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Giovani e mondo del lavoro. Il secondo incontro dei Giovani Meic

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“Giovani e mondo del lavoro”. Così si è intitolato il secondo appuntamento organizzato dai giovani dell’Équipe Nazionale Meic, svoltosi lo scorso 24 Marzo. 

Protagonista e fulcro di questo momento è stato il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, soprattutto nella sua veste di coordinatore scientifico dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto G. Toniolo e di esperto sul tema dei NEET, ovvero giovani che non studiano, non lavorano e non sono coinvolti in alcun tipo diformazione professionale. 

L’incontro ha visto l’esposizione della tematica del rapporto tra giovani e il mondo del lavoro, seguito da un dibattito molto coinvolto dei giovani partecipanti, lavoratori e non, che hanno sentito nelle parole del relatore una forte risonanza anche nella loro quotidianità. 

Il professor Rosina ha sottolineato quanto un giovane di questo XXI secolo stia vivendo un rapporto con il futuro che è inedito rispetto al passato, anche a causa del progresso tecnologico, sia che si tratti di mondo social o di intelligenza artificiale. 

Egli, infatti, afferma come «un quindicenne di un tempo, osservando suo nonno, poteva immaginare con una certa precisione il proprio futuro, poiché il mondo cambiava lentamente. Oggi, invece, un quindicenne non può prevedere come sarà a 65 anni: il progresso tecnologico e sociale ha reso il futuro sempre meno prevedibile. Inoltre, l’allungamento della vita ha creato nuove fasi esistenziali che prima non esistevano. Ciò implica che le nuove generazioni devono costruire percorsi inediti, senza poter contare su modelli preesistenti».

Questa imprevedibilità del futuro è, ovviamente, una moneta con due facce: da un lato porta novità e sfide propositive, dall’altro invece sconforto e ansia, anche, e soprattutto, in campo lavorativo. A tal proposito: «molte professioni scompaiono, altre nascono, e le competenze richieste cambiano rapidamente. Questa incertezza rende ancora più cruciale la capacità di orientarsi e di adattarsi al cambiamento. Tuttavia, il nostro sistema non fornisce adeguati strumenti di orientamento e formazione, rendendo più alto il rischio di smarrimento».

Altro fattore determinante è l’invecchiamento della popolazione, con una conseguente riduzione della fascia giovanile che ha diritto di sognare un lavoro non solo dignitoso, ma in cui poter esprimere le proprie passioni e venire riconosciuta anche sul piano valoriale. È necessario incoraggiare questi giovani, appoggiando e supportando le loro idee imprenditoriali nuove, anche grazie a una maggiore connessione tra mondo del lavoro e università.

A tale proposito il professore richiama a un’urgenza: «se le nuove generazioni non vengono messe nelle condizioni di raggiungere e interpretare la frontiera del cambiamento, il rischio è quello di relegarle a ruoli marginali e precari. Questo non solo penalizza i giovani, ma compromette l’intero sistema economico e sociale. L’unico modo per garantire la sostenibilità del nostro paese è investire nei giovani, dando loro gli strumenti per essere protagonisti del futuro».

Di fronte a quest’analisi oggettiva e icastica, si è acceso il dibattito. Per prima cosa, Marco Tarallo ha chiamato in causa il professore su un tema leggermente fuori dal suo campo di azione: «quali possono essere, sul piano politico e sociale, le leve di consenso che possano spingere la politica a interessarsi maggiormente al mondo giovanile? Quali strumenti politici e sociali possono mobilitare il consenso e innescare un cambiamento di rotta? E quali strategie si potrebbero adottare per uscire da questa stagnazione?».

Successivamente, Stefano Pignataro si è chiesto se la ricerca del ‘posto fisso’ o del ‘posto giusto’, inteso quest’ultimo come un ambiente lavorativo che rifletta le proprie aspirazioni, possano risultare in conflitto con le necessità del mercato. Inoltre, si è domandato quale possa essere il modo per i giovani di ottenere dignitosamente il proprio spazio nel mondo del lavoro, mettendo in luce le loro competenze migliori.

Allegra Tonnarini ha fatto  una riflessione ab origine, ovvero se il focus esclusivo sullo studio negli anni universitari, possa influenzare negativamente la ricerca futura di un lavoro. 

A tali spunti, il professore ha affermato che l’unico strumento a disposizione del mondo socio-politico per tornare a essere competitivi su diversi fronti passa per la valorizzazione dei talenti giovanili. La politica non può più «permettersi di sprecare il capitale umano della nuova generazione». Le aziende hanno bisogno di personale per funzionare, rimanere competitive e rigenerarsi, e devono attingere principalmente ai nuovi arrivati.

Un giovane, dal canto suo, deve capire cosa il mercato richiede ed essere pronto. Egli deve agire come gli Achei con il cavallo di Troia: deve sembrare «competente e in linea con le aspettative, ma in realtà portare dentro di sé una visione nuova, coerente con un mondo che sta cambiando». E questo cambiamento passa anche dal rinunciare al posto fisso, perché il paradigma di tenersi il posto per tutta la vita lavorativa, non ha più senso di esistere. 

Emerge così la metafora della Rivoluzione Copernicana, in quanto è necessario scardinare la vecchia logica del “si è sempre fatto così”: i paradigmi che ci stiamo trascinando dal XX secolo devono essere abbandonati per abbracciare finalmente quelli del XXI, e chi meglio dei giovani può farlo?

Il professore ci ha ricordato che «l’obiettivo finale è creare una generazione che non solo si adatta, ma che diventa protagonista del cambiamento: soggetti attivi, capaci di identificare cosa non funziona nella realtà e acquisire il potere e la convinzione per trasformarlo».

Il dibattito ha poi visto l’intervento di Sara Freddi, che ha messo in evidenza il ruolo delle aziende in questo processo. Secondo lei, «le aziende non riescono a valorizzare i giovani non tanto per la loro rigidità, quanto per la mancanza di supporto da parte dello Stato. I giovani vengono spesso percepiti come manodopera a basso costo da sfruttare, mentre il problema è di natura sistemica. I costi del lavoro sono così elevati che le aziende faticano a investire in loro». Pertanto, finché il sistema socio-economico non subirà un cambiamento significativo, non favorendo il ricambio generazionale, le aziende avranno poche possibilità di intervenire.

Marco Santalucia si è interrogato sulla necessità di una riforma scolastica che possa preparare i ragazzi ad affrontare il mondo, sia sul piano lavorativo che personale. In passato, si è tentato di attuare la riforma “Buona Scuola”, ma questo sforzo ha provocato una reazione diffusa contro l’alternanza scuola-lavoro e contro l’idea di rendere tutto più flessibile. È possibile pensare a una riforma scolastica veramente efficace che possa realmente supportare i giovani dopo la scuola e l’università?

Il professor Rosina, nel concordare con l’analisi che entrambi i giovani hanno espresso, ha però voluto sottolineare quanto sì, la politica non investe sui giovani lavoratori quanto dovrebbe, ma che le aziende hanno comunque potere di azione che dovrebbero sfruttare meglio. Egli afferma, a tal proposito, che esse possono intanto iniziare ad «avviare un processo che non cambia dall’oggi al domani, ma che punta alla valorizzazione dei giovani e a una retribuzione adeguata. Questo significa non solo farli lavorare bene e aumentare la produttività, ma anche attrarre giovani di qualità nelle aziende che li valorizzano, compreso il capitale femminile, in contesti che consentono una migliore conciliazione vita-lavoro». 

Il fattore umano rimane la carta vincente per un’azienda: l’evoluzione tecnologica dovrebbe esclusivamente servire a suo supporto. Secondo il relatore, «il fattore umano non si compra, si crea all’interno dell’azienda: lo si sviluppa, lo si fa maturare, rendendolo unico. Questa unicità trattiene i talenti, che rimarranno finché potranno crescere e finché quell’azienda offrirà loro opportunità esclusive. Servono quindi sia politiche che favoriscano questo processo, sia aziende che investano con determinazione in questa direzione».

Il professore, facendo riferimento al settore scolastico, è assolutamente d’accordo sulla necessità di una trasformazione radicale, poiché i modelli di apprendimento attuali non sono più efficaci in un mondo in costante evoluzione: «una scuola che misura il successo sulla capacità di ripetere conoscenze già acquisite, non può funzionare in un contesto dove i giovani si troveranno a dover rispondere a domande nuove e trovare soluzioni inedite».

La strategia di successo sarà quella in grado di valorizzare, in un contesto così significativo come quello scolastico, l’importanza e la necessità di porre nuove domande e di cercare soluzioni innovative. Infatti il professore ha affermato che «gli innovatori di maggior successo spesso non provengono da percorsi di ingegneria, ma da studi umanistici, filosofici, o con background migratori, persone che sanno combinare culture e prospettive diverse. La capacità di trovare soluzioni inedite, di affrontare l’imprevisto con creatività, diventa sempre più cruciale».

Di fronte a un panorama in costante mutamento, risulta certamente utile trovare una guida, come sottolinea Stefano Pignataro, che possa orientare, con un pensiero critico, le giovani generazioni immerse «in un oceano di informazioni frequentemente frammentate e disorganizzate, principalmente a causa dei canali digitali e dei social media», che spesso generano più confusione che chiarezza. Inoltre, è cruciale promuovere una consapevolezza politica tra i giovani, incentivando anche l’associazionismo e la partecipazione civica.

Per concludere, Rosina ha sottolineato quanto sia importante cogliere e accogliere sempre il nuovo, senza agire in difesa, ma avendo chiaro in mente l’obiettivo finale, che possa anche garantire un futuro migliore a chi verrà dopo di noi: generare nuovo e rinnovato valore.

Articolo a cura di Maria Corbani