Aprire le strade, non occupare spazi. In memoria di Francesco
di Guido Campanini, Consigliere nazionale del MEIC
Ancora un poco sconvolti per la morte del Santo Padre – certo non inattesa, ma ugualmente improvvisa; e sempre grati a Dio per il dono straordinario di un pontificato assolutamente imprevedibile, come imprevedibile è il soffio di quello Spirito che, come il vento, soffia dove vuole, provo con (poca) umiltà a svolgere qualche riflessione sul suo Magistero.
“Il tempo è superiore allo spazio”. Questa lapidaria affermazione, che si trova nella Evangelii Gaudium, indica una precisa direzione di marcia per la Chiesa del XXI secolo: occorre aprire processi, imboccare nuove strade, iniziare nuovi cammini, e non occupare spazi – geografici, culturali, politici.
Si tratta di un completo cambio di rotta rispetto alla Chiesa “tridentina”, a quella uscita dal Concilio di Trento e che, nonostante i sessant’anni trascorsi dalla fine del Concilio Vaticano II (1965 – 2025), è ancora la Chiesa che viviamo e conosciamo noi, pur con molte novità.
La Chiesa cattolica, dopo la grande crisi del primo Cinquecento, con la rottura dell’unità della Chiesa d’Occidente, se pure con ritardo, prese finalmente la strada di una Riforma interna, che ebbe il suo cuore nel Concilio di Trento.
Tale Concilio ha plasmato il volto della Chiesa, e del mondo cattolico, in profondità, per molti secoli, sino ad oggi; ha ridato alla Chiesa cattolica, dopo la grande crisi, un rinnovato ruolo di guida del popolo; ha visto la fioritura di nuovi ordini religiosi (i gesuiti in primis); ha visto una grande stagione missionaria che, pur con tutti i limiti e i compromessi con le potenze colonizzatrici, ha permesso la cristianizzazione di popoli e continenti sconosciuti agli europei, ed anche la nascita di quella cultura latinoamericana, intrisa di cattolicesimo, di cui Bergoglio era figlio .
La Chiesa tridentina è una Chiesa che, in una società ancora statica e contadine, ha occupato tutti gli spazi possibili, sia nei Paesi cattolici, sia – dove era possibile – nei Paesi protestanti o di missione.
Spazi geografici. Con, la nascita, lo sviluppo, la proliferazione delle parrocchie, in particolare nelle zone rurali, in ogni villaggio, la chiesa, il campanile, vi era un parroco residente “in cura d’anime” (di cui l’Abbondio manzoniano è una caricatura, ed il curato di Bernanos una figura esemplare): la chiesa come “fontana del villaggio”, secondo la nota espressione di papa Giovanni, prete, vescovo e papa “tridentino”. Una parrocchia che accompagnava la vita delle persone dalla nascita, al matrimonio, alla nascita dei figli alla morte, garantendo loro un minimo di istruzione religiosa – essendo il parroco spesso l’unico letterato del villaggio. Una Chiesa che ha saputo legare a sè le popolazioni contadine, inventando nuove forme non verbali (come si direbbe oggi) di inculturazione e di evangelizzazione: dalle pitture e dai quadri alle processioni e al teatro – in fondo, le processioni sono una forma di teatro di strada.
Spazi culturali. I collegi dei gesuiti furono il luogo di formazione della classi dirigente dei Paesi cattolici, e Cartesio, che pur criticò aspramente quel modello educativo, ha nei confronti del collegio gesuita della Fléche molti più debiti di quanto ne voglia riconoscere. Poi le università, la pittura grande e piccola, la letteratura, il teatro. Certo, oggi critichiamo l’Indice dei libri proibiti e le censure di sui furono vittime, fra i molti, Caravaggio e Veronese, per non parlare di Galileo (ma non è che nei Paesi protestanti ci fosse molta più libertà); ma non c’è dubbio che la fede e la cultura, in gran parre barocca, video un felice connubio – felice sia per la Chiesa, sia per l’arte.
Spazi politici. L’alleanza, sempre problematica, con le potenze cattoliche; la guerra come strumento di espansione della cattolicità (Lepanto prima, la guerra dei Trent’anni poi), lo stretto legame fra trono e altare: tutto ciò ha contribuito a quel radicamento della Chiesa negli spazi politici e culturali, che è una caratteristica della prima età moderna e, in parte, del breve periodo della cosiddetta Restaurazione post-napoleonica.
Una occupazione di spazi che si è poi trasformata in azione difensiva: contro le potenze protestanti prima e la Francia rivoluzionaria poi, in campo politico; contro la nuova scienza prima e le idee dei Lumi poi, in campo culturale. Cosicché nel secolo XIX la Chiesa tridentina non era più in grado di aumentare i propri spazi, ma dovette pensare soprattutto a difenderli dai nuovi avversari: gli Stati modernamente laici, le università non più sottoposte all’autorità ecclesiastica, l’arte che aveva oramai spazi estranei ai luoghi ecclesiastici (dalle gallerie ai teatri), la scienza che oramai procedeva infischiandosene di condanne e messe all’Indice – la condanna di Darwin non ebbe le medesime conseguenze della condanna di Galileo.
Solo con il pontificato di Leone XIII la Chiesa tentò, riuscendovi solo in parte, di conquistare un nuovo spazio, in un “luogo” assolutamente nuovo e sconosciuto alle epoche precedenti: lo spazio del nuovo proletariato urbano, divenuto preda della propaganda socialista. La Chiesa leoniana, e poi quella del XX secolo, cercherà nuovi spazi di influenbza, sia nella società urbana e operaia, sia accettando compromessi con le nuove realtà politiche. Alla scomparsa delle potenze cattoliche, o delle monarchie, si rispose con la nascita e lo sciluppo di “partiti cattolici”, anch’essi impegnati a conquistare nuovi spazi nella nuova società secolarizzata e laica, al fine di ricattolicizzare le masse attraverso gli strumenti del potere – almeno nelle intenzioni di chi governava la Chiesa. (Il che non vuol dire affatto che i politici democratici cristiani accettassero supinamente di essere la longa manus della Chiesa, anzi!).
Ad una Chiesa che, nell’età moderna, e sino a tutto il XX secolo (pensiamo alla Polonia cattolica anche durante il regime counista), ha cercato di occupare spazi, di preservare i propri luoghi da invasioni altrui, di distinguere con netti confini i “nostri” e i “loro”, chi era nella Chiesa, e chi era “fuori” della Chiesa, mettendo le guardie alle porte per verificare i documenti di ingresso (metafora bergogliana), Francesco ha risposto rovesciando questo paradigma.
“Chiesa in uscita” vuol dire (anche) immaginare una comunità ibrida, in cui non si distingua più nettamente chi è dentro e chi è fuori, significa immaginare una Chiesa che abbia le porte aperte non tanto per fare “entrare” nella Chiesa chi èal di fuori, ai confini o lontano (come voleva la tradizionale concezione della missione), ma per fare uscire i credenti non solo dalle sagrestie, ma anche della chiese stesse. Una Chiesa che proprio non abbia né muri e nemmeno porte, perché confusa in mezzo al popolo, perché la parole di Dio è per tutti, perché nessuno può giudicare nessuno, perché i Sacramenti sono cibo per i peccatori e non per i sani – come ci raccontano i Vangeli, con le tante parole di Gesù contro i sacerdoti del suo tempo (solo del suo tempo?).
Una Chiesa, quella di Francesco, che appunto inizia nuovi processi, senza sapere dove porteranno, che non “pianifica programmi” pastorali con precise finalità apostoliche da poter verificare e controllare, ma che accetta di navigare in mare aperto, lasciandosi spingere dal vento senza voler governare più di tanto la nave, senza sapere esattamente quale rotta si sta seguendo, dove la spingono i venti.
In una società digitale, in cui le nozioni di tempo e di spazio sembrano sparire, quasi relegando nel dimenticatoio la lezione kantiana sugli apriori antropologici, la “Chiesa tridentina”, che è ancora in gran parte la nostra Chiesa, rischia di diventare una sorta di “fortezza Bastiani” che attende un nemico che non esiste più, occupando spazi fisici e culturali che sono in via di estinzione, come fa il sottoscritto, che continua ad acquistare dischi “fisici” di musica e giornali “di carta”, pur sapendo che fra non molti anni saranno come le cabine telefoniche di un tempo nemmeno troppo lontano.
Aprire processi nuovi – come i grandi segnali che ci ha dato Francesco, pur senza aver modificato formalmente né il Catechismo né la dottrina né molte prassi secolari,.
La nomina di donne (se pur, sinora, religiose) alla guida di dicasteri vaticani, con cardinali di curia loro subordinati; la celebre frase “chi sono io per giudicare i gay?”; la nomina di membri laici del Sinodo dei Vescovi, taluni scelti al di fuori della associazioni e movimenti ecclesiali, come Luca Casarini – e si potrebbe continuare.
Come Roncalli aprì un Concilio senza sapere dove sarebbe andato a finire, così Bergoglio ha iniziato a percorrere, e a far percorrere alla Chiesa, sentieri ignori che non sappiamo dove porteranno (sperando che non siano sentieri interrotti…)
Il Sinodo sulla sinodalità, per esempio. Vi sono molte propositiones “rivoluzionarie” ma che dovranno essere da un lato concretizzate, dall’altro fatte seguire da ulteriori azioni – ad esempio, se si debba rinnovare profondamente il Codice di Diritto canonico, come ha chiesto il Sinodo, o se addirittura si possa superare una forma di Chiesa fondata sul diritto. In questo senso, alcuni temi considerati “di frontiera” ,come il diaconato (e il presbiterato e l’episcopato) per le battezzate, forse apparirebbero meno “eversivi” se visti, come Francesco ha detto innumerevoli volte, con gli occhi delle periferie, geografiche ed esistenziali, e non con quelli del “centro”.
Così come si dovrà ripensare una concezione della Chiesa basata sugli spazi fisici e geografici, su “parrocchie” che rischiano di stare vicino a case (parà-oikìa) oramai disabitate da chi abita in un mondo digitale, in cui i concetti di “qui” e “là” stanno diventando obsoleti come i miei giornali di carta… Parafrasando Pascoli, “la mia Chiesa à la dove si vive” oggi, non dove si viveva ai tempi del Concilio di Trento.
Lo stesso ministero ordinato, che da mille anni è vissuto come “separato” dal mondo, ad imitazione del modello monastico, andrebbe profondamente ripensato, come timidamente è emerso nel Sinodo sull’Amazzonia. Di nuovo, dalle periferie potrà emergere la direzione verso cui la Chiesa dovrà camminare.
Francesco ha usato più volte due immagini tratte dalla geometri – lui, che era professore di letteratura: quella del poliedro, dove molteplici facce concorrono all’armonia del tutto, come anche i diversi strumento in una orchestra sinfonica, e quella della “piramide rovesciata”, in cui il centro è in basso e le periferie in alto, in cui l’autorità è davvero colei che serve.
Si è detto e scritto che Bergoglio ha parlato molto, ma ha concluso poco; anche se la riforma della Curia romana, il nominare donne ai vertici di dicasteri vaticani, l’aprire alle donne i ministeri non ordinati, quando solo trent’anni fa si discuteva se le bambine potessero servire all’altare, non sono passi da poco. Francesco è stato coerente, anche al di là del suo essere, nel profondo, conservatore, tradizionalista, autoritario: ha aperto strade, ha avviato processi, non ha voluto imporre riforme definitive e calate dall’alto. E sono convinti che il nuovo Vescovo di Roma continuerà su questa strade, magari andando a zig zag, magari aspettando qualche ritardatario, magari trovando altri sentieri oggi ignori: ma indietro non si potrà tornare, perché il tempo è superiore allo spazio, e solo lo Spirito ci insegna a leggere i segni del nostro tempo, e non del tempo, pur glorioso, di ieri.
Il magistero di Francesco ha avuto una caratteristica fondamentale: quella di essere un “magistero sociale”, di proclamare un Vangelo sociale, un annunicio di liberazione per i poveri e gli emarginati.
Dal 1891 il magistero sociale della Chiesa è dventato, per fortuna, una costante dell’insegnamento dei pontefici romani e degli episcopati. La Rerum Novarum ha aperto la strada, e da Pio XI in poi (con l’ovvia eccezione di Giovanni Paolo I), ogni Papa, spesso in occasione dei decennali dell’enciclica leoniana, ha portato il proprio contributo al formarsi di un vero corpus dottrinale. Alcuni documenti, poi, rappresentano svolte fondamentali e punti di non ritorno: il radiomessaggio (1944) di Pio XII sulla democrazia, la Pacem in Terris (1963) di Giovanni XXIII, la Populorum Progressio (1967) di Paolo VI, la Centesimus Annus (1991) di Giovanni Paolo II, Un magistero che dapprima si poneva quasi come una “ideologia” contrapposta a liberalismo e socialismo, poi come analisi critica alle società esistenti – ma sempre con uno sguardo non secondario alle questioni filosofiche e dottrinali, e alle ideologie correnti. Ma tale imponente corpus dottrinale rimaneva tuttavia uno dei capitoli del Magistero della Chiesa, e forse nemmeno il principale – almeno nella ricezione delle Chiese locali e dei fedeli.
Con Francesco non più è stato così. Il magistero sociale è il cuore del magistero di Francesco; si potrebbe persino dire che tutto il magistero di Francesco è sociale. Le due grandi encicliche, Laudato si’ e Fratelli tutti, sono encicliche sociali; e parliamo di due encicliche delle quattro da lui scritte, essendo poi la prima in gran parte opera del suo predecessore, e l’ultima, relativamente breve, dedicata al culto del Sacro Cuore, dove però non manca una significativa traduzione sociale di tale culto. Un magistero sociale che evita discussioni ideologiche e teologiche sui grandi sistemi, che non si confronta più né con K. Marx né con A, Smith, ma che si è posto e si pone come coscienza critica di un modello economico apparentemente vincente, ma che sta distruggendo da un lato il pianeta su cui viviamo, e dall’altro sta aumentando paurosamente gli squilibri sociali in modo tale da non essere più sostenibile. Nessuna pretesa di indicare modelli teorici, o di suggerire strategie economiche.
Si tratta invece di un punto di vista “morale” e profetico, ma che risulta molto più realistico di tante disquisizioni accademiche. L’ecologia integrale e la fraternità universale sono gli orizzonti entro i quali le scelte dei decisori economici, finanziari e politici devono inquadrare le loro scelte. Un messaggio – una serie di messaggi – chiaro e comprensibile, che, almeno a livello teorico, non pare abbia suscitato opposizioni di tipo ideologico, come accadde a suo tempo, per dire, la Populorum Progressio o per la Rerum Novarum.
Di nuovo, lo sguardo al mondo a partire dalla priamide sociale rovesciata; i poveri, i migranti, le popolazioni dell’Amazzonia – non sono una nota a margine del discorso sociale, non sono delle questioni settoriali, ma sono, per Francesco, le questioni centrali del presente e del futuro dell’umanità- “Tutto si tiene” – è una delle frasi più note del papa, come altre: “siamo tutti sulla stessa barca”, “non ci si salva da soli”.
La centralità dei “poveri”, delle periferie geografiche ed esistenziali, rovescia il punto di vista tradizionale e del mondo e della Chiesa.
Saremo capaci di seguirlo, in questa sua profetica strada? Saremo capaci di cambiare la rotta della storia del mondo, che sembra viaggiare verso il baratro della “terza guerra mondiale a pezzi” e del disastro ambientale? Noi confidiamo nello Spirito Santo.
Ed il nuovo Vescovo di Roma, lo crediamo e lo speriamo, proseguirà sulla strada iniziata e continuerà a ad aprire processi, ad esplorare nuove strade, nella Chiesa che vive in un cambiamento d’epoca, e non in un’epoca di cambiamento.
di Guido Campanini, Consigliere nazionale del MEIC