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Alla vita bisogna fare spazio

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Nelle cellule la morte è il prerequisito indispensabile per la trasmissione della vita e la comparsa del nuovo; nei tessuti e negli organi è la morte programmata a rendere possibile il loro corretto funzionamento; la nostra morte, infine, fa spazio alla novità delle future generazioni

Carlo Cirotto
citologo e istologo, già presidente nazionale del Meic

Prima di affrontare l’argomento morte è opportuno, anzi indispensabile, fare un breve “esame di conoscenza” su quanto sappiamo della vita. Vita biologica intendo, perché a questa forma di vita è circoscritta la mia competenza. E, visto che siamo interessati soprattutto alla nostra morte, è importante che richiamiamo alla mente ciò che sappiamo della nostra vita. Non si tratta di un grande impegno. Basta rinverdire le conoscenze scolastiche, integrarle con qualche nozione nuova (e certificata) appresa in circostanze diverse e riorganizzare il tutto in un’unica visione.

La vita

Siamo tutti consapevoli, credo, che quegli esseri, grandi e piccoli, che il comune buon senso ci fa classificare come vivi, sono tali perché hanno dei costituenti-base piccoli e invisibili che sono anch’essi vivi: le cellule. Sul nostro pianeta non esistono realtà vive che non siano fatte da cellule; vuoi da una sola cellula (i monocellulari) come i microbi, vuoi da più cellule (i pluricellulari) come il nostro corpo. Quando parliamo di esseri viventi, insomma, le cellule sono i più piccoli esemplari della categoria. Neanche i singoli componenti della cellula sono vivi. Solo la loro totalità, cioè la cellula nella sua interezza, manifesta i caratteri della vita: nascita e sviluppo, riproduzione e morte. Solo la cellula inoltre ha una sensibilità che la fa rapportare in modo relativamente libero all’ambiente e la rende capace di reazioni dotate di un certo grado di imprevedibilità.

Tante cellule, opportunamente organizzate, formano quei sistemi di livello superiore che sono i pluricellulari. In questo caso, però, le unità che li costituiscono sono vive e relativamente autonome. È utile allora, oltre che più corretto, considerare i pluricellulari come delle società o, meglio, come comunità nelle quali ogni componente occupa un suo preciso posto ed ha un suo preciso ruolo da svolgere. Anche noi quindi, sotto il profilo biologico, siamo comunità di esseri viventi. Si stima che un tipico esemplare umano di medie dimensioni ne ospiti circa 70mila miliardi appartenenti a 135 tipologie diverse. Evidentemente, sono presenti in noi anche forme di organizzazione sopra-cellulare: tutte le cellule che svolgono una certa funzione sono riunite in tessuti; tessuti diversi sono organizzati in organi; organi diversi formano il nostro organismo.

Come accade tra gli umani, anche le cellule del corpo, per formare una comunità vera ed efficiente, devono vivere e operare in modo coordinato. Se ognuna di esse conducesse la propria vita e svolgesse le proprie attività in modo autarchico, senza tener conto delle altre, non avremmo un organismo ma un aggregato di tanti individui, ognuno preoccupato esclusivamente della propria vita. Un mucchio, insomma, non una comunità. La realtà dell’organizzazione gerarchica, invece, presuppone che la vita di ogni cellula sia correlata a quella delle altre in modo che le funzioni svolte non siano esplosioni estemporanee di attività individuali ma risultino armonizzate in un comportamento unitario. Ciò implica che tutte ricevano indicazioni su come comportarsi; che sia cioè attiva un’efficiente rete di comunicazione/integrazione che consenta a ogni cellula di vivere ed agire in costante relazione con tutte le altre.

Va da sé che a seconda del numero delle cellule da coordinare dovremo attenderci meccanismi diversi di integrazione. Emblematico al riguardo è ciò che avviene durante le fasi precoci dello sviluppo embrionale quando il numero delle cellule cresce e la rete delle comunicazioni deve coinvolgere cellule sempre più distanti. Si assiste alla comparsa, scaglionata nel tempo, di meccanismi di integrazione via via più sofisticati. Alcuni sono attivi fin dalle primissime ore dello sviluppo, altri sono caratteristici di stadi più avanzati. I più sofisticati e complessi sono gli ultimi a comparire, a circa due settimane dalla fecondazione. Si tratta del sangue e del sistema nervoso.

Il sangue è un sistema di integrazione di tipo “idraulico”. Scorrendo all’interno di una fitta rete di vasi e capillari, che nell’adulto si sviluppa per una lunghezza di circa 2.000 km, raggiunge le cellule dell’organismo assicurando a tutte il rifornimento di alimenti e di ossigeno. Inoltre, grazie al fatto di essere sempre in movimento, fornisce anche un servizio di comunicazione tra cellule trasportando i segnali molecolari che le cellule stesse inviano alle consorelle lontane. Gli ormoni ne sono un esempio noto a tutti. Purtroppo, però, l’efficienza di questo servizio è piuttosto bassa, legata com’è alla velocità del flusso ematico che nei capillari non supera 1 centimetro al secondo.

Chi è specializzato a trasferire informazioni con una efficienza immensamente superiore a quella del sangue, è il sistema nervoso il cui funzionamento si basa sulla trasmissione di impulsi elettrici a velocità che raggiungono i 120 metri al secondo. La rete di integrazione costituita dai nervi è di una complessità inimmaginabile. Nel solo nostro cervello, si sviluppa per una lunghezza è di circa 160mila km.

Così è fatto il nostro corpo. Anche noi uomini, come tutti i pluricellulari, siamo comunità di individui viventi organizzati in unità e perfettamente sincronizzati nelle loro funzioni vitali.

La morte

Anche della morte, come della vita, tutti abbiamo un’idea intuitiva, vuoi perché abbiamo assistito di persona a questo tipo di evento, vuoi perché ce lo hanno raccontato in molti modi. Va respinta fin da subito, comunque, una convinzione che a me pare sottesa a tutte le notizie di morte che ci raggiungono. Che cioè la morte sia sempre da mettere in relazione a un qualche “incidente”, vuoi legato ad un caso platealmente sfortunato come uno scontro stradale, vuoi a una subdola azione di un qualche agente patogeno (in tempi di Covid non c’è che l’imbarazzo della scelta). Evidentemente, moltissime sono le morti dovute a incidenti ma esistono anche le morti “naturali”, quelle la cui causa non è da ricercare in un incidente di percorso ma negli stessi meccanismi profondi che ci tengono in vita. Qui ci interesseremo di questo particolare tipo di morte.

La prima evidenza da tener presente è che la morte è una realtà che riguarda tutti i viventi, dai più semplici monocellulari ai più complessi pluricellulari. La morte è presente ovunque c’è vita perché è una fase ineludibile della vita stessa. La polarità vita/morte la si può vedere con chiarezza nel processo riproduttivo di ogni cellula (mitosi). Fare figli per una cellula significa raddoppiare, prima di tutto, i materiali che la costituiscono e, immediatamente dopo, dividersi in due lasciando in eredità ciascuna delle copie a ognuna delle due figlie. La cellula madre muore, quindi, nell’atto stesso di mettere al mondo la propria discendenza. Qui morte e riproduzione non sono eventi distinti e la morte è il prezzo che la vita cellulare paga per perpetuare se stessa. Ma non è circoscritta solo a questo aspetto la preziosità della morte. Nei complessi meccanismi di duplicazione che la portano poi a dividersi, può accadere che la cellula madre compia qualche “errore” di copiatura, inducendo in questo modo la comparsa di modificazioni nelle cellule figlie. È così che si originano, incorporate nel meccanismo di preparazione alla morte, quelle novità (mutazioni) che nel corso della lunga storia della vita hanno reso possibile la comparsa di esseri sempre più complessi e, in ultima analisi, di noi stessi. La morte, quindi, quale presupposto di novità, è indispensabile condizione per il rinnovamento della vita.

Sarà una vera iattura per l’umanità se in un lontano futuro gli uomini riusciranno ad eliminare la morte: ne risulterà congelata l’evoluzione umana. Fortunatamente questa è solo fantascienza

Anche le cellule del nostro corpo si riproducono per mitosi. Il fatto però di non vivere come entità isolate ma di essere parte integrante di una estesa comunità, richiede che sia attivo un ulteriore dispositivo di morte, la cosiddetta morte programmata o apoptosi. Si tratta di un complesso meccanismo, attivato da segnali che provengono dall’organismo, che ha lo scopo di tenere sotto controllo il numero delle cellule in modo che i tessuti, che da esse originano, non crescano oltre il limite dovuto ma mantengano quelle dimensioni ottimali che assicurano la loro corretta funzionalità d’insieme. Nell’adulto l’equilibrio è mantenuto quando il numero delle nuove cellule, nate dalle mitosi, è bilanciato dalla morte programmata di un numero equivalente di vecchie cellule. In un organismo umano adulto ogni giorno muoiono di morte programmata 50-70 miliardi di cellule e in un anno la massa delle cellule ricambiate è pari alla massa del corpo stesso.

Il significato della morte programmata non risiede nelle singole cellule ma in realtà di ordine superiore, come tessuti e organi, dei quali assicura il buon funzionamento. Sorge a questo punto la domanda se esistano o meno analoghi meccanismi in grado di regolare i tempi di morte dell’unità di ordine ancora superiore, cioè dell’intero organismo, dell’uomo nella sua interezza. La risposta è positiva. Si tratta di quei processi che regolano il numero delle generazioni cellulari. Essendo processi estremamente complessi e tuttora oggetto di molte ricerche, sono poco noti. Mi limiterò allora a parlare di un aspetto interessante e abbastanza ben conosciuto: quello dei telomeri. I telomeri sono le “code” delle molecole del DNA contenute nei cromosomi. Ad ogni successiva generazione ne viene tagliato via il segmento terminale e quando le code, taglio dopo taglio, sono ridotte ai minimi termini, la cellula perde la capacità di riprodursi e alla sua morte non ci sono cellule figlie che la possano rimpiazzare. Allora gli organi perdono a poco a poco la loro capacità di funzionare e quando anche le strutture di integrazione, sangue e nervi, non sono più in grado di adempiere alle loro funzioni, sopraggiunge la morte dell’organismo. Non è un caso che fino a non molti decenni fa veniva considerato morto chi non respirava più e non reagiva più agli stimoli esterni.

Da questa esposizione credo che non sia difficile trarre alcune conclusioni. La prima: il nostro corpo è il risultato di una co-presenza di vita e di morte che ritroviamo a tutti i livelli della nostra organizzazione biologica. Nelle cellule è evidente che la morte è il prerequisito indispensabile per la trasmissione della vita e la comparsa del nuovo; nei tessuti e negli organi è la morte programmata a rendere possibile il mantenimento delle loro giuste dimensioni e del loro corretto funzionamento; è la morte dei sistemi di integrazione a determinare la nostra morte in quanto individui; la nostra morte, infine, fa spazio alla novità delle future generazioni.

Ancora: la morte (naturale) non è un evento istantaneo ma progressivo. È popolare e assolutamente rispondente alla realtà, il detto “spegnersi come una candela” in riferimento alla morte naturale.

Infine, sarà una vera iattura per l’umanità se in un lontano futuro gli uomini riusciranno ad eliminare la morte: ne risulterà congelata l’evoluzione umana. Fortunatamente, però, questa è solo fantascienza