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Scienza e fede. Non si pretenda dalla fisica che utilizzi la «lingua di Dio»

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di GUIDO CAMPANINI

da “Avvenire” di giovedì 21 ottobre, p. 3

«Dio, per me, non è neanche un’ipotesi»: la frase incautamente attribuita (oltre dieci anni fa!) al professor Parisi, premio Nobel per la fisica, e da lui smentita, o meglio, ricondotta al suo significato originario, con una breve quanto chiarificatrice lettera indirizzata a lei, ha suscitato su ‘Avvenire’ altri commenti in forma di lettera e interventi più ampi (LorizioBersanelliStaglianò), che sostanzialmente hanno ripreso il tema della distinzione fra discorso scientifico (fisico) e discorso teologico (e metafisico); e in questo contesto vorrei inserire alcune riflessioni. Un’ipotesi (fisica) viene proposta per spiegare determinati fenomeni, nasce all’interno di una teoria, può e deve essere verificata/falsificata sperimentalmente, o per lo meno deve poter rendere ragione, spiegare, più e meglio di altre ipotesi o teorie o congetture, determinati fenomeni o osservazioni o dati sperimentali.

Discorso complesso, non essendo noi più ai tempi di Galileo, quando l’osservazione era fatta con gli occhi nudi – o al massimo, con l’ausilio di un telescopio o di un microscopio ottico – e quando i fenomeni da osservare erano tali anche per l’uomo comune. Ricorrere a Dio per spiegare fenomeni naturali significherebbe regredire a una visione pagana della religione, e in qualche modo offendere Colui che ha creato l’essere umano dotandolo di sensi e di ragione, capace di ‘nominare’, ossia di studiare in profondità, tutto quanto esiste. «Qual è il posto di Dio nel vostro sistema? », avrebbe chiesto Napoleone all’astronomo Laplace, che avrebbe risposto: «Nel mio sistema Dio non ha alcun posto». Dunque Dio non è un’ipotesi da spendere per spiegare questo o quel fenomeno o dato sensibile, o per risolvere questo o quel problema, fosse anche la domanda sull’origine, in senso fisico, del mondo (cosa c’era prima del grande scoppio? cosa c’era prima del tempo?).

La domanda che se mai ci dobbiamo porre, almeno noi, è piuttosto un’altra, ossia – per dirla con Gustavo Bontadini – se l’Intero dell’Essere coincide con l’Intero dell’esperienza, ovvero se l’Essere coincida con l’essere sensibile, o ancora, se il senso dell’esperienza si trova dentro il mondo dell’esperienza stessa o al di fuori di esso (Wittgenstein). Ebbene, si tratta di domande metafisiche, non fisiche, alle quali la fisica in quanto tale non può né deve rispondere – la domanda sul senso del Tutto non è un problema fisico. Dai tempi di Platone sino ai giorni nostri, le soluzioni sono sostanzialmente riconducibili a quelle sommariamente qui sotto indicate. Se l’Intero dell’esperienza coincide con l’Essere in quanto tale, allora il senso va trovato all’interno del mondo sensibile. E, non trovandolo, ci si può comunque leopardianamente interrogare se sia possibile trovare un senso all’esistenza umana, posto che almeno l’essere umano si pone la domanda sul senso (se se la pongano altri essere viventi, o eventuali esseri di altri mondi, a noi per ora non è dato sapere).

Grandi spiriti, da Seneca a Leopardi, a Camus, a Gadda, si sono interrogati sul senso dell’esistere umano… (continua a leggere su Avvenire.it)