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Aree interne: restanza e servizi per invertire lo spopolamento

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a cura di Edmondo Soave, socio del gruppo Meic di Potenza

Il destino delle aree interne, specie le più periferiche, è già segnato in modo irreversibile, come pare indicare il Piano Strategico Nazionale, pubblicato l’estate scorsa, oppure ci sono ancora margini per rivitalizzare centri piccoli e medi che raccolgono e raccontano una parte importante della storia del Paese? Il tema, colpa anche degli inverni demografici che in Italia si succedono un anno dopo l’altro, ha assunto da qualche decennio tutti i connotati dell’emergenza. Soprattutto nel Mezzogiorno, dove il problema piuttosto recente dello svuotamento dei paesi si innesta sulla questione ben più antica caratterizzata dal divario territoriale (e sociale) più ampio e persistente d’Europa. La Chiesa, intesa come comunità di fedeli che innerva l’intero territorio nazionale, non riesce a rassegnarsi al peggio. E, a cominciare dai Vescovi, sta costruendo una sorta di “diga di resistenza”. Dal 2021 vescovi provenienti da ogni regione d’Italia si incontrano, d’estate, a Benevento per mettere a fuoco la questione e registrare lo stato dei lavori nel cantiere della “restanza”, neologismo che ormai al Sud è una specie di bandiera politica per la sopravvivenza, perché del milione e mezzo di abitanti persi dall’Italia nell’ultimo decennio, ben due terzi risiedevano proprio nel Mezzogiorno.

L’incontro dell’estate del ’25 si è concluso addirittura con una lettera aperta al Governo e al Parlamento firmata da 141 ecclesiastici tra Cardinali, compreso il Presidente della CEI Matteo Zuppi, Vescovi ed Abati: è un appello alle Istituzioni criticate per “scarsa consapevolezza”, al punto di bollare il Piano Strategico Nazionale delle Aree interne come una sorta di “invito a mettersi al servizio di un suicidio assistito dei territori interessati”. La richiesta esplicita è piuttosto quella di “esplorare ogni ipotesi per invertire la rotta”. Un obiettivo questo che vede mobilitati anche i laici, nei rispettivi ambiti di lavoro e di evangelizzazione. A cominciare dal MEIC di Potenza che da tempo ha avviato una riflessione sul tema; l’anno scorso ha riunito a Melfi gli aderenti al Movimento per un percorso di consapevolezza circa le prospettive di territori considerati marginali. Ed ha aperto il nuovo anno, a Potenza, sullo stesso tema coinvolgendo però stavolta anche esperti e attori della vita pubblica regionale. Partendo da un’analisi scientifica del fenomeno fornita (da remoto) da Luca Bianchi, Direttore generale della SVIMEZ, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno che fin dall’immediato dopoguerra studia l’evoluzione dell’economia e della società meridionale. Gli economisti Svimez monitorano ogni anno la situazione e non è un caso che proprio il rapporto 2025 porta come sottotitolo il motto che pare una sfida: “Freedom to move, right to stay”, ritenendo evidentemente che il tema della partenza e della restanza qualifichi oggi il volto della ormai storica questione meridionale.

In una sala del Seminario hanno discusso di spopolamento in Basilicata ma con uno sguardo meridionalista, ognuno dalla sua particolare prospettiva, il vicepresidente della Confindustria regionale, Margherita Perretti, Vittorio Restaino della Regione Basilicata e due sindaci, Mosè Antonio Troiano, primo cittadino del più piccolo comune lucano, San Paolo Albanese, che di abitanti ne conta solo 200, e Nicola Valluzzi, dinamico sindaco di Castelmezzano, con un passato di presidente della Provincia di Potenza. “Per il secondo anno consecutivo il PIL è cresciuto al Sud più che al centro-nord ed è cresciuta anche l’occupazione – ha esordito Luca Bianchi – ma questo non ha fermato l’esodo soprattutto di giovani”. Nel biennio 22-24 infatti sono emigrati dal Sud 175.000 giovani di età compresa tra i 25 e i 34 anni; più di 5000 solo dalla piccola Basilicata. Un paradosso solo apparente, ha chiarito il relatore, perché la nuova occupazione, dovuta in gran parte al PNRR, ha riguardato per lo più il turismo e le costruzioni, cioè lavori stagionali e precari, di basso valore aggiunto e “non ha incrociato l’investimento in formazione delle famiglie meridionali sui figli mantenuti fuori per anni nelle università”. Continuando così – sono le previsioni del rapporto Svimez 2025 – nel giro di venticinque anni il Sud perderà tre milioni e mezzo di abitanti, la Basilicata addirittura un quarto della sua popolazione arrivando a contare non più di 410 mila residenti. E al 2035, cioè fra meno di 10 anni, la popolazione meridionale da zero a 18 anni scenderà del 22%, mentre la Basilicata registrerà il 30% in meno di bambini da zero a 10 anni. Perché – ha aggiunto Bianchi, aggiungendo un’altra tessera al mosaico – “oggi non si emigra più solo in cerca di lavoro, ma perché si cercano opportunità che il Sud non offre in termini di valorizzazione delle competenze acquisite”. Sono dati e considerazioni che danno valore scientifico oltre che politico alla percezione comune di quanti vivono in questi territori.

E tuttavia – ha precisato Luca Bianchi, senza alcun intento consolatorio – “non è obbligatorio che tutto questo avvenga, non è un esito ineluttabile, il destino delle aree interne del Sud non è già scritto e segnato”. E qui la sua analisi è divenuta prospettiva e proposta politica, che in quanto tale si apre al dibattito pubblico che comunque va crescendo, coinvolgendo sì la società civile del Mezzogiorno, ma in primo luogo il ceto politico, sia locale che nazionale ed europeo perché la questione non riguarda porzioni di territori a rischio ma l’intero sistema-Paese e “richiede un’ampia visione per riorientare le politiche pubbliche”, in termini soprattutto di investimenti sociali. Che vuol dire servizi pubblici: sanità, medicina territoriale, istruzione (tempo prolungato, mense, palestre) e trasporti e collegamenti: tutti settori che caratterizzano la qualità della vita e che oggi determinano nel Mezzogiorno una percezione ed un vissuto di cittadinanza dimezzata (divario di cittadinanza). Insomma si tratta di rompere i meccanismi consolidati a cominciare dalla riforma della politica di coesione rivista e ribaltata: non più semplice strumento di redistribuzione ma come leva industriale territoriale; superando per sempre la pratica della spesa storica che cristallizza l’esistente. “La partita dello sviluppo sul piano nazionale si gioca sulla inclusione delle aree periferiche nelle filiere strategiche – ha concluso Luca Bianchi – perché senza il Mezzogiorno integrato nelle catene del valore europee resta fragile l’intero sistema-Paese”. Il dibattito successivo ha mostrato lo stesso quadro meridionale e lucano osservato però “dal basso”, da chi opera concretamente nei territori. Margherita Perretti della Confindustria ha portato l’esperienza di imprenditori che fanno fatica a reperire in loco tecnici e operai specializzati, malgrado la disoccupazione diffusa, perché il modello culturale esistente indirizza di fatto i giovani verso i licei. Mentre Vittorio Restaino Direttore generale all’agricoltura ha illustrato la politica di innovazione nel settore promuovendo un largo cambio generazionale, nella speranza che energie nuove alla guida delle aziende sapranno aprire orizzonti più allettanti anche ad altri coetanei. Dai due sindaci invece il clima della quotidianità nei piccoli comuni stretti tra i bisogni reali dei cittadini e le possibilità concrete dei municipi. Nicola Valluzzi è stato costretto a chiudere, da Presidente della provincia, proprio la “sua” scuola di Castelmezzano per risparmiare ai pochi bambini del paese la pluriclasse. Un caso che potrebbe, ha detto, essere tutt’altro che isolato dal momento che in Basilicata su 131 comuni ben 34 contano meno di mille abitanti. Ed è sembrato chiamare in gioco proprio il sindaco del più piccolo comune della regione, Mosè Antonio Troiano che – ha raccontato – per risparmiare a San Paolo Albanese il dilemma di Castelmezzano (o la chiusura o la pluriclasse) aveva progettato, nel lontano 2018, un polo scolastico, dalle materne alle medie, per tutta la valle del Sarmento (area sud della regione) a servizio dei sei comuni dispersi sul territorio che insieme non raggiungono 4 mila abitanti. Un milione e ottocentomila euro di finanziamento, appalto espletato, ma dopo otto anni di beghe, dopo la denuncia al TAR della seconda ditta classificata, solo a giugno del 2025 sono iniziati i lavori; basterà ancora quel milione e ottocentomila? Si è chiesto dubbioso il Mosè di San Paolo Albanese.

Da riferire dell’introduzione di Carlo Riviello del gruppo MEIC di Potenza che richiamandosi al suo passato SVIMEZ ha ricordato la “teoria dell’osso e della polpa” di Manlio Rossi Doria negli anni cinquanta, che forse richiede un aggiornamento per consentire ai giovani una prospettiva concreta fatta di una “partenza non necessitata ed una restanza volontaria a costruire il proprio futuro nei luoghi dove sono nati”.

Il dibattito sulle aree interne, non solo di quelle meridionali, è comunque destinato a continuare perché tocca il 60% del territorio nazionale e coinvolge quattromila comuni. Se ne saprà di più nella due giorni romana, 19-20 febbraio, in cui si riuniranno gli “Stati Generali” dei piccoli comuni: un progetto promosso dal Dipartimento della Funzione Pubblica e attuato da ANCI.