza dubbio nella giusta direzione. Sebbene ciò non sia ancora sufficiente per la necessaria riforma ecclesiale, curiale, ministeriale, apre tuttavia la strada a un nuovo spirito che ci spinge a metterci al lavoro, dal momento che al potere conquistato non si rinuncia facilmente. Contribuisce soprattutto ad aprire la via perché la Chiesa possa passare da una ecclesiologia universalista a una teologia di comunione delle Chiese. Il cantiere è immenso.

Studi puntuali come quelli di Mary Keenan, o collettivi, a proposito di diversi rapporti in numerosi paesi (Irlanda, Belgio, Germania, Australia, Stati Uniti, per limitarci ai più conosciuti) concorrono progressivamente a meglio delineare i profili dei preti autori di abusi sessuali su minori e a comprendere come certi tipi di strutture, di formazione, di governance abbiano potuto contribuire ad occultare fatti intollerabili e a porvi rimedio nelle loro cause profonde. Insomma, la crisi che attraversa la Chiesa oggi non è arrivata “per caso”. L’adagio tradizionale per cui si ha sempre l’etica della propria dogmatica e la
dogmatica della propria etica mantiene ancora la sua validità: la crisi attuale rivela infatti le conseguenze etiche di certe rappresentazioni ecclesiologiche, teologiche, ministeriali che suffragano una troppo forte diseguaglianza (fino all’essenza) tra chierici e laici, certe preferenze quanto all’immagine di Dio (Padre autoritario in una teologia sacrificale), certe rigidità di un insegnamento morale eccessivamente universalista, senza spazio per il discernimento e la misericordia, e così via.

Fattori individuali

La maggioranza dei sacerdoti è fatta di uomini generosi, impegnati nel servizio al popolo di Dio. Ma essi restano degli uomini, con la loro fragilità e la loro vulnerabilità. Alcuni di loro sono stati essi stessi traumatizzati nell’infanzia (circa la metà di coloro che abusano sono stati a loro volta abusati), hanno avuto una storia difficile e crescono psicologicamente fragili, in una condizione di disagio. Altri si inaridiscono nel lavoro, volendo essere i migliori: sono dei narcisi, dei perfezionisti, ma per diverse ragioni, dimenticano che il successo evangelico è innanzitutto opera dello spirito di Dio. E poi, soprattutto, il più delle volte la loro formazione non li ha aiutati a prendere in considerazione le emozioni e le pulsioni che essi condividono con la maggior parte degli uomini. Più ancora, essi sono stati formati in un contesto – un bozzolo – in cui la Chiesa è rimasta “società perfetta” fino all’ecclesiolatria, interdicendo ogni critica, impedendo loro di essere sé stessi, piuttosto che un “benedetto yes man”.

La concezione del sacerdozio ha spesso rafforzato questa accezione sacralizzante: il sacerdote è un “alter Christus”, anzi un “ipse Christus” (definizione del cardinal Sarah), nella logica del Concilio di Trento. La costituzione Lumen Gentium (LG) del Vaticano II ha senza dubbio cercato di riformare tutto questo, proponendo l’immagine del rappresentante del Cristo. Ma il «in persona Christi» di LG 28 è talvolta utilizzato fuori contesto e può condurre a “scambiarsi per Cristo” nella propria maniera di gestire la pastorale. Certe formulazioni di LG non sono totalmente perfette, come la formula che vuole che i vescovi «presiedono in luogo di Dio al gregge di cui sono pastori» (LG 20). Nessuno può prendere il posto di Dio. Tuttavia non c’è confusione tra i sacerdoti «consacrati per predicare il Vangelo, essere i pastori dei fedeli e celebrare il culto divino» e il solo sacerdote eterno, «l‘unico mediatore, che è il Cristo». LG 28 è chiara: «agendo in persona di Cristo e proclamando il suo mistero, (i sacerdoti) uniscono le preghiere dei fedeli al sacrificio del loro capo e nel sacrificio della messa rendono presente e applicano fino alla venuta del Signore (cfr. 1Cor 11,26), l’unico sacrificio del Nuovo Testamento, quello cioè di Cristo, il quale una volta per tutte offrì se stesso al Padre quale vittima immacolata».

La sfida resta oggi l’identità del sacerdote alla luce della recezione del Concilio Vaticano II e nella sua connessione con i laici, battezzati come lui. Cosa che potrebbe essere poco evidente quando si cerca di porsi in una “differenza significativa” con questi ultimi e a ciò si associano immaturità emotiva e sessuale, narcisismo, la fatica del ruolo di sacerdote, un vissuto di solitudine. Molti degli abusi si consumano così nei dieci anni che seguono l’ordinazione sacerdotale.

Indignazione e riforma

L’indignazione è certo il primo movimento di riprovazione di un atto che attenta alla dignità dell’altro: della vittima ferita nel corpo e nell’anima, ma anche di coloro che gli sono vicini (dei suoi parenti), della Chiesa stessa come popolo di Dio. L’indignazione è necessaria di fronte alla gravità del male, dato che si tratta non solamente dell’oltraggio nei confronti di un essere fragile, di un subordinato, ma dell’abuso commesso da un uomo di Chiesa dal quale ci si deve attendere un rapporto di fiducia e il cui atto ferisce non solamente un corpo, ma anche un’anima, una vita spirituale, non limitatamente al momento dell’abuso, ma con conseguenze per tutta una vita.

L’indignazione nondimeno non è sufficiente: per esempio, nel caso Preynat (il prete della diocesi di Lione la cui condanna ha coinvolto anche il cardinale Barbarin per omessa denuncia) le vittime di questo sacerdote hanno trovato intorno a loro la comune indignazione, ma ciononostante non hanno potuto essere ascoltate. Ci sarebbero voluti ben altri fattori, azioni ed avvenimenti, una buona dose di tenacia, per aprire la strada che avrebbe permesso all’indignazione di tradursi in accusa e processo, e, bisogna sperarlo, in riforme graduali.

È il momento di nuove decisioni tanto ad opera del magistero romano che delle istanze delle Chiese nazionali. Si pensi al Motu proprio di papa Francesco Vos estis lux mundi pubblicato il 9 maggio 2019. Questo testo importante introduce nel diritto della Chiesa cattolica nuove procedure per segnalare i casi di molestia e di violenza (e non solo di abusi sessuali) e corrisponde bene all’idea del Papa e al suo appello alla responsabilità, al suo “mai più” che non manca di fare eco al “mai più” echeggiato all’indomani della Seconda guerra mondiale. Ma si resta ancora nel tra-sé clericale, senza spazio per i laici. Ugualmente si pensi alla riforma della Curia in corso che potrebbe aprire la responsabilità dei dicasteri ai laici, così come al Sinodo in Amazzonia che ha stimolato la riflessione sulle novità sui ministeri ordinati e non, che è analogamente un punto importante per una Chiesa più sinodale.

Questi progressi sono dei primi passi, ma non porteranno il loro frutto se non si risponderà
risolutamente al perché della crisi attuale. Ci sono oggi più domande che risposte. La prevenzione non è solamente una questione marginale, di cornice; la Chiesa, come la società, cerca di metterla in pratica per rendere più difficile e, se possibile, impedire ogni abuso. Ciò significa ancora una giusta trasparenza, l’obbligo della responsabilità (accountability), un sano decentramento. Ma anche un lavoro di contenuto, che impone di ritornare di nuovo e sempre alle sorgenti della fede, fino a Cristo stesso, al fine di interrogarsi sulle strutture e i ministeri di cui abbiamo bisogno oggi, distinguendo ciò che riguarda la disciplina istituzionale e ciò che costituisce il cuore della fede cristiana, ciò che attiene alla sacramentalità e ciò che concerne la governance. Ciò significa evidentemente una cura particolare per la formazione dei sacerdoti, un’educazione psicosessuale, ma anche una collaborazione a tutti livelli tra laici, uomini e donne, sacerdoti e vescovi, al fine di evitare e di prevenire le disrelazioni, ovvero le disfunzioni delle relazioni clericali.