Lo scorso 2 settembre, presso il Villaggio dei Giovani di Reggio Calabria, si è svolto un incontro promosso dal MEIC – Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale – in collaborazione con la comunità giovanile Attendiamoci. Ospite e relatore della serata è stato don Valerio Chiovaro, biblista e fidei donum presso il Patriarcato Latino di Gerusalemme, che ha guidato i presenti in una profonda meditazione sul tema “Chiedete pace per Gerusalemme – Uno sguardo teologico leggendo l’Apocalisse”.
Nel suo intervento, don Chiovaro ha richiamato subito il Salmo 122, che consegna a ogni credente un comando semplice e universale: “Chiedete pace per Gerusalemme”. Una città che non è mai stata solo un luogo geografico, ma che da sempre rappresenta un simbolo di unità e, allo stesso tempo, di conflitto, promessa e ferita. “Quando oggi diciamo pace per Gerusalemme – ha osservato – sentiamo tutto il peso della sua attualità: tensioni politiche, divisioni religiose, ferite umane. Ma nello stesso tempo nasce anche il desiderio profondo di un luogo in cui Dio e l’uomo possano finalmente incontrarsi senza più muri, senza più separazioni”.
La meditazione è stata sviluppata a partire dal libro dell’Apocalisse, che invita a non fermarsi a uno sguardo meramente politico o storico, ma ad alzare lo sguardo verso la nuova Gerusalemme che Giovanni descrive come una sposa pronta per il suo sposo. Questa immagine, ha spiegato il sacerdote, ci ricorda che Gerusalemme non è solo promessa futura, ma anche segno concreto di vita e di speranza. La città nuova non conosce barriere né segregazioni, perché le sue porte restano sempre aperte, non ha un tempio fatto di pietre perché Dio stesso e l’Agnello sono il suo tempio, ed è illuminata da una luce che non esclude nessuna nazione. “Non basta pensare alla pace come assenza di guerra – ha aggiunto – la Gerusalemme dell’Apocalisse è un luogo in cui la vita rifiorisce, un fiume d’acqua viva disseta ogni popolo e le foglie degli alberi servono a guarire le nazioni”.
Accanto alla speranza vi è anche un criterio di discernimento per il presente. La visione apocalittica, infatti, non è soltanto consolazione ma diventa giudizio sulla storia. Se la città del futuro ha le porte sempre aperte, allora i muri che dividono oggi i popoli e le religioni non possono che essere letti come forme di idolatria. E se Dio è il tempio vivente, allora ogni religione che giustifica la violenza tradisce il suo vero volto. “L’Apocalisse – ha sottolineato don Valerio – non è un libro che invita alla fuga, ma alla conversione: smaschera le ideologie che sacralizzano la terra per giustificare la sopraffazione e ci chiama a una fede che diventa impegno concreto nella storia”.
Da qui l’appello finale a trasformare la preghiera per Gerusalemme in uno stile di vita. Chiedere pace, ha spiegato il relatore, non significa limitarsi a domandare una tregua temporanea, ma operare già ora perché nelle nostre comunità si vedano porte aperte, mani tese e parole di riconciliazione. Tre i verbi guida che indicano la strada: contemplare la promessa di Dio mantenendo lo sguardo fisso su di essa, disarmare i cuori e la vita quotidiana abbattendo muri e logiche di ostilità, costruire spazi di fraternità, dialogo e giustizia.
In questo orizzonte si inserisce anche l’esperienza concreta di Casa Kérigma, fondata a Gerusalemme insieme al Patriarcato Latino, un centro di spiritualità e dialogo che accoglie giovani, pellegrini, sacerdoti e famiglie, offrendo ospitalità, ascolto e consolazione. Una “piccola tenda che si allarga”, ha detto don Chiovaro, un laboratorio di speranza che testimonia come la Gerusalemme nuova non sia solo attesa futura ma realtà già presente, capace di generare fraternità e prossimità. “La Gerusalemme ferita – ha concluso – è anche la Gerusalemme che consola. Pregare per la pace significa credere che la sofferenza non è l’ultima parola, ma che la pace è promessa certa, non un sogno ingenuo. E fino a quel giorno le nostre mani restino tese, le nostre case siano porte aperte e le nostre parole semi di pace”.



