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La relazione del presidente del Meic Potenza sul fine vita

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Nella sua approfondita relazione “I profili giuridici del fine vita”, Michele Gilio, presidente del gruppo MEIC di Potenza, propone un’attenta analisi giuridica e costituzionale della sentenza n. 242 del 2019 della Corte Costituzionale italiana, che ha aperto alla non punibilità in circostanze estremamente limitate e controllate del suicidio assistito. La relazione, redatta nel contesto di un impegno culturale e pastorale ispirato ai valori cristiani, affronta con rigore il nodo delicato del fine vita, cercando di cogliere il bilanciamento tra la tutela della vita – principio fondamentale dell’ordinamento costituzionale – e l’autodeterminazione della persona nelle situazioni estreme di sofferenza, ed è stata alla base dell’intervento di Gilio durante l’evento – dallo stesso titolo – che si è svolto lo scorso lunedì 31 marzo a Potenza, organizzato dal locale gruppo diocesano del Meic presso il parco del Seminario.

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L’analisi di Gilio parte dal caso concreto che ha spinto la Corte a pronunciarsi: una persona rimasta paralizzata e cieca a seguito di un incidente stradale, costretta a vivere grazie a trattamenti di sostegno vitale e afflitta da sofferenze fisiche e psicologiche insopportabili, ha chiesto e ottenuto di essere accompagnata in Svizzera per porre fine alla propria vita. Il soggetto che lo aveva aiutato è stato inizialmente incriminato per aiuto al suicidio, ma la Corte, già con l’ordinanza del 2018, aveva espresso l’auspicio che il Parlamento intervenisse per regolamentare tali situazioni. Il mancato intervento legislativo ha condotto alla sentenza 242/2019.

Gilio mette in luce come la Corte abbia agito nei limiti della propria funzione, introducendo una causa di non punibilità in via eccezionale e circoscritta. Non si tratta, sottolinea, della creazione di un nuovo diritto soggettivo al suicidio assistito, ma della rimozione della punibilità per chi aiuta una persona a porre fine alla propria vita, qualora ricorrano precise condizioni sostanziali e formali, accertate da strutture pubbliche del Servizio Sanitario Nazionale e validate dal parere di un comitato etico.

Il cuore della decisione si fonda sul bilanciamento tra il dovere dello Stato di tutelare la vita e il principio di autodeterminazione del paziente. La Corte riconosce che la punibilità dell’aiuto al suicidio può risultare sproporzionata in situazioni di estrema sofferenza e irreversibilità, quando la persona, pienamente cosciente e autonoma, chiede di porre fine alla propria esistenza in modo assistito, non potendolo fare da sola per impedimenti fisici.

Michele Gilio illustra dettagliatamente le condizioni poste dalla Corte per poter riconoscere la non punibilità dell’aiuto al suicidio. Tra queste, il soggetto deve essere affetto da una patologia irreversibile, dipendere da trattamenti di sostegno vitale, e trovarsi in uno stato di sofferenza intollerabile. Inoltre, deve essere capace di assumere decisioni libere, autonome e consapevoli, senza essere stato oggetto di pressioni o istigazioni esterne. La volontà suicidaria deve essersi formata in modo autonomo e libero, e deve essere sempre attuale, modificabile e revocabile fino all’ultimo momento.

Il soggetto che presta aiuto non deve aver avuto alcun ruolo morale nella formazione del proposito suicidario, né deve averlo rafforzato. Il suo intervento deve essere esclusivamente materiale e necessario, ma non sufficiente alla realizzazione dell’atto: il suicidio deve essere compiuto dalla persona stessa. Gilio evidenzia inoltre che la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto di un percorso di cura previsto dagli articoli 1 e 2 della legge 219/2017, che regolano il consenso informato, la terapia del dolore e il rifiuto dell’accanimento terapeutico. Questo percorso deve essere effettivamente attuato, con la messa a disposizione di tutte le cure palliative e terapie appropriate, al fine di offrire un’alternativa concreta alla richiesta di morte.

Altro elemento centrale messo in rilievo da Gilio è che la sentenza non impone alcun obbligo al personale sanitario, alle strutture pubbliche o private, o a qualsiasi altro soggetto, di collaborare o attuare l’aiuto al suicidio. Anzi, rimangono salve le responsabilità deontologiche e disciplinari di medici e operatori che si trovassero coinvolti in tali situazioni. Non si configura, dunque, alcun diritto a ricevere l’aiuto al suicidio, né tantomeno un dovere da parte di altri ad attuarlo.

Gilio si sofferma anche sugli aspetti tecnico-procedurali della verifica delle condizioni e delle modalità del suicidio assistito. Le strutture sanitarie pubbliche devono accertare le condizioni del paziente, il contesto di cura e la sussistenza di tutte le clausole richieste. Tali verifiche devono precedere la decisione del comitato etico, che è chiamato a esprimersi con competenza e terzietà, offrendo al giudice elementi per riconoscere, eventualmente, la non punibilità.

Nel quadro complessivo delineato da Gilio, emerge con forza che la Corte ha voluto costruire una soluzione giuridicamente sostenibile, ma profondamente restrittiva e cautelativa, per evitare abusi e proteggere le persone vulnerabili. La sentenza 242/2019 non apre la strada a una legalizzazione del suicidio assistito, ma al contrario riafferma il valore della vita come bene indisponibile e della cura come paradigma di umanità e solidarietà.

In conclusione, Gilio invita a leggere questa sentenza come un intervento di tutela e prevenzione, non di liberalizzazione. La strada indicata dalla Corte è stretta, vincolata a condizioni rigidissime e alla valorizzazione delle cure palliative, della dignità della persona e dell’autonomia solo se pienamente esercitabile. Non si tratta di introdurre un nuovo diritto alla morte, ma di limitare la punibilità in casi-limite, nel rispetto della Costituzione e della dignità umana.

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La posizione della Presidenza della CEI

Dopo aver espresso preoccupazione per le iniziative regionali sul tema del fine vita, in particolare con la recente approvazione della legge sul suicidio medicalmente assistito da parte del Consiglio Regionale della Toscana, la Presidenza dei Vescovi italiani invita a superare le logiche di schieramento ma un’occasione per una riflessione profonda sulle basi della propria concezione del progresso e della dignità della persona umana avviando “un ampio confronto parlamentare che rappresenti il Paese e le reali necessità dei suoi cittadini, scevro da logiche di parte e possibili strumentalizzazioni. Auspicano un intervento normativo del legislatore nazionale che tuteli la vita, favorisca l’accompagnamento e la cura nella malattia, sostenga le famiglie nelle situazioni di sofferenza. Segnalano, inoltre, che la legge sulle cure palliative non ha trovato ancora completa attuazione: queste devono essere garantite a tutti, in modo efficace e uniforme in ogni Regione, perché rappresentano un modo concreto per alleviare la sofferenza e per assicurare dignità fino alla fine, oltre che un’espressione alta di amore per il prossimo. Sulla vita non ci possono essere polarizzazioni o giochi al ribasso. La dignità non finisce con la malattia o quando viene meno l’efficienza. Non si tratta di accanimento, ma di non smarrire l’umanità.

La posizione del MEIC nazionale

La presidenza del MEIC invita ad una riflessione profonda che valorizzi innanzitutto il rispetto dell’uomo e delle sue scelte, nella consapevolezza che solo Dio legge nel cuore dell’uomo. Non solo la legge, ma la fede e la cultura possono e debbono rispondere facendo appello ai valori più alti della nostra civiltà, racchiusi nella Carta costituzionale e nella Carta dei diritti fondamentali dell’U.E., che dal lievito cristiano sono stati largamente fecondati: la profondità della riflessione culturale, teologica, filosofica e giuridica sviluppatasi nella Chiesa sul tema della fine della vita (come anche su quello della vita nascente), è fondamentale e deve essere ritenuta al servizio del Paese. La presidenza ritiene senz’altro urgente un intervento legislativo nazionale sulla base del dettato della sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, adeguatamente valorizzando la possibilità del ricorso alle cure palliative per lenire la condizione di sofferenza dei pazienti. Riteniamo tuttavia che è oggi maturo il tempo in cui la sensibilità dei cattolici torni ad estendersi anche alle altre fasi della vita: l’interesse del cristiano — e del cattolico – non deve essere richiamato (e concentrarsi) solo sul tema dell’inizio e della fine della vita, come il suo impegno in favore della vita non si risolve di fatto nei Centri di Aiuto alla Vita e negli Hospice, ma anche negli oratori, nelle scuole, nelle associazioni di volontariato, nelle attività professionali… La scelta fondamentale del cristiano è l’opzione preferenziale per gli ultimi, per la vita ovunque essa abbia bisogno di essere difesa. È quindi, ad avviso del MEIC, utile che una presa di posizione dei cattolici su tutti i temi che riguardano la vita, dalla sanità, alla gestione dei flussi migratori, ai giovani, al calo demografico, alle aree interne, alla crescente povertà degli italiani, al futuro dell’Europa nel drammatico scenario del mondo. Il MEIC, dal proprio canto, propone la questione antropologica e si impegna a costruire una visione politica complessiva, di respiro europeo.