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VENETO Un ricordo di Marino Cortese, amico fedele del Meic

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di Mario Serafin

Marino Cortese, morto a 81 anni il 27 aprile 2020 dopo mesi di malattia, è stato un protagonista importante in mezzo secolo di storia di Venezia e del Veneto. Nel primo anniversario merita un ricordo il suo impegno nella vita pubblica e culturale, che fu sempre accompagnato da un’amicizia fedele al Meic, in continuità con la frequentazione da giovane dell’Azione Cattolica e della Fuci.

Laureato a Ca’ Foscari, ricercatore economico all’Irsev (l’Istituto regionale per lo sviluppo del Veneto), ha aderito molto giovane alla Democrazia cristiana, divenendone presto un leader della corrente di sinistra, che a Venezia era forte e in competizione interna con la maggioranza dorotea veneta.

Giuliano Zanon, che come lui fu presidente del gruppo veneziano e poi delegato regionale del nostro Movimento, è buon testimone dello stile e dell’esperienza di Marino in più ambiti: nelle associazioni laicali ecclesiali; negli organismi universitari attivi e rappresentativi negli anni ante ‘68, Intesa e Unuri, di cui fu consigliere nazionale come rappresentante degli studenti di Ca’ Foscari; nelle successive responsabilità politiche e amministrative; nelle istituzioni culturali. Aveva tempra di leader: «ha potuto fare da traino – ricorda sempre Giuliano – per i più giovani e costituire per tutti un importante punto di riferimento. Nel vivace momento di transizione degli anni Sessanta e Settanta, a Venezia e non solo era il leader del cattolicesimo politico più aperto alle novità del cambiamento, ma anche il possibile legame con le istituzioni ufficiali. Si era sicuri di ottenere suggerimenti e indicazioni fondamentali per superare la crisi dei rapporti senza rompere con il mondo da cui provenivamo e non disperdere tutte le risorse ed energie ancora esistenti».

Quanto al Meic, Giuliano racconta che «la crisi generazionale che attraversa il nostro gruppo sempre più esiguo, con soci sempre più anziani e con scarse e difficili prospettive di ricambio, non lo lasciva indifferente. Era sempre felice che ci fosse qualche iniziativa, non mancava mai. Sperava sempre in un rilancio sollecitando di non abbandonare le esperienze tradizionali e di tentare nuove strade».

Prima che nel Meic, io l’ho conosciuto e frequentato da funzionario negli uffici della Giunta regionale. Cinquant’anni fa, al sorgere delle Regioni ordinarie, Marino Cortese fu eletto nel primo Consiglio regionale, poi rieletto in successive legislature, assumendo incarichi di spicco fino al 1987, anno della sua elezione a senatore fino al ’92. Dal 1990 al ’93 fu consigliere comunale a Venezia e dal 2000 al 2003 assessore alla cultura e al turismo. Si dedicò a istituzioni culturali, come la Fondazione Giorgio Cini (ne fu vice presidente), la Fondazione Levi per gli studi musicali, la Fondazione Querini Stampalia (dove accolse una visita del consiglio nazionale del Meic, in riunione a Venezia), la Scuola Grande di San Rocco.

Fece parte del Consiglio pastorale diocesano e del Centro di studi teologici Germano Pattaro. A don Germano e al patriarca cardinale Marco Cè fu legato in profonda sintonia. Animatore e presidente del gruppo veneziano, consigliere nazionale nel triennio della prima presidenza di Lorenzo Caselli, partecipava normalmente alle assemblee e ai congressi nazionali del nostro Movimento.

Del rapporto con il Meic è solida testimonianza la sua relazione al convegno per i gruppi del Triveneto tenutosi alla Scuola dei Lanieri a Venezia il 13 ottobre 2012. A tale convegno, che aveva per tema «Nel Veneto e nel Nord Est tra passato e futuro», Marino espose osservazioni argomentate su «La Regione del Veneto negli anni dal primo [1971] al secondo [2012] Statuto e le Regioni del Nord Est nell’evoluzione della società e del territorio».

Dal quel testo emerge la sua forza intellettuale, espressa con riferimento alla sua maggiore e prolungata esperienza politica: quella in Regione, come consigliere, presidente della commissione per il primo statuto, capogruppo della Dc, assessore agli enti locali, vicepresidente e assessore al bilancio e alla programmazione.

In quelle sue analisi (ne cito qualche passaggio), descrisse lo sviluppo economico del Veneto dal «suo caposaldo nella famiglia contadina» al «riscatto di un popolo storicamente povero», che trovò il suo «referente politico nella Democrazia Cristiana, traendo ciascuno dei due [il partito e il popolo] una notevole utilità e mantenendo tutto all’interno di un percorso democratico, sia pure con significative opacità e deformazioni che derivavano dalla connessa pratica clientelare». A riguardo della quale, – aggiunse – «il modello alternativo, in Emilia, non era da meno».

Ripercorse l’esperienza regionale nel succedersi delle legislature, vedendovi un «netto peggioramento del suo funzionamento democratico nella esautorazione del Consiglio regionale come conseguenza dell’elezione diretta del Presidente della Giunta». Disse che «va contrastata la deriva che concepisce le assemblee elettive come intralci al fare». Ovviamente il testo di Cortese contiene osservazioni specifiche sulla realtà del nord est. A voce aggiunse un rilievo sull’esigenza di «procedere ad una integrazione», fino all’ipotesi di una revisione dei confini e di una unificazione tra regioni, in particolare di quelle del Triveneto.

Nello spirito dello sguardo ampio, aperto, a cui il Meic richiama e abilita, appare interessante quel che disse allora «sul teatro del mondo», sulle «molte carte in tavola [che] cambiarono col 1990». Si parlò di «vittoria dell’occidente». Al riguardo, ecco un commento in quella relazione: «Papa Giovanni Paolo II colse immediatamente le implicazioni che la sconfitta del comunismo, in cui tanta parte lui personalmente aveva avuto, avrebbe comportato per gli scenari economico sociali del mondo e, sulla scorta di una cultura politica cristiano-sociale e di una singolare capacità di leggere i fatti, paventò pubblicamente per primo – sorprendendo più di qualcuno che lo aveva sbrigativamente e malaccortamente arruolato nei ranghi della destra mondiale – gli squilibri cui rischiava di portarci un capitalismo senza più freni e contrappesi. E immediata fu la sua preoccupazione di smarcarsi dall’appiattimento sull’occidente sviluppato cui la guerra fredda aveva in buona misura costretto la Santa Sede e di candidare nuovamente la Chiesa a costituirsi “campione dei poveri», secondo una antichissima vocazione».

Marino Cortese aggiunse: «Altre carte cambiarono sul tavolo del grande gioco della storia». E citava: la globalizzazione, i movimenti migratori di massa, la questione islamica, miopie ed errori dell’occidente. Questi cenni dalla sua relazione al Meic veneto testimoniano il retaggio da lui ricevuto e dato al Movimento.