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C’è bisogno di giustizia: quei fili spezzati da riannodare

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di BEPPE ELIA
Presidente nazionale del Meic

(Editoriale di Coscienza n. 4/2016)

Sono giorni convulsi per la politica e l’avvicinarsi della scadenza elettorale che rinnoverà il nostro Parlamento, per quanto non imminente, esalta i toni della contesa. Assistiamo a grandi manovre nello schieramento di destra, in cui si cercano di conciliare opzioni molto eterogenee in vista di un risultato alle urne che fino a poco tempo fa sembrava impossibile raggiungere. Il Movimento 5 Stelle deve fare i conti con le difficoltà amministrative di Roma, che gettano ombre sulla sua capacità di gestire situazioni politiche complesse. Il Partito Democratico mette in scena lo spettacolo, un po’ umiliante per la verità, di una lotta fratricida che rinnega in modo anche plateale gli ideali su cui esso è sorto. Tutto questo in un Paese che domanda risposte concrete ai molti problemi che la crisi di questo decennio ha amplificato.

Anche solo il buon senso, senza tirare in ballo l’acume politico, suggerirebbe a leader degni di questo nome, di ricercare, in una situazione che non si prospetta favorevole (a confronto con quella di gran parte dei Paesi europei), il massimo della collaborazione per superare questa fase. Ciò considerando che non sarà tanto facile ottenere dalle urne una maggioranza in grado di governare, qualunque sia la legge elettorale che si riuscirà ad approvare.

Io spero ancora che, in un sussulto di consapevolezza, chi nei partiti e nei movimenti politici ha oggi maggiori responsabilità compia due azioni: un’iniziativa orientata a ricostruire il quadro politico andato in frantumi e un’immersione dentro le situazioni reali del nostro Paese, a costo anche di prendere schiaffi e di dover fronteggiare rabbia e delusione. Se, infatti, gli umori della gente più emarginata, ma anche della classe media, vengono assunti e interpretati solamente da chi li usa per alimentare una conflittualità latente e per proporre soluzioni semplicistiche e inadeguate alla complessità dei problemi da affrontare, i rischi di gravi fratture sociali sono alle porte.

C’è bisogno di giustizia: per colmare il fossato sempre più ampio che separa chi è garantito (e spesso nulla vuol cedere dei suoi vantaggi) e chi scivola lungo la china della marginalità economica e sociale; per combattere in modo più determinato le forme di illegalità (evasione fiscale, corruzione, disonestà travestita da furbizia) che sono una grave palla al piede per la nostra economia e che si alimentano di complicità diffuse e di uno scarso senso dello Stato; per investire in direzioni fruttuose soprattutto per le generazioni più giovani, dal risanamento idro-geologico al miglioramento urbanistico ed edilizio, dalla valorizzazione artistica e delle bellezze naturali alla ricerca di base e applicata, dalla scuola al lavoro.

Tuttavia ho due impressioni, che vorrei fossero smentite: anzitutto che l’attuale ceto politico (di certo una sua larga parte) non colga la profondità della crisi in cui ci troviamo, che non è fatta solo di povertà materiale, ma soprattutto di fiducia. Un Paese può sopportare anche gravi problemi economici, ma solo se vede che tutti stanno lavorando per superarli e se c’è la convinzione di poterci riuscire insieme. Ma quando si diffonde l’impressione che vi sia un concorso di fattori (la globalizzazione, l’Europa, l’euro, le banche, i partiti, molte istituzioni) che sta impedendo la riemersione, il clima sociale diviene molto teso ed aumenta il rischio che la stessa democrazia sia messa in discussione. Allo stesso modo – ed è la seconda impressione – temo che l’attuale classe politica sia imprigionata in una specie di “gioco di ruolo”, in cui ognuno si muove secondo il modello che il gioco stesso gli assegna. Non si ha più, quindi, la capacità di uscire da schemi prefissati e di valutare criticamente le scelte fatte: è questa una delle ragioni per cui ci si divide, incapaci di stabilire corrette relazioni interpersonali prima ancora che adeguati dialoghi politici.

In questo quadro diventa urgente un impegno “dal basso”, un rinnovato impegno delle nostre comunità, del mondo associativo, del volontariato, delle mille forme vitali che esistono, nonostante tutto, nel nostro Paese, per tentare di riannodare il filo spezzato di un tessuto sociale da ricucire attraverso un progetto, che prima di essere politico si deve muovere sul piano culturale. Forse nell’immediato questa azione non produrrà frutti visibili, ma bisogna pur gettare qualche seme perché nasca qualcosa di nuovo, senza aver fretta di raccogliere.

Questo vale anche per il mondo cattolico. Non sono mancate, in questi tempi magri, iniziative in tal senso (associazioni, reti e altro), molte anche pregevoli per la qualità del loro intervento; ma il vero problema resta quello che esse difficilmente trovano degli spazi di interlocuzione se non in ambiti circoscritti, cosa che le rende particolarmente deboli. Forse è invece giunto il momento di operare in modo più sinergico e di elaborare anche qualche strategia per allargare lo spazio del dibattito, coinvolgendo chi è di solito silente e avrebbe invece probabilmente qualcosa da dire.

Credo in particolare che bisognerà trovare modi e forme per far partecipare in modo attivo i grandi assenti dai nostri incontri ordinari: i giovani. L’impressione è che essi si sentano dentro una crisi che non hanno strumenti per capire e per risolvere, e che non abbiano oggi neanche la forza creativa e radicale che ha caratterizzato altre fasi della nostra storia. Eppure se non lasciamo loro la parola, se non ci confrontiamo con la loro rabbia e la loro voglia di cambiare, le speranze di una rigenerazione della politica andranno perdute.