L’eredità di Papa Francesco
di Luigi D’Andrea, presidente nazionale Meic
Dalle prime luci del lunedì di pasquetta, Papa Francesco ha concluso la sua operosa esistenza terrena: da quel giorno è cominciato il – certamente lungo – processo di acquisizione e metabolizzazione del patrimonio che ci lascia in eredità. È un patrimonio ricco, nel quale convivono e reciprocamente si fecondano insegnamenti magisteriali, riflessioni informali, gesti caritativi, scelte pastorali, stile comunicativo, capacità relazionali. Tale eredità non può e non deve essere mummificata, ma deve restare lievito e sale, sempre capace di avviare, alimentare ed “insaporire” molteplici processi sinodali, secondo la felice immagine cara appunto al Papa. Dunque, non solo non si deve (e per molti versi neppure si può, ragionevolmente…) tornare indietro rispetto ai passi compiuti, ma non si deve neppure restare fermi! Bisogna invece continuare il cammino sinodale, sapientemente intrecciando fedeltà alla tradizione e lettura dei “segni dei tempi”, “cose antiche e cose nuove”, continuità e discontinuità nella prassi ecclesiale, in costante ascolto della volontà del Signore, che si manifesta nella storia degli uomini.
Come ho già accennato, quella che ci lascia Papa Francesco è una eredità ricca, che non mancherà di alimentare e sostenere il cammino ecclesiale per un lungo tempo. Mi sembra che sia possibile considerare il Messaggio pasquale “Urbi et Orbi”, ultimo discorso pubblico di Papa Francesco, il suo testamento ecclesiale, una piccola summa dell’“asse ereditario”: quasi un microcosmo che racchiude in sé l’autentico DNA del macrocosmo rappresentato dal magistero complessivo di Papa Bergoglio. Radiosamente, esso prende le mosse dall’annuncio “inaudito” della definitiva vittoria sulla morte di Gesù crocefisso e risorto, che, secondo una dinamica circolare, viene gioiosamente riproposto alla conclusione del Messaggio. Agli uomini che si trovano “nel dolore e nell’angoscia”, si rivela che il loro “grido silenzioso è stato ascoltato”, che le loro “lacrime sono state raccolte, nemmeno una è andata perduta”. Dunque, in forza della crocefissione e della resurrezione di Cristo, “sperare non è più un’illusione”, ed è una speranza che non delude (Spes non confundit: Rom 5,5).
La speranza cristiana non si risolve in uno sguardo ingenuamente ottimistico, incapace di cogliere le grandi criticità (e spesso le autentiche tragedie!) che attraversano la nostra esistenza. Papa Francesco passa in rassegna le dolorose situazioni di guerre e conflitti che è dato riscontrare in molteplici parti del globo: in Palestina ed in Israele, manifestando preoccupazione per il “crescente clima di antisemitismo che si va diffondendo in tutto il mondo” e solidarietà per la “popolazione” e in modo particolare per la “comunità cristiana di Gaza, dove il terribile conflitto continua a generare morte e distruzione e a provocare una drammatica e ignobile situazione umanitaria”, e lanciando un “appello alle parti belligeranti” per il cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi e per il soccorso di chi ha fame e desidera la pace; nello Yemen, che vive “una delle peggiore crisi umanitarie prolungate del mondo a causa della guerra”; nella “martoriata Ucraina”, per la quale invoca “una pace giusta e duratura”; nel Caucaso Meridionale, dove si auspica “un definitivo Accordo di pace tra l’Armenia e l’Azerbaigian”; nei Balcani occidentali, nei quali occorre “evitare l’acuirsi di tensioni e crisi” e respingere “comportamenti pericolosi o destabilizzanti”. Ancora, il Papa spera che Cristo Risorto “conceda pace e conforto alle popolazioni africane vittime di violenze e conflitti”, specialmente nella Repubblica Democratica del Congo, in Sudan e Sud Sudan, nel Sahel, nel Corno d’Africa e nella Regione dei Grandi Laghi, e denuncia l’impossibilità per i cristiani in molti luoghi di professare liberamente la loro fede religiosa, evidenziando l’indissolubile nesso ravvisabile tra la pace e la libertà religiosa (e, più ampiamente, la libertà di pensiero, di opinione e di parola). E naturalmente, ancora riguardo alla pace forte il Papa leva la sua voce perché “l’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa” non si trasformi in una corsa generalizzata al riarmo, che metterebbe la pace stessa quanto meno in pericolo (fino a renderla in sostanza impossibile).
Non deve sfuggire come questa rassegna di specifiche aree del globo attraversate dalla tragedia della guerra e da conflitti sanguinosi sia preceduta dall’accorata denuncia della violenza cui troppo frequentemente assistiamo, anche nelle famiglie, nei confronti delle donne o dei bambini, del disprezzo a volte (troppe volte!) nutrite “verso i deboli, gli emarginati, i migranti”: è precisamente all’interno di questa illimitata apertura alla cura, all’amore che è autenticamente universale perché abbraccia anche le estreme periferie umane, che si radica non soltanto la capacità di lettura realistica delle situazioni di sofferenza, ma anche (e soprattutto) l’appello alla pacificazione nelle situazioni nelle quali i demoni della guerra sembrano celebrare i loro trionfi, nonché l’invocazione del “principio di umanità” quale “cardine del nostro agire quotidiano”.
Precisamente in questa fraternità universale, che proprio in quanto universale rifiuta ogni forma di “cultura dello scarto”, riposa il nucleo più prezioso dell’eredità consegnataci da Santo Padre appena scomparso; ed è lungo la strada segnata appunto dalla fraternità universale che il cammino indicato dal suo magistero deve proseguire, in fedeltà alla natura sinodale della comunità ecclesiale.
di Luigi D’Andrea, presidente nazionale Meic
