Matrimonio e famiglia: cose inattuali? Rileggere Famiglia, piccola chiesa come un “classico”
Riceviamo e pubblichiamo un contributo da parte del Meic Alessandria, a firma Michele Fontefrancesco
Il matrimonio è diventato un’istituzione strutturalmente troppo debole per sopravvivere al nostro tempo? E l’idea stessa di vivere quel percorso di vita coniugale che scaturisce dal matrimonio per dar vita a una famiglia, così antiquata?
Sono queste le domande che serpeggiano, inespresse ma ingombranti, osservando le fragilità e le continue riconfigurazioni dei legami affettivi nel presente. Guardando all’Italia di oggi, i dati socio-antropologici sembrano restituire la fotografia di un’istituzione e di un modo di vivere la propria vita adulta in stato terminale, o quantomeno radicalmente messi in forse dal contesto che viviamo. Il matrimonio ha perso il suo ruolo di “fondamenta” della vita adulta per trasformarsi in un “coronamento” tardivo: un lusso emotivo ed economico che ci si concede solo dopo aver raggiunto una solida (e rara) stabilità. D’altra parte, l’idea stessa di famiglia, intesa come «società naturale fondata sul matrimonio» (art. 29), è sempre più messa in discussione sia dal punto di vista teorico sia da quello esperienziale, in una società sempre più veloce e fragile. Le ricerche ci parlano di vite segnate da forme di monogamia seriale, esito di un’interpretazione della relazione di coppia protratta nel tempo unicamente finché capace di generare soddisfazione emotiva e sessuale nei partner e svuotata di altre progettualità e finalità. Ci parlano di famiglie sempre più frammentate e de-istituzionalizzate, in cui il singolo sembra rifuggire da un modello di stabilità verso cui non si sente mai sufficientemente pronto e convinto. Infatti, in questo contesto, tutto al singolare ed ego-referenziato, sembra essere stata abbandonata l’idea del matrimonio come vincolo istituzionale, laddove la coppia nel suo viversi oggi si regge prevalentemente sull’impalcatura del sentimento e dell’autorealizzazione personale. Appare chiaro, dunque, il perché della fragilità e marginalità del matrimonio e del modello di vita coniugale che ve ne scaturisce: laddove una società considera normale che, quando la soddisfazione individuale si esaurisce, il legame di coppia, quindi l’essere stesso «coppia», possa semplicemente collassare in una dinamica fluida ormai normalizzata, un istituto sociale nato per costruire solide alleanze interpersonali e interfamiliari appare incongruo con le forme sociali del presente. In questo contesto, così, in cui prevale un’immaginazione sociale tutta ego-riferita, emergono chiaramente i motivi di crisi dell’istituzione matrimoniale e della vita familiare così come storicamente ci sono giunti, quasi suggerendoci l’inevitabilità della necessità di ripensare, riplasmare o depotenziarli così da mantenerne una certa attualità; perché durino, per dirla con Cesare Pavese, «qualcosa di più che un comune giro di stagione».
Questo panorama d’amore liquido contrasta nettamente con il messaggio e l’interpretazione che la dottrina cattolica ancora oggi rimarca. Per il Magistero, declinato da testi cardine come la Gaudium et Spes fino alle recenti istanze di discernimento pastorale dell’Amoris Laetitia di Papa Francesco, il matrimonio non è un contratto emotivo a tempo determinato, ma un Sacramento; un segno visibile e materiale, con efficacia reale, istituito da Cristo e affidato alla Chiesa, attraverso il quale è consacrata in modo specifico l’unione indissolubile tra un uomo e una donna, rendendo il loro amore un’immagine concreta e un segno dell’amore di Dio per l’umanità. Da questo legame nasce e si concretizza la famiglia. Da una prospettiva cattolica, le caratteristiche del matrimonio, e l’orizzonte familiare che ve ne scaturisce, emergono con una perentorietà, un’esemplarità e una fissità che sfidano lo spontaneismo odierno. Sono una realtà indissolubile, fondata sulla donazione totale di sé, orientata alla comunione profonda (consortium totius vitae) e aperta alla generazione della vita. Dove la società vede nel vincolo permanente una limitazione insopportabile della libertà individuale, la teologia cattolica vi legge la garanzia di un amore fedele che rispecchia quello divino, un patto che sostiene i coniugi proprio quando l’emozione vacilla. Questo percorso, intrinsecamente plurale, parla di doveri, presenze e impegni che cozzano chiaramente con un modello edonistico e individualista della vita, rischiando dunque di apparire inattuale, irraggiungibile e lontano.
Come fosse un classico
Di fronte a questo quadro, soprattutto per favorire una riflessione e cercare di capire cosa voglia dire un progetto che passa dal “noi” in un’epoca di “io”, il volume Famiglia, piccola chiesa di Carlo Carretto rappresenta un contributo utile e, per molti versi, attuale, pur avendo già traguardato l’anniversario di platino dalla sua prima pubblicazione. In questo senso, voglio guardare a questo libro, discusso e molto diffuso, come a un “classico”.
Come ci insegna Italo Calvino, un classico non è né un libro vecchio né un libro che ti costringono a leggere; piuttosto è un’opera che è sopravvissuta alla prova del tempo sapendo ancora trasmettere un messaggio attuale. È un testo che non smette mai di parlare, seppure possa descrivere un mondo che non c’è più; si presta alla “rilettura” ed è uno strumento che aiuta a capire chi sei e in che rapporto stai con l’universo. Sempre Calvino suggerisce che, di fronte a questi testi, il lettore deve adottare una postura specifica: togliersi il timore reverenziale, leggendo quelle pagine non come un testo sacro o per un dovere morale, ma accordandosi il permesso di non amarlo (o di abbandonarlo); contestualizzarlo, ma solo per l’essenziale; saper accettare un ritmo diverso da quello a cui siamo abituati nella narrazione; e, soprattutto, metterlo in relazione con il presente che viviamo per vedere cosa ha ancora da insegnarci. È seguendo un po’ questa prospettiva che si è voluto guardare al libro di Carretto, tralasciando — come ci ha insegnato Roland Barthes — la figura dell’autore in sé, per focalizzarsi sul messaggio che l’opera porta con sé: una visione su cosa possa significare il progetto del “noi”.
I modelli alternativi
Che cos’è il matrimonio e cos’è famiglia in Famiglia, piccola chiesa? Prima di tutto, in un’epoca di iper-valorizzazione del rito e della festa a discapito di ciò che vi segue (come ci rappresentano troppe trasmissioni televisive e reality sull’organizzazione delle nozze), le pagine di Carretto leggono il rito del matrimonio come un bel momento, ma soprattutto come l’inizio di un percorso. Il fulcro della riflessione è posto pressoché interamente sul post-evento, su quel processo di costruzione della famiglia e della casa incentrato sulla vita e sulle scelte dei coniugi, in cui l'”io” non è mai contrapposto al “noi”, ma quest’ultimo diventa l’orizzonte verso cui le azioni individuali devono tendere.
Per Carretto, il matrimonio e la famiglia si fondano sulla reciprocità tra uomo e donna, chiamati entrambi a coltivare l’intimità domestica e l’educazione dei figli, senza delegare la spiritualità a un solo genere. Questa è un’immagine ancora oggi sfidante, ma che risultava di assoluta avanguardia in un’Italia che non aveva ancora conosciuto né il dibattito conciliare né quello legato alla Riforma del diritto di famiglia. Il modello che emerge dal testo è quello di una famiglia intesa come “Nazaret domestica”, una riflessione che affonda le radici nel quotidiano e si sposta dal piano della pura analisi teorica a quello della vera e propria “manutenzione” dei legami, offrendo una grammatica nuova per affrontare i problemi che oggi rendono la vita di coppia un’impresa estenuante.
Questa grammatica si esprime nell’immagine metaforica della “Piccola chiesa”: un modello di vita condivisa fondato sul dialogo coniugale, sull’intimità e sulla preghiera. Con un ragionamento che all’epoca della pubblicazione fece scalpore, Carretto si oppone alla visione che riduce il matrimonio alla sola procreazione, esaltando la bellezza dell’amore umano (anche nella sua componente sessuale) come benedetto da Dio, fonte di santificazione e «dolce immagine di Dio». In questo contesto, il matrimonio è considerato una vera e propria consacrazione e la via maestra per la santità del laicato. Allo stesso tempo, la famiglia rappresenta non solo il luogo degli affetti, ma il nucleo in cui la fede nasce, cresce e viene tramandata. Si corrobora così il percorso di sacralizzazione del quotidiano proposto dall’autore, dove anche nelle piccole azioni — attorno a un tavolo da pranzo o rimboccando le coperte ai figli — si vive un’autentica esperienza di fede condivisa. Infine, in un’Italia storicamente segnata dal familismo amorale (volto a massimizzare le possibilità socio-economiche del solo nucleo stretto), Carretto indica che la famiglia non debba chiudersi nel proprio egoismo, ma aprirsi al mondo. Essa diventa un ponte verso la realtà esterna attraverso l’ospitalità, la solidarietà, l’impegno sociale e la partecipazione alla vita della parrocchia e del quartiere, facendosi espressione di un apostolato fondamentale per incarnare il cristianesimo nel mondo.
Le pagine di Carretto delineano il profilo di una famiglia custode di un tempo “lento” e di un profondo senso di sacralità, che si staglia in netto contrasto con un presente vissuto all’insegna della mancanza di tempo, della frenesia lavorativa, dell’iper-connessione digitale (che isola anche chi condivide la stessa stanza) e della secolarizzazione. Rappresentando un contro-ritmo, quest’opera diventa uno specchio per ripensare i modelli familiari che, spesso inconsapevolmente, viviamo incentrati su un’ansia da prestazione sociale ed economica. In questo senso, Carretto demolisce tale pretesa, restituendo dignità alla povertà condivisa e mettendo in guardia contro le derive borghesi. Quando l’autore denuncia la riduzione della casa a un «piccolo salotto» d’apparenza, oggi possiamo leggere questo messaggio come un’esortazione ad accettare che ci si sposa non perché si è “arrivati” o perfetti, ma per prepararsi e viversi insieme. Questa prospettiva solleva i partner dall’obbligo di essere costantemente performanti, riconoscendo, da un lato, la propria incompletezza strutturale e, dall’altro, il valore di un legame da intendersi come puntello e non come un trofeo borghese da esporre in una cornice dorata.
A ciò si aggiunge che la piccola Nazaret ci svela la ragione principale della fragilità della “relazione pura” che attanaglia il presente. Se oggi vige il motto «ti amo finché mi fai stare bene, al primo ostacolo il contratto si risolve», le pagine di Carretto normalizzano e valorizzano la fatica quotidiana, intesa come via di santificazione e realizzazione. Nella prefazione del 1964, lo stesso autore riconosce lucidamente come i giovani subiscano «il bombardamento ossessionante di una realtà» in cui l’amore è ridotto a mero erotismo e a «un esasperato e non più pacificante accoppiamento di corpi». Di fronte a ciò, il volume ci ricorda che il quotidiano, fatto inevitabilmente anche di incomprensioni, non è l’assassino del romanticismo, ma l’altare su cui l’amore infantile muore per lasciare spazio a un amore adulto e a una genuina cura dell’altro, trasformando la fatica nello strumento stesso della crescita relazionale.
Un altro tema a cui il libro sembra rispondere è quello del burnout sistemico, causato dall’imperativo della produttività e dall’iper-genitorialità. Il modello di Carretto introduce la categoria vitale dello spazio interiore, recuperando le dimensioni dell’intimità e del silenzio condiviso. La casa non è il teatro di una continua performance, ma il luogo in cui i coniugi devono proteggere reciprocamente i tempi vuoti dell’altro, garantendo quegli spazi di solitudine assoluta necessari a non far inaridire l’anima sotto i colpi della routine.
Infine, le dinamiche sociologiche ci parlano di famiglie sempre più isolate e chiuse a riccio a protezione dei propri membri. Il concetto di “piccola chiesa” scardina questa logica proprietaria: per Carretto la casa, lungi dall’essere un mondo chiuso, è «una sorta di ponte tra la famiglia e il mondo». I santi di domani saranno coloro capaci di realizzare «la tremenda sintesi fra il cielo e la terra», incarnando il cristianesimo nel mondo. Questo spinge la coppia a uscire dal proprio narcisismo. Aprire la casa all’esterno significa far respirare la relazione: un matrimonio che guarda solo a se stesso finisce per asfissiare; uno che guarda insieme verso l’esterno trova il suo senso di marcia.
Di futuro e di Dio
Se i messaggi proposti da Carretto rappresentano modelli alternativi a quelli dominanti, è altrettanto utile evidenziare come tutta la sua opera sia pervasa da una specifica attitudine al futuro. Il suo ragionamento si basa su un lavoro di instancabile cura interpersonale che si costruisce giorno per giorno; è un processo che mira a edificare un orizzonte complessivamente positivo, anche a dispetto delle contingenze avverse. L’antropologia ci ha insegnato che il futuro non è una mera dimensione fisica di “ciò che ancora non è”, bensì è, prima di tutto, una categoria culturale. Questa plasma in modo dialettico le nostre aspettative e i nostri valori e influenza le nostre scelte, innescando spesso meccanismi di profezia che si autoavverano. Il futuro, in altre parole, non è una dimensione data a priori, ma una realtà che si costruisce a partire dalla nostra immaginazione e da ciò in cui crediamo.
Se guardiamo all’immaginario attuale del futuro, tuttavia, notiamo che questo è fondamentalmente definito in chiave negativa, rinchiuso in una dimensione spesso materialistica che appare incapace di rispondere ai nostri profondi bisogni di umanità. Il senso di impotenza, ansia e pessimismo che permea la nostra epoca mette in mostra l’impatto di un profondo mutamento strutturale della società occidentale. Un primo tassello, come insegna François Hartog, è il presentismo in cui è scivolato l’Occidente. La nostra società sembra aver rinunciato al futuro come spazio per l’immaginazione e la progettualità, preferendo concentrarsi unicamente su un presente continuo, onnivoro e dilatato. A stringere le maglie di questa trappola è la “tirannia dell’istante” in cui si sono tradotti la rivoluzione digitale, i ritmi forsennati dell’economia finanziaria e l’incessante flusso dei social media. Siamo piegati in una costante modalità di reazione in tempo reale che, come ci ricorda Marc Augé, consuma le nostre energie, rendendo quasi impossibile fermarsi, alzare lo sguardo e immaginare destini collettivi.
A fronte di ciò, dagli anni Novanta sembra essersi affermato quel paradigma di “società del rischio” delineato da Ulrich Beck, per cui il futuro è percepito non più come una promessa, ma come una minaccia da disinnescare. Si vive e si ragiona di ciò che verrà in termini di pura gestione dell’emergenza: prevenire disastri climatici, arginare crisi pandemiche, tentare di controllare un’intelligenza artificiale che temiamo possa sfuggirci di mano. Questa riduzione dell’orizzonte temporale alla mera “sopravvivenza” genera una pressione psicologica immensa: non è un caso che condizioni come l’eco-ansia o la solastalgia si stiano diffondendo a macchia d’olio.
In questo contesto, sembra impossibile immaginare un sistema sociale ed economico diverso. Questo senso di impossibilità è figlio di ciò che Mark Fisher definisce “realismo capitalista”, ovvero quella tendenza per cui «è diventato più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». Siamo entrati in un vicolo cieco tecno-capitalista in cui il modello attuale e le sue derive sono vissuti come naturalizzati e inevitabili. Quando cerchiamo di pensare al futuro, ciò che ci resta è un’immagine iper-tecnologica e accelerata del presente; un’accelerazione incessante che, come ricorda Franco Berardi, ha esaurito le nostre energie mentali, cancellando il futuro.
Se a tutto ciò si aggiunge la crisi relazionale espressa in quella modernità liquida denunciata da Zygmunt Bauman (dove i legami e le strutture sono diventati mutevoli e inaffidabili, spingendoci a strategie a brevissimo termine senza investimenti sul lungo periodo), si delinea un pessimismo da cui è necessario cercare una via di fuga. Fortunatamente, come ricorda Arjun Appadurai, non abbiamo perso la nostra “capacità di aspirare” a un’alternativa. Le pagine di Carretto si configurano come uno strumento prezioso per immaginare questa alternativa concreta, che trova nella famiglia — luogo di cura, pazienza, condivisione e preghiera — la propria ragion d’essere.
In questo modello riconosciamo una risposta netta all’autoreferenzialità e all’individualismo dell’approccio contemporaneo alle relazioni. Sebbene il percorso si fondi sull’interpersonalità e sulla piena reciprocità tra uomo e donna, Carretto, richiamando la centralità della preghiera, propone un legame che trascende la semplice dualità. Inserendo Dio come “terzo elemento” verso cui tendono l’ascolto e la cura reciproca, egli trasforma il rapporto umano in un’esperienza spirituale condivisa. In questo quadro, il futuro non è più un’incognita minacciosa, ma una realtà che si costruisce e si percorre alla luce della relazione con il divino che, quasi in ottica agostiniana, avvolge l’intero percorso.
Questa presenza avvolgente si manifesta nell’origine stessa della famiglia, che nasce come risposta a una chiamata. La scelta matrimoniale va compresa all’interno della «specifica vocazione di ciascuno», in cui conta l’autenticità con cui si risponde a Dio. Per il laico, il matrimonio costituisce la «via maestra», l’adesione a un esplicito «comando» inscritto fin dalla creazione: guidare una famiglia si traduce in un cammino costante dentro questa «dolcissima volontà». Lungo tale cammino, Dio non è solo l’origine, ma anche il punto di riferimento e lo specchio in cui la coppia deve guardarsi costantemente. L’amore tra marito e moglie assume i contorni di una «dolce immagine di Dio» e di un’«immagine della Trinità». Attraverso l’apertura al dono della vita, il nucleo familiare è chiamato a riflettere nel mondo lo stesso amore fecondo e creatore del divino.
Una missione così alta non può reggersi unicamente sulle fragili forze umane, ma necessita del «dono della grazia». Carretto interpreta l’unione matrimoniale come un «unico incontro con Dio» e una via di «santificazione» concreta. È il Signore a intervenire per benedire e santificare l’amore umano, al punto che persino la dimensione della sessualità viene sottratta a ogni moralismo sminuente e riconosciuta come «sacra e benedetta». Affinché questo vissuto si incarni veramente in una “chiesa domestica”, è essenziale che Dio abiti al centro della casa. È a questa presenza che si rivolge la preghiera coniugale nell’intimità di ogni giorno; ed è solo questa fede che permette di scongiurare il rischio che la dimora si riduca a un borghese «piccolo salotto» chiuso nei propri egoismi, trasfigurandola in un ponte tra il cielo e la terra.
In questo senso, il volume sottolinea la centralità della relazione con il divino quale risorsa fondamentale per sostenere la vita matrimoniale. Certamente, l’orizzonte dell’opera si colloca nell’ambito del pensiero cattolico; per questo, a un lettore contemporaneo disabituato a ragionare in questi termini, il testo potrà apparire sfidante. Eppure, proprio in virtù di questa sua “alterità”, il libro diventa uno strumento prezioso per mettere in discussione il nostro presente. D’altra parte, per chi vive attivamente la fede, queste pagine — anticipatrici del percorso teologico fiorito con il Concilio Vaticano II — rappresentano tuttora una guida essenziale per dare senso al proprio stare nel mondo.
Conclusione
Tornando, dunque, all’interrogativo iniziale: il matrimonio e la famiglia nel presente non sono intrinsecamente deboli per un difetto ontologico. Il legame non ha perso la sua forza; è il paradigma con cui pretendiamo di misurarlo che è fallace. Abbiamo caricato la coppia di un peso che non può sostenere: l’obbligo di renderci costantemente felici e appagati. Il matrimonio vacilla non perché è debole, ma perché gli chiediamo di essere un parco giochi eterno, mentre la sua natura è quella di un cantiere sempre “in progress”.
La rilettura di Carretto ci obbliga a ribaltare la prospettiva e a porci una domanda scomoda: cosa pretendiamo oggi dal matrimonio e dalla vita matrimoniale? Vogliamo uno specchio temporaneo in cui ammirare il nostro benessere emotivo finché dura, o siamo disposti ad abitare una “piccola chiesa” scarna e imperfetta, dove l’amore vero inizia esattamente nel momento in cui finisce l’impeto passionale?
Queste domande ci portano a concludere questo contributo tornando al volume in questione. Famiglia, piccola chiesa ci offre idee che ci interrogano nel profondo, obbligandoci a riflettere su ciò che oggi diamo per scontato, come presunta “datità” del nostro modo di concepire la famiglia. Carretto ci restituisce una visione che va ben oltre il mero slancio emotivo, richiamandoci al faticoso ma fecondo impegno di chiederci costantemente che cosa si possa costruire assieme. Per molti aspetti, questo approccio compie un passo oltre persino l’etica kantiana: se Kant ci ricordava di trattare l’altro sempre come un fine e mai come un mezzo, per Carretto il coniuge non è neanche più soltanto un “fine”, ma diventa una vera e propria parte vitale di noi stessi. È il compagno di vita con cui ardire di raggiungere insieme le vette proposte dalla morale cristiana.
Concludendo, a quasi settantacinque anni dalla sua pubblicazione, questo agile volume pulsa ancora di una straordinaria vitalità. Pur calato in un contesto storico e sociale diverso da quello in cui fu scritto, continua a rispondere in modo profondo e disarmante a tante di quelle domande inespresse che, intimamente, continuiamo a portarci dentro.
Bibliografia
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