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La sfida del dialogo, il Meic c’è

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Accettare la sfida di uscire dai propri recinti, di spingersi in periferia, di cimentarsi nel dialogo con gli uomini e le donne del nostro tempo. Il Meic riscopre la propria vocazione di impegno culturale e, come ha chiesto papa Francesco a Firenze, si mette in gioco per il rinnovamento della Chiesa italiana. È stata questa la riflessione al centro del convegno dei presidenti dei gruppi locali dal titolo “Per una Chiesa in uscita”, che si è chiuso oggi a Roma e che ha lavorato per due giorni approfondendo il cuore del recente magistero pontificio.

“Il primo dei nostri guai è l’autoreferenzialità: smettiamola di parlarci addosso”, ha ammonito il teologo don Armando Matteo, docente all’Urbaniana, il primo dei relatori intervenuti al convegno del Meic. “Il papa ha indicato le periferie esistenziali come meta del nostro ‘uscire'”, ha proseguito Matteo, indicandone tre in particolare: “Gli adulti, una generazione che per essere felice crede di dover rimanere giovane per sempre e che per questo non sa più educare; le giovani donne, che sono lavoratrici, madri, catechiste, colonne delle nostre comunità, alle quali viene chiesto di essere competitive nella professione e presenti in famiglia in un contesto sociale, politico ed ecclesiale che non è affatto women-friendly; i bambini, che oggi vengono pensati dagli adulti come propria emanazione in un contesto in cui siamo passati dal desiderio del figlio al figlio del desiderio”.

Sull’importanza di incontrare chi vive al di là dei confini della comunità ecclesiale ha insistito anche Stefano Biancu, giovane docente di Etica all’Università di Ginevra: “Dialogare per fare cultura è essenziale alla nostra vocazione di cristiani. Come ci ricorda papa Francesco nella ‘Evangelii Gaudium’, la grazia suppone la cultura”. Biancu ha evidenziato una caratteristica fondamentale per il dialogo: la “povertà”: “Una povertà che non è solo quella dei mezzi, ma è l’accortezza di non arrivare con tutti gli ingredienti già pronti e magari avendo anche già deciso l’ordine con cui mescolarli”.

Un atteggiamento nuovo per cercare il dialogo, quindi, e anche parole nuove: “La Chiesa italiana sulla spinta di Francesco sta cambiando il linguaggio dell’annuncio di Cristo e sta ripensando il rapporto tra gerarchia e laici”, ha spiegato Riccardo Saccenti, storico e ricercatore alla Fondazione Giovanni XIII di Bologna. Per Saccenti “pastori e popolo devono sentirsi parte di un ‘sinodo’, un cammino condiviso che la Chiesa compie in un una tensione costante tra Vangelo e storia. Qui sta il ruolo dei laici che non sono semplicemente confinati nelle realtà temporali, ma il cui specifico è misurare cristianamente la storia degli uomini per restituire ad essa la sua verità e la sua forza”.

La capacità della Chiesa di “uscire” si gioca anche su un altro fronte, secondo il teologo del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo Andrea Grillo: la liturgia. “A cinquant’anni dalla riforma liturgica del Concilio e spronati dal magistero del papa siamo chiamati a riflettere sull’importanza che i riti hanno all’interno del vissuto cristiano”, ha detto Grillo, sottolineando l’importanza di “dare la parola anzitutto al mistero di Dio e mettendo l’etica e il diritto un po’ in secondo piano per riportare al centro un’esperienza di comunione che ha bisogno di linguaggi adeguati”. “Negli ultimi tempi c’è la tentazione di pensare che il rito abbia una logica diversa dalla cultura e dalla storia”, ha concluso il teologo, “e questo ha provocato nella liturgia isolamenti, irrigidimenti e sciatterie. Noi dobbiamo credere invece in una Chiesa che vive una pienezza di comunione capace di esprimersi con parole e gesti essi stessi costruttori di comunione”.