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Tra green pass e crocifissi, di scuola (vera) non parla nessuno

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di GUIDO CAMPANINI
vicepresidente nazionale del Meic
dirigente scolastico dal 2007 al 2021

Stamattina in quasi tutte le regioni italiane iniziano le lezioni dell’anno scolastico 2021/22. Lezioni “in presenza”, una specificazione che fino al febbraio 2019 sarebbe stata del tutto inutile. Presente, assente… si sentiva dire nell’appello della mattina – mentre da allora, piuttosto, “collegato”, “in linea”, “sento la voce ma non vedo il volto”, “la linea salta in continuazione”… Presente? Assente? Il decreto 111/2021 è lapidario: lezioni in presenza (ovviamente, nel Paese delle deroghe e delle proroghe c’è subito il “tranne che…”).

E così, nella discussione pubblica di quei mesi – che ha coinvolto Ministero, dirigenti scolastici, associazioni professionali, sindacati, e (un po’ meno) famiglie, Chiesa, agenzie educative in generale – molto si è discusso di controlli del “passaporto vaccinale”, il green pass, di mascherine obbligatorie o meno, di finestre aperte sempre o solo al cambio d’ora (o cambio d’aria?), di distanziamento tra i banchi… E poco si è parlato di scuola, del processo di apprendimento/insegnamento, di come continuare a usare le nuove tecnologie se e in quanto utili a tale processo, a prescindere dalla situazione pandemica. Poco o nulla di è discusso dei risultati drammatici dei test Invalsi – vituperati da una certa parte del corpo docente all’insegna del “nessuno mi può giudicare”, ed oggi invece impietoso indice di un regresso didattico dovuto (anche) all’emergenza sanitaria e alla scuola “a distanza”.

Eppure di questo si dovrebbe parlare, perché non è che fino al febbraio 2019 la scuola italiana, meglio, le scuole italiane fossero una fucina di premi Nobel.

La distanza fra scuole del Centro-Nord e scuole del Centro-Sud, fra il livello dei licei e quello degli istituti professionali, i dati drammatici della scuola media (perché i nostri studenti sono fra i migliori del mondo in quinta elementare e fra i peggiori al secondo anno delle superiori?) sono noti da anni.

Si continua a cambiare ogni anno la formula dell’esame di maturità (caso unico al mondo, quattro esami diversi negli ultimi quattro anni consecutivi), ma non si ragiona sull’ossimoro di una scuola secondaria di primo grado che appartiene al primo ciclo di istruzione, come se “secondario” e “primo ciclo” fossero concetti facilmente sovrapponibili. Senza impossibili scorciatoie semplificatrici, ma certo una riflessione profonda, a partire appunto dai dati di cui disponiamo da anni, andrebbe fatta, proprio ora che la pandemia ci costringe a stare fermi per un po’ di tempo.

In questo silenzio sulle ragioni di fondo della scuola – a parole, al primo posto in tutte le dichiarazioni politiche – ci mancava la polemica sul crocifisso nelle aule: la Cassazione (non ho ancora letto la sentenza, scrivo sulla base delle notizie giornalistiche) avrebbe sostanzialmente confermato le sentenze precedenti, rimandando al concetto di laicità positiva ed inclusiva contenuta nella celebre “sentenza Casavola” (la n. 203 del 1989) – solo aggiungendo di considerare le diverse sensibilità dei docenti o degli studenti. Una discussione di cui non se ne sente affatto il bisogno, e che nei fatti ha poca o nessuna influenza sul vissuto religioso dei docenti e dei discenti: «Adorerete Dio in spirito e verità».