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REGGIO CALABRIA Qohelet, la testimonianza di una fede “audace”

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di Augusto Sabatini

L’8 febbraio scorso, su iniziativa dell’Ufficio Ecumenismo e dialogo interreligioso dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria-Bova, della Commissione Ecumenica Regionale Calabra, del gruppo MEIC e della Sezione del SAE -Segretariato Attività Ecumeniche di Reggio Calabria, per l’occasione della XXXII Giornata di dialogo tra Cattolici ed Ebrei ha avuto luogo su piattaforma Zoom un incontro di studio e riflessione sul tema Il libro del Qohelet. Testimonianza di una fede “audace”, con la partecipazione della prof. Elena Lea Bartolini De Angeli, docente di Giudaismo ed Ermeneutica ebraica presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e l’Università Cattolica di Milano, nonché docente invitata presso l’Università degli Studi di Milano-Bicocca e presso la cattedra di Dialogo tra le culture della Diocesi di Ragusa, che dirige la collana “Studi giudaici” per la casa editrice Effatà e cura la rubrica “Judaica” per la rivista Terrasanta.
Protagonisti in collegamento ben 82 account (di cui almeno quattro aperti a consentire la partecipazione di più persone in presenza contestuale), dopo la presentazione – sia della relatrice, sia del testo biblico in rilievo – a cura di d. B. Verduci (per l’Ufficio diocesano competente) ed i saluti dei rappresentanti degli enti co-organizzatori dell’evento, Maria Tripodi (per il MEIC) e Gigliola Pedullà (per la sezione del SAE di Reggio Calabria), è stato letto in apertura il testo di Qohelet 3, 1-20.
La relatrice, studiosa assai titolata nel dibattito teologico e scientifico sull’AT (in quanto autrice di numerosi saggi scientifici di altro profilo e valore) e figura particolarmente attiva nel dialogo ebraico-cristiano – ha esordito porgendo la propria solidarietà alla memoria di Amos Luzzatto, vittima domenica 7 febbraio di “antisemitismo telematico” in occasione dell’incontro (promosso dal SAE con la Comunità Evangelica Luterana ed il Beit Casa della Cultura Ebraica di Venezia) oltraggiato dal blitz di hacker che hanno immesso in rete immagini di Hitler, bestemmie, slogan antisemiti, scene pornografiche e varie altre forme di disturbo dell’evento.
Illustrando con particolare cura, speciale conoscenza e rara chiarezza prima il contesto storico e letterario della redazione del libro e quindi i suoi fondamentali temi spirituali, la prof. Bartolini De Angeli – proponendo in comparazione tra loro sia la traduzione CEI 2008 sia la propria quanto ai passaggi più significativi del testo – ha chiarito innanzi tutto che l’autore presenta sé stesso come un re d’Israele, nella tradizione Salomone, che ha impegnato il suo cuore a ricercare (= compito sciagurato …) ciò che accade “sotto il cielo”, ossia il senso della storia sociale e individuale nelle sue dinamiche, e che parla però, anche per esperienza personale, non solo “dal cielo in giù” (come ogni profeta), ma anche di ciò che è “oltre il cielo”, ossia dell’identità stessa di Dio. E parla di Elohim, cioè del “Dio di tutti”, che si rivela non solo al popolo eletto ed ai suoi credenti ma all’umanità intera, in una dimensione universale.
La parola chiave, che ritorna come refrain nel libro, *hevel (che è anche il nome di Abele), indica ciò che è destinato a svanire, a passare. E tutto ha questo destino, nella concezione dell’uomo e della vita di Qohelet, sicché il problema esistenziale fondamentale – per ogni uomo e donna, di ogni tempo e di ogni luogo – da lui indagato è quello del Sal 44: perché “l’uomo è simile ad un soffio” ed “i suoi giorni sono come ombra che passa”?
L’esito di questo percorso di ricerca sembra paradossale.
Qohelet, che ha dato il suo “cuore” (tutta la sua vita, ogni sua energia) per questo, scopre che quel qualcosa (il senso della vita) che con tanto impegno cercava di comprendere, alla fine, non può esser scoperto. È valsa la pena, allora, di tanto impegno?
L’esperienza della morte farebbe dire: no. Perché la finitezza è ciò che accomuna ogni vivente (sia umano, sia vegetale sia animale) e ciò è stato certamente voluto da Dio, che ha dato ad ogni organismo vivente un’unica *ruah (nel mondo semitico esiste un’unica dimensione, che accomuna corpo e spirito, e questa è detta vita e coincide appunto con la *ruah, ossia: l’alito, il respiro che è indice della vitalità; finita la *ruah, finiscono insieme sia corpo sia spirito. E non c’è resurrezione, pertanto).
Eppure, Qohelet dice che ugualmente la felicità è possibile e consiste nel “godersi” questa vita, ossia essere riconoscenti d’averla ricevuta da Dio in dono. E ciò può avvenire anche attraverso ciò che dà piacere (come il cibo, il vino, il fare e vivere cose piacevoli).
Inoltre, sovverte la concezione “retributiva” tradizionale, per cui se agisci bene sarai felice, se agisci male sarai ripagato con l’infelicità: tutto infatti ha un “suo” momento opportuno, sia la felicità sia l’infelicità. E questo non è da ricercare nel tempo cronologico (lo zeman), che trascorre ineluttabilmente e nel suo dinamismo non è arrestabile né influenzabile, ma nell’et (che potremmo chiamare il kairòs), ossia nell’occasione in cui si manifesta qualcosa del progetto di Dio sulla storia e sull’umanità che non solo è destinato a restare nella memoria, ma costituisce ciò che attraverso di essa forma la sapienza: uno spazio in cui è stata possibile una forma di conoscenza del senso della vita che, se colta e se custodita, diventa identità.
Qohelet ammonisce: come si potrebbe capire cos’è il dolore se non lo sperimentassimo? Ma perché questo avvenga bisogna saperlo “vivere”, ossia non cercare di evitarlo, ma “attraversarlo” ed “assimilarlo”. Ed esso non avrà l’ultima parola, se lo si comprende bene e nella sua essenza profonda.
Dunque, le esperienze spesso contraddittorie che segnano l’esistenza d’ognuno (ben 7 “polarità” si oppongono, nel cap. 3, 1-20) – opposti che, invece, in Dio non esistono – sono indispensabili all’uomo, per conoscere il senso d’essa.
Entrambe, sia quelle di segno positivo sia quelle di segno negativo, ci guidano infatti al riconoscimento della bellezza della creazione e del dono della vita. E se Dio ha voluto che fosse proprio così, la vita dell’umanità, un senso c’è sia in ciò che desideriamo (il bene) sia in ciò che invece avversiamo (il male).
Sarebbe come dire che anche nel tempo della sofferenza c’è una bellezza che potremo “vivere” (anche se, fino alla fine, non capiremo comunque la chiave del mistero della necessità – ovvero, dell’indispensabilità della compresenza – d’entrambe le esperienze per la nostra esistenza: quelle del bene e del male, della felicità e dell’infelicità). Bellezza che risiede nel fatto che Dio è più misericordioso che onnipotente, ha cioè un amore incondizionato per le sue creature che prevale su tutto e la sola fiducia in questo amore incondizionato può loro bastare, per attingere davvero la felicità.
In Genesi 1, 1-14 ed in Isaia 45, 7 si fa la stessa affermazione: a Dio, come dice pure Giobbe, dobbiamo esser capaci di ricondurre tutto. Anche il mistero della necessità del male, che nella creazione è stato previsto ed attuato (e di cui, nel secondo giorno della creazione, non si dice che era “cosa buona”: v. Gn 1, 6-8).
Ma la grande lezione di Qohelet è ulteriore: essa consiste nell’insegnamento per cui Dio opta, nel rivelarsi, per il tipo del Dio “debole”, che lascia all’umanità l’esperienza del male e del peccato perché possa capire in essa chi è Lui veramente … E l’ebraismo non parla mai, a proposito, di peccato originale: se non fosse possibile sperimentare l’errore ed il peccato, non sarebbe infatti possibile conoscere cosa sia il bene!
Ed ecco, insieme, l’importanza nella vita dell’esperienza di comunità/comunione: se si è in due, la caduta dell’uno è compensata dalla forza dell’altro che lo fa rialzare. Ed anche due delinquenti possono aiutarsi ad uscirne, collaborando insieme nella fatica di risollevarsi dalle cadute.
In Qohelet 12 è forte, poi, l’invito ad imparare già negli anni delle maggiori energie e della vita più rigogliosa il senso del “ritorno finale” a Dio della *ruah che ci ha dato, e cioè che la precarietà non va vissuta in modo incosciente o contraddittorio, ma serio e coinvolto.
Perché sono proprio le contraddizioni della vita la via propria per crescere in sapienza. Ed i veri sapienti hanno sempre parole che testimoniano della verità di un Dio unico autore e creatore dell’umanità, che ogni uomo in ogni tempo e in ogni luogo potrà riconoscere per tale sia nelle prove e nelle desolazioni che nelle occasioni di serenità.
In proposito, molto bella è ad esempio per l’ebraismo la festa delle Capanne, perché ci vuole ricordare la precarietà e l’insicurezza, l’instabilità del vivere (le capanne sono provvisorie e spesso anche fragili o fatiscenti) ed insieme dirci che questo della precarietà e dell’insicurezza è anche il solo spazio in cui è possibile l’incontro tra Dio e gli uomini.
Così, poi, anche nel grido “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” possono trovarsi insieme sia la maledizione sia la benedizione, se si sa stare nella contraddizione d’una vita voluta comunque così da Dio creatore.
Pure l’ultimo avviso del libro è assai importante: fare molti libri e studiare molto non è sempre la via giusta per attingere alla sapienza e alla felicità.
E gioire, anche di cose semplici e materiali, non è affatto cosa sbagliata: perché in questa gioia la vicinanza a Dio (la capacità di capire chi è davvero Chi mi ha creato e di essergli riconoscenti, puramente e semplicemente, per averne avuto con la vita il dono) ci può essere davvero, e meglio e di più che in tante vie ascetiche o penitenziali.
Ma possiamo educare alla gioia solo nel momento in cui educhiamo al mistero della vita umana testimoniando che si può essere protagonisti della vita comunque vada a finire, perché l’alternanza luce/tenebre ha sempre una ragione e, se la cogli, ritrovi Dio accanto a te, anche nella contraddizione. Per cui non è importante, insomma, nel vivere attingere i “perché”, ma sperimentare i “come”.
La mistica ebraica, che molto ha analizzato e rivissuto l’insegnamento di Qohelet (anche in relazione a tragedie straordinarie per l’umanità, come quella della shoah), ha detto che chi fa del bene e rende la storia “migliore” non solo l’aiuta a redimersi ma riunificandone le scintille divine separate riconduce Dio stesso (coinvolto nel male storico e da esso ridotto a solo frammentarie epifanie) ad autentica unità. E questo è il vivere non soltanto sostando o cercando “sotto il sole”, ma anche guardando “oltre il sole”, che Qohelet propone ai veri credenti.
Ha concluso poi la relatrice rilevando che Qohelet è più utile di altri testi biblici non solo per aiutare il dialogo interreligioso, perché tocca il nervo scoperto di ogni fede (la ricomposizione in un senso vivibile delle polarità in contraddizione che scandiscono l’esistenza umana), ma anche come porta d’ingresso “altra” ad un più vero rapporto con Dio misericordioso (perché rivelatosi come debole e non come onnipotente).
Il nutrito dibattito successivo, anche nel corso del quale la gratitudine dei partecipanti è stata ben testimoniata alla prof. Bartolini De Angeli (per la sua acutezza e competenza), ha dato poi la misura della straordinaria necessità e bontà d’iniziative come questa non solo nella nostra Chiesa particolare, ma ovunque, perché dall’esperienza dell’aver molto imparato nasce riconoscenza per l’altrui responsabile e gratuita disponibilità e questa è chiave certa d’amicizia vera e seria, forse “sopra tutte” la via migliore che possa fiorire tra credenti di diverse fedi e farli cooperare per un mondo migliore da costruire.