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Il presidente D’Andrea intervistato dalla Diocesi di Ostuni sul tema della “Prudenza”

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Pubblichiamo qui di seguito l’intervista che il giornalista Ferdinando Sallustio ha realizzato al presidente nazionale del Meic Luigi D’Andrea e già pubblicata sul periodico “Lo Scudo”, rivista della Diocesi di Ostuni.

“Lo Scudo”, infatti, interpella dei testimoni di rilievo sui temi legati alle virtù cristiane e in particolare ha intervistato il professor D’Andrea – oltre che presidente Meic anche docente di Diritto costituzionale nell’Università degli Studi di Messina – sul tema della Prudenza.

II Signore disse: “Io vi mando come pecore in mezzo ai lupi; siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe”. In Italia, in Europa e nel mondo i lupi sono davvero tanti…C’è una strategia con cui noi pecore e colombe possiamo difenderci da loro?

«La prima forza dei credenti davanti ai molti lupi che variamente li minacciano è la ferma determinazione di fare il bene; anzi, prima ancora, di essere e rimanere nel bene, che è l’arma più forte − e in ultima analisi vincente − contro il male, contro ogni forma di male. Ma la fedeltà ad una simile opzione fondamentale esige una grande capacità di lettura della realtà, nella sua complessità: solo un lucido sguardo sulla realtà, unito ad una retta intenzione, ci può consentire di individuare la strada verso il bene possibile nelle differenti situazioni concrete e di trovare la forza di percorrerla. La virtù della prudenza pone in evidenza precisamente l’esigenza di valutare ciò che è bene in relazione alle differenti circostanze. Essa richiede tanto la capacità di muovere costantemente in perfetta aderenza alla realtà, icasticamente evocata dall’immagine del serpente, quanto l’attitudine a non smarrire mai il purificante riferimento ai valori morali, rappresentato dalla semplicità delle colombe: la prima ci protegge dalle illusioni, forse pie, ma certamente sterili, la seconda ci preserva dal micidiale pericolo di un paralizzante e dissacrante cinismo. Non è forse inutile aggiungere che la faticosa e complessa opera di tessitura dei necessari rapporti tra realtà storica e universo morale non può certo essere un’impresa individuale. Occorre piuttosto che i credenti sappiano mettere in campo un indispensabile discernimento comunitario, nel quale ognuno deve investire i propri talenti e tutti devono farli dialogare in sinergia: dunque, non come pecore isolate, ma come gregge ben organizzato».

“Nella cura delle anime, occorrono una tazza di scienza, un barile di prudenza e un oceano di pazienza”, diceva San Francesco di Sales. Tu spesso ripeti il motto “mai senza l’altro”. Come possiamo applicarlo alla cura della nostra anima e della nostra anima in quanto comunità sociale, nazionale e di esseri umani?

«La virtù della prudenza si risolve nella tessitura di una rete di relazioni virtuose tra la realtà e il bene, tra i fatti ed i valori, nonché, se si vuole, tra le risorse di cui disponiamo e i bisogni cui siamo chiamati a rispondere. Inoltre, tanto in riferimento alla realtà in cui viviamo, quanto in ordine al bene che ci interpella, ci imbattiamo nell’ineludibile categoria della relazione, al fenomeno dell’interconnessione universale, per la quale “tutto è connesso”, come costantemente ci ricorda Papa Francesco: collegati sono i dati e le sfere della realtà, collegati sono i valori che esprimono i differenti profili del bene che realizza e manifesta la dignità di ogni uomo e la bellezza dell’intero creato. Perciò, il perentorio invito di M. De Certeau a non trascurare mai “l’altro” nella lettura dei fenomeni della realtà, nell’implementazione dei valori, nelle nostre scelte esistenziali, nella costruzione dei nostri progetti di vita, nei processi educativi (e, naturalmente, si potrebbe allungare indefinitamente l’elenco) si traduce in una potente esortazione all’esercizio della virtù della prudenza: e solo in tale prospettiva che si può dare la cura di se stessi, degli altri esseri umani, dello stesso creato».

“Bisogna fare cose foIIi, ma farle con il massimo di prudenza” è una frase di Henry de Montherlant. La prudenza viene chiamata nella tradizione “I’auriga deIIe aItre virtù”. Ma in una società in crisi chi, o cosa, si può proporre come auriga per non essere folle, ma prudente?

«Specialmente nei momenti di crisi, fare autenticamente il bene (nostro e dell’altro) significa spesso individuare strade nuove, inventare con fantasia nuove risposte a bisogni vecchi e nuovi, o magari a bisogni vecchi che però assumono nuove forme in contesti mutati: dunque, può significare realizzare audaci “follie”. Ma è necessario che anche nell’invenzione di tali inedite risposte sia la prudenza, quale insostituibile auriga, a guidare ed orientare le altre virtù (giustizia, fortezza, temperanza), a tessere l’intreccio di “cose antiche e cose nuove” in forza del quale soltanto è dato individuare un percorso credibile di uscita dalle crisi».